Fotogrammi #73: I migliori film del 2020, forse (Questa non è una schizo-classifica)

«La luce, che è una qualità formale un atto intellettivo e un'immagine,
che è diffusa dallo spirito divino su tutte le cose,
che in Dio Padre è la prima e vera luce, nel Figlio lo splendore illuminante,
nello Spirito Santo un ardore che supera ogni comprensione,
non esclusa quella dei Serafini, come dice Dionigi;
una volta diffusa negli angeli diviene una intelligenza viva,
una gioia che dilaga oltre i limiti della ragione.»
(Enrico Cornelio Agrippa, La filosofia occulta o La magia)

La resistenza ha in sé il proprio splendore. L’ombra viene poi...

Mai come in questo umbratile periodo storico il cinema ha avuto bisogno di una Restaurazione che sia radicale, una rivoluzione in grado di annientare la deriva anarchico-rivoluzionaria degli ultimi cinque o sei anni, forse anche anche dell'intera - ormai trascorsa ma non per questo consunta - decade. Inutile, ora, calcolare le situazioni e i momenti di nascita, ascesa e declino di varie realtà e istituzioni, carte e membra umane il silenzio delle cui ceneri desta pure, ancora, qualche clamore tra gli annebbiati addetti ai lavori e quei loro «ti ricordi...», che bisbigliano ad alta voce più per essere accolti da chissà quale comunità inconfessabile che per riesumare un se non defunto quantomeno latente, incerto e - si direbbe, ma bisogna, in ogni caso, prestare la dovuta attenzione nel dirlo - del tutto innocuo Regno del rosso.
Una Restaurazione: vale a dire una Rettificazione. Perché in Italia il cinema sperimentale, checché se ne dica, non è più alla mercé bensì d'ufficio di tali inetti, volgari, incapaci, incuranti della sperimentazione, la quale non è una declinazione del cinema, come loro, nella barbara superficialità che gli è propria, pretendono, ma il contrario: non è lo sperimentale a essere una declinazione del cinema, ma il cinema a essere una declinazione della sperimentaleSenza cogliere o deliberatamente trascurando questo punto, si finiscono per fare dei buoni, buonissimi film, di cui il regista è l'enfiteuta e i quali, tuttavia, non hanno nulla a che vedere, in sé, col cinema; questo, infatti, rivendica nella maniera più perentoria possibile il non sussistere se non come grado d'intensità, come fiamma di quella candela che è lo sperimentale: e il cinema è senza dubbio una fiamma che va veicolata, un falò d'accendere in uno dei tre regni, ma una simile operazione richiede, in primis, la presa di coscienza di quel qualcosa che lo trapassa e lo supera da/in ogni dove—lo sperimentale... e solo poi il cinema. In altri termini, in parole più piane: 
(1) il cinema come operazione scientifica,
il rigore della quale, quantomeno in Italia, manca pressoché in ogni esempio, in qualsiasi tentativo venga prodotto o realizzato, presentato e acclamato. Del resto, trascendere la scienza, in ambito cinematografico, comporta già una perdita del, se non un vero e proprio scostamento dal, cinema così come esso storicamente è venuto e viene a darsi. Dai Lumière in avanti, il suo luogo oriundo è il laboratorio e da esso esce per provare sperimentalmente ciò che scientificamente, cioè con metodo sperimentale, si è scoperto. La realtà che ne viene è in tutto diversa dalla realtà così come viene ortogrammata dalla scienza, e, se al cinema bisogna dichiarare il rigore scientifico che gli è proprio, ciò è tanto più necessario nel momento in cui il cinema sperimentale può e, anzi, deve essere contro la scienza così come essa ingenera una realtà falsificata nelle limitazioni che quella stessa scienza le affibbia, pena il non coglierla, quella realtà, (dal lato del cinema).
Prima ancora di Brakhage, che è forse l'esempio sicuramente non più interessante ma più noto di un approccio scientifico/spirituale alla materia cinematografica, da cui, appunto, deriva una scabrosa letteratura della sperimentazione nel cinema, erano Michaux e Saint-Pol-Roux a traghettare il film quale operazione scientifica nell'alveo di una tradizione, per così dire, medievale o, comunque, non più scientificamente ortodossa, per cui una corretta definizione potrebbe essere
