Time to leave






















Lo alimenta la visione, questo pezzo di storia che sostiene Time to leave (USA, 2020, 17'), visione come ciò che dà il ritmo al procedere delle stagioni e che fomenta ogni tipo di scintilla. Con questo cortometraggio Léwuga Benson prende dunque di mira la favola del sogno, o solamente il sogno stesso, come favola che incanta e incalza le molteplici narrazioni. Un sogno di cui si può parlare, cancellarne un pezzetto o modificarlo, spostarne la rotta o addirittura invertirla: è il sogno a cui manca sempre un po', quel tanto che basta per infarcirlo di idee e fantasie, per circuirne il senso e che, in fin dei conti, è semplicemente una parte della nostra realtà e non si distanzia da essa che per mera consistenza. Qualcosa che fa alzare dal letto la mattina o qualcosa che ti costringe per poter vivere. Questo è tutto ed è ciò che possiamo avere. Ciò che rompe la veglia lo ritroviamo dunque solo a livello superficiale in un cortometraggio che cerca di portare in risalto qualcosa che sappiamo essere già rotto, che persiste ma con un cinismo di fondo che è la propria rovina, qualcosa che ha già dimostrato l'altra faccia, ma di cui comunque non ci si è ancora liberati. Dopo le lotte una quiete apparente e, dietro di essa, una sofferenza lasciata dai buchi della veglia, che rendono le perdite delle assenze pesanti, con una massa ingombrante. Non si tratta dunque di aver perso un sogno, di essersi liberati di un'illusione, bensì di rendersi conto che, accanto ad esso, un essenziale si vela, di un'altra natura ancora, che ci fa intendere l'impossibilità di sbarazzarci di un'immaginificazione perenne, al di là del sogno della propria cultura di appartenenza. Benson lascia che il primo risalti spontaneamente nella narrazione e affida alle immagini la restante parte, quella che preme per far intendere un qualcosa di molto simile ma per altri versi opposto, non reale, visionario. Perché non tutto possiamo avere e non tutto è parte di un progetto così come lo vorremmo intendere. 
Il materiale d'archivio è usato per dare un ritmo non per forza equilibrato o armonico o ancora piacevole (piacevole in quanto armonico - nonostante alcune immagini crude): rimane un po' di spaesamento necessario per poter vivere ma non per poter vedere quel tutto che non è proprio delle immagini e che da esse è solo rimandato. Lo spaesamento ritrovato in Time to leave arriva da lontano e si para sempre davanti agli occhi. Lo si ritrova in un passato che non è preso come immagine d'archivio, come ricordo di ciò che è stato: Time to leave rimette in circolazione delle immagini non tanto per rimembrare, bensì per mostrare un movimento e soprattutto è testimone di un movimento, potente quanto basta per ricordarci di qualcosa al di fuori della realtà e dunque anche del sogno, che lo precede. Quel retrocedere delle immagini a un passato non tanto lontano sostiene un procedere incalzante della storia e non solamente di una storia. Non si tratta perciò di assistere a un doppio movimento lungo la linea del tempo e nemmeno di un'oscillazione costante, la quale rafforza il senso del proprio presente. Ritrovandosi bloccati a terra non si può che tentare di risalire lungo la propria storia, condivisa con altri, per ritrovarne il senso nel presente e con esso la sua ciclicità. Nulla accanto, Benson fa di questa ciclicità il rinnovamento di un patto mai assolto con il destino. Alla scomparsa di una lotta, di una terra, non vince un'altra, ma l'altra predestinata affiora su una superficie non accogliente, semmai ospitante, indifferente. Un riflesso acceca e fa vedere, nel colore, l'inevitabilità del tutto, e accondiscendendo a ciò si può procedere con la forza necessaria ad andare avanti nel processo della storia.


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