Forwards, backward
















Sfiancante e consolatoria nella sua malinconia, la pellicola di Mitchell Stafiej, Forwards, backward (Canada, 2020, 4'), accompagna, fianco a fianco, l'immagine di una vita che procede trascinandosi tra conquiste e sconfitte, nell'illusione che qualcosa possa andare avanti, verso un futuro differente dal presente. Il movimento su cui si basano i passi si dimostra, preso da un'altra prospettiva, falso e falsato, così che, quand'anche ci si intaschi una vittoria, questa concerne un punto che è sempre il medesimo e, instancabilmente, è sempre quello a cui si tornerà al susseguirsi di altre sconfitte, lungo tutta la vita, un punto che sarà solo approcciato in maniera differente, o con altre risorse, o in altri contesti e via dicendo. Bastano poche immagini, quindi, a rappresentarci. Percepiamo il movimento e, a volte, e anche il più stupido almeno una volta nella vita, il suo trucco, quell'illusione di aver proceduto in qualche modo, per poi scontrarsi frontalmente con lo scherno del proprio passato, che è sempre lì, dietro a noi, e noi a guardare lui davanti. Un'altra illusione sarà quella di poter guardare ai lati, visto e considerato che questi perlopiù ci sfuggono, abituati come siamo a concentrarci maggiormente al centro, dove i nostri occhi vedono meglio i segnali. Basta poco, in realtà, a ricordarci l'importanza della periferia, come quella volta in cui la visione verso il lato in basso degli occhi è coperto da una sciarpa, e allora siamo costretti a guardare in basso per non cadere scendendo dalle scale. Basta altrettanto poco a tornare al centro - e alla fine quello era lo scopo, spostare il centro - quando i contorni neri di Forwards, backward ci riportano a concentrarci su ciò che sta accadendo, anche se in fondo poco sta davvero accadendo, se non un movimento sul posto e quel continuo guardare indietro. Poi, ad un certo punto, accade la catastrofe e, allora, quei lati, quello spazio al margine, che altro non era che un ignoto inconoscibile, acquisisce un senso non per causa propria. Accade che qualcosa si scontri addosso a quel centro, e allora il moto su se stesso cambia, il sole non tramonta o la notte sembra non avere più fine, e da lì in poi anche cose ovvie, come la posizione dell'alba e del tramonto, mutano. L'asse di rotazione terrestre cambia di angolazione, così come il proprio centro, non più semplicemente spostato... cambiano le prospettive e cambia il punto da cui parte la vista. L'immagine assume immagini diverse, nuove credenze compaiono e altri simili si incontrano con altri simili, creando rapporti che prima non esistevano. L'immagine continua a muoversi su se stessa, però è un'altra immagine. Forwards, backward è sicuramente il prima della catastrofe e non ne assume nemmeno l'ombra su di sé, il suo presagire non ci è pervenuto nella sua essenza, non si sa il cosa e nemmeno il come. I suoi oracoli però ce ne stanno parlano. L'inevitabile e l'inarrestabile, insieme. A dispetto di ciò, a dispetto anche dell'immagine che si ripete, ci sta la ricerca di altri sguardi. Quando Forwards, backward si sposta non è per illuderci, ma è alla ricerca, nonostante l'inevitabilità di quella corsa sul posto, e spinge a mutarsi in una passeggiata. Tale spinta è più di una tendenza, un'attivazione celebrale o un intento dichiarato, perché fa da sfondo, è un paesaggio, è una condizione di possibilità che rischiara quell'ineluttabilità di fondo che altrimenti sarebbe annichilente. Di più, è una fuga, ma lo è nella plasmabilità dell'evento e, dunque, è da ricercare, non affiora se non in superfici alterate, non in quelle statiche. Così sottile, non arriva per via ragionata, però nemmeno spontaneamente. Contempla a sé, verrebbe da dire, tutto un cinema che deve arrivarti addosso e questa è chiaramente la parte più mediana del cortometraggio. La spinta verso il centro non è, in questo senso, un andare verso la quotidianità della visione, quella centrale, quella unica e simili, ma un tentativo di varcare la profondità delle cose e questo non permetterà di avere costantemente il focus, ma, per l'appunto, una corsa sul posto, che continuamente quindi mette a fuoco-sfuoca-mette a fuoco-sfuoca. Questa prospettiva, meno schiacciante di quella che avevamo ritrovato inizialmente, è possibile dopo aver attraversato immagini su immagini, dopo aver sfiorato i margini, e non è possibile adeguandosi a pensare di aver visto tutto o, meglio, di aver visto l'immobilismo di fondo. Questo è, anche se non esaustivamente, ciò che ci può dare certo cinema.


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