(2) il cinema come operazione spirituale.
Laddove infatti la scienza pretende che la sperimentazione precluda la partecipazione del soggetto che sperimenta, l'estraneità dello scienziato all'esperimento, ecco che la scienza cinematografica obbliga il regista a essere dentro, a essere coinvolto in prima persona nell'esperimento filmico. Intersecando interiorità ed esteriorità, il cinema è tanto scientifico quanto spirituale, e sta in ciò la sua reazione tanto alla scienza quanto alla religione intese come fedi. Se la modernità si è definita limitando il reale in due campi, quello della scienza, cui va il campo dell'esteriorità o natura, e quello della religione, cui va quell'altro dell'interiorità o spirito, il cinema è eminentemente anti-moderno, perché anti-religioso e anti-scientifico; non, beninteso, che faccia a meno di scienza e spiritualità: il cinema non rifiuta né la scienza né la spiritualità quanto, piuttosto, la divisione del reale da loro messa in atto, la loro pretesa d'essere, in sé stesse, esauriente e indiscernibili l'una all'altra, che al reale si possa accedere o scientificamente o spiritualmente, o mediante un'osservazione dell'esterno non partecipata o attraverso un'introspezione negletta al metodo sperimentale. In questo senso, mettendo assieme introspezione e metodo scientifico, si presenta 
(3) il cinema come operazione magica,
nel senso che a questo termine attribuivano i Tritemio, gli Agrippa e i Levi, quando ancora la frattura non era, non meno che i Crowley, Fortune, Dee etc, quando la frattura, invece, s'era verificata e, attraverso riti magici, si tentava di ricomporla/suturarla. 
Da questi tre punti, ne derivano altrettanti relativamente alla praxis del fare cinema:
  • in quanto operazione scientifica, il cinema sperimentale deve accordarsi alle stelle e agli astri;
  • in quanto, invece, operazione spirituale, il cinema deve sperimentalmente ritrovare Agarttha sulla via di Schamballah;
  • infine, in quanto operazione magica, il cinema sperimentale deve produrre film che siano veri e propri, effettivi ed efficaci rituali.
È evidente, a questo punto, come il lavoro stesso del critico perda attinenza con tutto ciò che è finora stato quello che ha fatto, detto e scritto la critica. E che, non c'è più bisogno di critica, allora? e quella politica del cinema, le mazzate sui denti che, per anni, avete dato a destra e a manca, ora sono passate di moda? Sì, ma non per questo sono inutili. Fintantoché esiste un Nazzaro o un Guadagnino, il critico cinematografico deve sempre fare della propria penna una spranga. Ma perché è giusto così, non perché ciò colga il punto; il punto, invece, lo coglie chi - come ci diceva Bisoni allorché ci consegnava Cattedrale. Spettri del cinema sperimentale - si approccia al film come davanti a un tarocco (teoresi) e un rito (pratica), e il lavoro, inesorabile, del critico non può esimersi, a seconda dei suoi interessi, da una certa pratica di cartomanzia o di magia cerimoniale.



12. Kamal Aljafari, An unusual summer (Germania/Palestina, 2020, 80')

11. Paulo Abreu, O que não se vê (Portogallo, 2020, 23') / Renata Poljak, Porvenir (Croazia, 2020, 12')

10. Alee Peoples, Standing Forward Full (Usa, 2020, 5')

9. Sky Hopinka, maɬni – towards the ocean, towards the shore (Usa, 2020, 80')

8. Dan Browne, Glimmer (Canada, 2020, 5')

6. Nancy Collins, A film about water I, II & III (Inghilterra, 2020)

5. Chris Kennedy, The Initiation Well (Usa/Portogallo, 2020, 4') / Karel Doing, Phytography (Inghilterra, 2020, 8')

4. Viktoria Schmid, A Proposal to project in Scope (Austria, 2020, 8') / Chris H Lynn, River Thoughts (Usa, 2020, 28')

3. Mike Rollo, eidolon (Canada, 2020, 3')

2. Sara Sowell, Rhythm as a girl (USA, 2020, 11')

1. Enzo Cillo, Propagation and Detection (Italia, 2020, 7') / Milica Jovčić, Cleaning (Serbia, 2020, 6')

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