Dixie

 

Ci sono delle radici la cui essenza è strettamente legata all'atto del decedere, radici da cui piante, tronchi di genealogie e germogli sono, nel momento stesso del loro proprio emergere, nel gesto cioè che li differenzia da ciò che sta sotto, stagliandoli su un orizzonte che ricapitola in maniera inversa, capovolta, il primitivo rapporto da cui hanno origine, sono - si diceva - entità in sé perdute perché in fondo illibate negli effetti di una doppia causalità che solo rovesciando nei principi è possibile rendere magnetica ancorché polare, e, di queste radici la cui essenza è strettamente legata all'atto del decedere, di quelle radici da cui tronchi, pianti di genealogie e germogli sono entità in sé perdute perché in fondo illibate negli effetti di una doppia causalità, Caroline Rumley sa bene, così bene da sentirne l'angosciaangoscia che si materializza in Dixie (USA, 2020, 14'), divenendone come lo spirito. Spirito sudista, anzitutto: spirito che fa della mancanza la propria causa e la propria conseguenza, una mancanza doppia, in via di proliferazione, dall'alto in basso perché come in alto così in basso; ed ecco di nuovo la particolarità di quelle radici di cui si diceva, quelle la cui essenza, strettamente legata all'atto del decedere, viene processata dal Tempo cronistorico e letteralmente fatta procedere dal cinema, il quale, a sua volta, non interviene che come enzima in quell'ambiente anaerobico che è il racconto - mai la cronaca - del proprio vissuto all'interno della cornice, altrettanto narrativa, della Storia. La morte intercede così da una parte e dall'altra, radici & sfondo, quod est inferius est sicut quod est superius et quod est superius est sicut quod est inferius: il principio è sfondato dallo sfondo, lo sfondo appare al principio, e il cinema non si sostituisce né all'uno né all'altro per inverare l'altro o l'uno bensì, limitandosi alla registrazione tout court, palesa lo trasgredire di una stratificazione altrimenti invisibile perché apparentemente omogenea. È allora il recupero della femminilità quale elemento radicalmente ubiquo perché differenziale non solo ciò che filmicamente emerge ma anche, forse soprattutto, ciò che fa emergere il film come sua propria paracletica, nell'estenuante distendersi fino all'orizzonte di un corpo la cui vita coincide con il sapere profondo di quella terra, le sue trasfigurazioni e le sue trasformazioni, quasi a esserne il Toth e più ancora—al contempo, messaggio e messaggero. Il ricordo non cede mai alla narratologia né all'intimismo, e tutto è come appeso, precario come precarie sono quelle immagini che la Rumley recupera solo per attestarne il cordoglio, il fatto di non poter che apparire o manifestarsi come fatti transeunti e, in questo loro brillare, di non poter che manifestare la transizione stessa, la cui trasfigurazione è già di per sé una transustanziazione: è l'accadere, ancora, della morte, solo che, ora, non è più la morte del sacro, e il decedere delle radici dice anzi di un profano ulteriore e più profondo, perché stagliato all'orizzonte. È la mancanza di terra sotto i piedi, mancanza che è l'assoluto del radicamento, della fermezza e della stabilità, delle radici ovvero il suo affannoso, impossibile portarsi in quello sfondo il cui divenire schernisce ogni imperituro, qualsiasi posizionamento.

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