The river

Una fotografia in luogo del cinema, o il cinema che si fa luogo mediante la fotografia? The river (Croazia, 2009, 7') è innanzitutto un'atmosfera. La decadenza della pellicola, ulteriormente acuita, l'approfondisce, restituendo la possibilità di uno slittamento ulteriore, un viaggio ferale, più interno e intimo. Inquietante, sì, ma perché la luce che così viene ha in sé stessa incisa la tenebra, e la dialettica che ne deriva, tra luce e tenebra, è a livello diegetico quel che a livello extra-diegetico si instaura tra fotografia e cinema. È l'angoscia del luogo, il cui evento, che è dell'ordine della creatio ex nihilo, risulta nell'esoterismo della formula che al tempo stesso lo rivela e lo nasconde; in questo senso, non sussistendo alcuna differenziazione tra lo scatto fotografico e il naturale movimento nello spazio-tempo del cinema o, in altri termini, non pervenendo all'esistenza salti qualitativi tra fotografia e cinema, solo si manifesta il nulla ovvero nulla si manifesta. Ecco, è questo nulla il luogo. In tutta la sua pienezza ontologica, fornitagli, appunto, dall'impossibilità di uno scarto tra cinema e fotografia, luce e tenebra. La fotografia, infatti, si rivela nel cinema, e non solo la luce è in vece della disgregazione strutturale della forma ma pure, da questa disgregazione, che altro non è che un passaggio all'informe hyletico, nell'abisso tetro del tetro abisso di Malkuth, così ben enfatizzato dai droni di Fennesz, essa conduce a sé la tenebra, il nero da cui, contemporaneamente, è condotta e di cui, in fondo in fondo (al fondo di sé stessa, varrebbe a dire, se questo fondo non fosse infinitamente ulteriore, non conducesse, cioè, a un secondo, terzo, quarto ribaltamento dal quale si ricomincia sempre e comunque dalla gola del pozzo), è condottiera. Più che di un vero e proprio passaggio dalla fotografia al cinema bisognerebbe dunque parlare, come a proposito della tenebra e della luce, di un'emanazione, di una corrente che non fa balzi, ed è in tale processo emanativo, nel proprium suo di una totale e specifica assenza di qualsiasi soluzione di continuità, che v'è l'emergenza del luogo: un luogo in se stesso inattingibile, certo, e per questo, ancor di più, ontologicamente "spesso". Se non v'è passaggio, qualità che permetta di discernere dalla fotografia il cinema e viceversa, ecco che quanto abbiamo davanti agli occhi, l'opera di Sanvincenti è, propriamente parlando, niente. Ed è questo niente che fa atmosfera, che dà luogo a un luogo la cui specifica è l'inattingibilità sua propria, che fa da eco, per l'appunto, all'indiscernibilità tra luce e tenebra, film e fotografia. Luogo del nulla e nulla del luogo, assieme e nello stesso istante, come traccia di quell'annientamento reciproco ora del cinema per tramite della fotografia ora della fotografia per tramite del cinema, della luce con la tenebra e viceversa, in uno sviluppo ininterrotto in cui l'ascesi della fotografia è e coincide con un cinema in se stesso radicalmente già ascetico.

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