Unarchive













Pare che per distruggere, cancellare o invertire qualcosa si debba prima aver creato o processato qualcosa. Così pare, certo, ma che dire a questi occhi contemporanei, nati o già formati nei primi anni Duemila, a cui pare di assistere a una distruzione ormai innescata da tempo? Che la realtà ci sia è un conto, ma al di là del tangibile c'è tutto un mondo e questo è votato al declino. Unarchive (Canada, 12', 2020) sembrerebbe fondarsi su un processo di archiviazione che prospetta un'inversione di principio, come se coltivasse da sé il tarlo che lo corroderà dall'interno, di modo che ne venga all'estremo eliminata la propria esistenza. Si tratta, tuttavia, di un'inversione, la quale parte da un qualcosa che rivendica, appunto, la propria esistenza e, allo stesso tempo, la sua possibilità di non esistere, principiando però dapprima l'esistenza stessa. L'oblio a cui il cortometraggio richiama si confonde allora con la negazione, la quale pare quasi accessoria, come un qualcosa che potrebbe o meno essere scelto, ed è qui che la partita svela le sue carte: nell'illusione di una scelta siamo certi di poter fare qualcosa e invece, di contro alla nostra volontà, l'oblio mostra non solo l'arbitrarietà della propria natura ma anche la sua inevitabilità stessa. Stando così le cose, le immagini rivendicano la propria indipendenza da un linguaggio e un pensiero che ci ha ingannati nel cammino verso la regina delle illusioni, ossia la volontà di ricordare. Se Unarchive è capace di farsi carico di tutto questo, lo deve probabilmente alla sua vicinanza con altri due cortometraggi di Cecilia Araneda, Before (Cile/Canada, 2016, 4') e The Space Shuttle Challenger (Cile, 2017, 9'), che supportano non tanto un arrivo ma delle condizioni da cui parte Unarchive, le quali vengono qui esplicate nelle relazioni quotidiane fondamentali. È soprattutto il primo cortometraggio, Before, a mettere le fondamenta di una filosofia che rivendica la propria corrosività col tempo, quando l'oblio si dimostra così attaccato alla fotografia da chiederci anticipatamente cosa stiamo in realtà riprendendo e cosa già ci sta sfuggendo nel momento stesso in cui riprendiamo. Non basta dire, quindi, che la vita del padre si mescola con la storia del Cile, come non è sufficiente sovrapporre le due storie in un unico piano narrativo. Quando la realtà si dimostra cancerosa, questa lo è necessariamente già al suo interno, eternamente in lotta per la sua distruzione totale. Ad assecondare il proprio declino è allora tutto il processo, indistinguibile nelle sue forme, siano esse la natura o la storia, la storia personale o la storia della nazione, facilmente distinte dal punto di vista umano. Ma questo, ad Unarchive, tange poco. Una corrente scorre lungo tutto il cortometraggio, proiettando le proprie immagini, alimentando la percezione di forme diverse di creazione, sostenendo ciò che la distruggerà. Un'altra corrente non si accontenta di essere semplicemente l'inverso e rivendica la propria vitalità a dispetto dell'individualità, che le pare non chissà che cosa in confronto alla propria potenza. Qui, allora, un'immagine si deforma, sviluppando le contrazioni dell'altra, occupandone spazio, alimentandola anche. Così, sembra che l'oblio venga dopo, pronto a corrodere le forme e le memorie, che questo si faccia su queste e per via di queste e via dicendo, eppure le due correnti vengono entrambe da un nulla da cui parte la creazione. Una radice comune le forma ed è proprio sviluppandone le conseguenze che nasce Unarchive. Il suo apice è rappresentato dalla negazione, quell'asserzione sulla negazione di aver fatto fotografie e riprese, e ne fa non solo il sintomo della distruzione, dell'oblio e del cancro, ma il punto di partenza per considerare il mascheramento dell'evento. Non si tratta quindi di verificare o meno la negazione, bensì di farne la negazione affermativa per eccellenza: ciò che è vivo è pronto anche a morire e questo, al di là della certezza, è una compagna per ogni esistente, non solo umano. Un cinema, quello della Araneda, non pronto all'oblio ma con l'oblio, dove la domanda fondamentale non è quando inizierà tale oblio, ma al più se questo si trovi vicino o lontano, meglio se compreso in noi più che affianco.  



Nessun commento:

Posta un commento