Self-torture collider in H.264






















Self-torture collider in H.264 (Usa, 2020, 7') slitta continuamente tra uno sfondo e lo sfondo dello sfondo, senza mai soffermarsi davvero su un soggetto ben definito e che impersoni totalmente se stesso, un sé a sé presente e ripetitivo nel tempo e nello spazio. Così, una cornice posta al centro può rappresentare un limite solo per le percezioni dell'occhio e infatti, nonostante questa rappresentanza di fatto, non si può dire davvero che al di là di essa vi sia un'estensione di ciò che viene ripreso: né un prolungamento né una propagazione. Di tanto in tanto, quello sfondo sullo sfondo si muove e assume movimento non solo per sé, ma anche per l'altra parte, quella di cui fa sfondo, provocandone una soggettività diversa, più delicata quasi, di cui non si può dire che sia solo un riflesso della prima, anzi, risplendendo essa risplende a sua volta, sebbene non propriamente. Una relazione, questa, quasi lunare, nel senso che nessuno si sognerebbe, spiegazione sull'illuminazione ben presente, di non dire che vi sia un'illuminazione con significato proprio, nonostante la non proprietà sulla luce del satellite stesso. 
In un mondo quindi in cui le qualità non è detto siano per forza delle proprietà, la relazione tra forme di Matt Whitman cerca di rendere il movimento creato una caratteristica rilevante, forse ancora di più delle forme stesse. È in questo frangente che la cornice diventa un qualcosa da mettere in discussione, non tanto per l'esistenza o meno della stessa a livello di percezione (Gestaltpsychologie), quanto piuttosto perché problematizza le relazioni in campo. Infatti, a livello più profondo, se un movimento porta luce su un'apparente staticità, lo fa in quanto presente del magnetismo nella luce stessa, qualcosa che quindi esula dalla considerazione sull'illuminazione (attiva/passiva) nell'immagine. Un mescolarsi dunque di potenzialità che si muovono da una monade all'altra e dove queste ultime non fanno altro che riflettere i piani più bassi dell'esistenza, i quali non sono la loro unica energia vitale. Svelata dunque la base di partenza del cortometraggio in questione o di un cinema prima di tutto sperimentale, che nello specifico cela un continuo traghettamento racchiuso in un'apparente staticità, Self-torture collider in H.264 non potrà più essere preso come facente parte di un unico canale trasmettitore di immagini. Esso tenta strenuamente di arrivare da più punti di contatto e quindi, anche, con altre immagini. Nel continuo dileguarsi della messa a fuoco di un soggetto o di un canale, il cortometraggio di Whitman cerca di affrancarsi, a modo suo, da quel pensiero sull'uno che non vuole essere in nessun altro, che vorrebbe bastare a se stesso e riflettere da sé un qualcosa di proprio, sbarazzandosi di un'immagine che significa, che parla, che racchiude e coglie qualcosa di esterno per rimandare nel frattempo allo spettatore anche qualcosa di sé. È invece nella non appropriazione di un soggetto di ripresa, nel rimandare a qualcosa che non propriamente sfugge, ma che è prima di ogni altra cosa in una relazione, in un movimento per esistere, che si mette a fuoco ciò che significa essere realmente quell'uno in tutto e quel tutto nell'uno. Whitman mette a fuoco, d'altra parte, non una personalità del cortometraggio ma il contorno di quella personalità, che altro non è, infine, che un involucro a scadenza programmata. Tale è la tecnologia che ruota attorno e sostiene il cinema, la quale fa del proprio essere contenitore non un qualcosa di meramente accogliente ma propagante. Così, non è lo schermo del telefonino a dare problema di per sé, bensì il suo stare in relazione come schermo nello schermo e oltre, in una matrioska che in realtà può essere considerata senza una reale fine. Senza fine perché nella sua ridondanza crea le basi per auto-esplodere o per slittare da strumento a strumento, il che parrebbe essere qui equiparabile.  

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