eidolon



Scorci che squarciano prima il buio e poi la luce, la luce e il buio in un loop senza tempo ma non per questo infinito, eidolon (Canada, 2020, 3') di Mike Rollo contempla una scena che rimanda a una catastrofe che parrebbe sempre da venire e che gioca con quei ricordi tramandati tramite un DNA modificato di generazione in generazione di una catastrofe davvero avvenuta, duemila anni prima di Cristo. Il dualismo insito in questa alternanza di luce e buio si trova in eidolon spaccato per dividersi in tante parti quante sono quelle che costituiscono l'uomo e ad ognuna di esse intende far vedere qualcosa. È quando si è costretti in una vita mozzata in vari tipi di schiavismo, che due di tali parti prevaricano, con l'individuo in mezzo, che astrae se stesso e si pensa almeno terzo, di modo da ampliare un pochino la visione delle sfaccettature. Una condizione, questa, infinitamente narrata e che ci unisce, è squarciata grazie a eidolon per pochi minuti: una catastrofe nella visione duale solita che forza un cambio di rotta. Cosa al nostro tempo rimane appresso di eidolon dipende dalla visione, la quale non è altro, in fondo, che una variabile impazzita di cui non ci è dato tracciarne la retta. Come un fulmine caduto al centro di un albero, che si apre e mostra i suoi filamenti, così il cortometraggio rompe lo schermo per far palesare altre visioni e altri modi delle stesse. Ciò vale, se non letteralmente, almeno radicalmente, con la scena che mostra come vi siano tante proiezioni oltre lo schermo - e dunque più scene. L'immagine di eidolon non potrà contenere quindi una ripresentazione del materiale registrato in altro spazio, perché è rotto nelle profondità di un'immagine di superficie: invece che da due schermi, quello della macchina da presa e quello della proiezione, lo spettatore non si troverà più, astrattamente, nella catastrofe che è eidolon, in mezzo o comunque preso tra due sponde non parallele, il terzo elemento, ma si troverà, astralmente, implicato nella visione divisa in almeno altre quattro parti, con solo una quinta nel cortometraggio. L'alternanza inscenata da eidolon è utilizzata da Rollo come un'arma che apre in questo modo la visione, non permettendo più di considerare immagine come doppio e non rinvenendo più se stessa allo specchio. La catastrofe si trova in questo modo ad effettuare una realtà ed è effetto essa stessa, non ritrovandosi più in una semplice linearità, da schermo a occhio, e viceversa, ma in spasmodiche visioni, moltiplica le tele possibili [a dispetto della divisione in varie parti di cui si parlava inizialmente, la quale è sempre meglio rispetto a un numero inferiore perché complica la realtà, ora ci rendiamo conto che, inserendo la catastrofe, fuoriescono innumerevoli pezzi e dunque visioni molteplici non localizzabili in ognuna delle teste presenti alla visone]. Lo spettro non sarà così inteso dal regista canadese come impronta di un'anima ormai dipartita, ma più fedelmente spettri, rifrazioni molteplici. Per dirla in altri termini, a un altro livello, la maschera, quale poteva essere intesa l'immagine in un cinema che ricerca la complessità della visione, non esaurisce sufficientemente la complessità della realtà, nonostante nasconda molteplicità dietro a sé. Non maschere, non ombre, ma un ventaglio di possibilità. L'impeto che ne consegue non è più riferibile solo alla persona ma alla razza umana intera, palesando in questo modo il destino di ognuno. eidolon, a livello materiale, si prospetta come l'idea della soglia, e al sopraggiungere della catastrofe vuole essere così lo scorcio di una prossima cometa di cambiamento. Quando il tempo lo permetterà, la radicalità delle ripartizioni velerà non tanto le proprie parti ma il vertere fedele di ognuna all'universale. 



Nessun commento:

Posta un commento