Untitled [\Requiem]

 

And in the end our weightless state
was all we had to break away.
(The murder capital, How the streets adore me now)

Untitled [\Requiem] (Austria, 2019, 9') ridefinisce la formula cinematografica nel senso di un processo in fieri, venendo a comporsi più come figurale che come figura. Un uomo con un ombrello cammina su un asse universale anteposto alla forza gravitazionale, quindi in un nord innevato, mentre mani fanno ruotare diamanti e un suono procede quasi a prescindere dal resto. L'esperienza che ne emerge è un caos emo-intellettuale difficile a definirsi, perché non si arriva mai, propriamente, a una definizione, a un che di definitivo, e anche nel finale tutto è rimandato, quasi che il silenzio e il buio non fossero che risultati, resti di quelle stesse attività macchiniche che hanno lavorato e il suono e la luce antecedenti e che incessantemente, nonostante tutto, continuano, anche fin dove là noi non arriviamo: le opere di Magdalena Salner e Manuel Baumer, non diametralmente opposto ma inequivocabilmente a sé stanti, volgono a un'unità sempre e soltanto incipiente, ovvero là dove ancora non sono tali, cioè opere—e, su tutto, una strana quanto inquietante sensazione che qualcosa spumeggi in quelle oscurità così insondabili sia per l'occhio che per l'orecchio ma non per lo spirito. È in definitiva lo spirito (mente o ghiandola pineale che dir si voglia), infatti, a vivere l'esperienza che non ha titolo ma è un modo, il modo del requiem: requiem per la materia, anzitutto, quindi per la luce e il suono, per le immagini, per il film medesimo come unità in sé conchiusa e definitiva; requiem, vale a dire, per una pienezza di senso che si compie solo a prescindere, quasi a trascendere, una pur evidente, seppur ambigua, logica del senso. Ciò che è sentito, nel senso di recepito sensibilmente, non vale che per ciò cui rimanda, in un differimento estremo e angosciante di un vuoto sopra il quale, in un'insensatezza perenne e angosciosa, il sensuale si libra e, cosa quantomai straordinaria, esiste, persiste codificandosi con questo stesso insensato che, in ultima istanza, lo aggancia e lo sfinisce, senza per ciò finirlo e, tantomeno, definirlo. Al sensuale sopravviene così il mentale, e la concentrazione, spirituale o psicologica che sia, è rimediata da questo repentino, inesauribile e insondabile concentrico da cui tutto sembra derivare e per cui tutto diviene: il concentrico concerta così il suono e le immagini, sconcertandole, e in questo sconcerto la concentrazione prende il sopravvento sui sensi: l'esperienza che ne deriva è al limite del medianico, e lo spirito, o la mente, è avvinto da una forza che lo fa brancolare oltre il film come ciò che si vede/sente per immergersi in abissi inaccessibili in cui non c'è sostanza ma solo meccanismi di produzione di cui, pur non comprendendoli, la mente, o lo spirito, intuisce non il funzionamento ma proprio che funzionano, e questo funzionare è, esattamente, il Geist come la praxis cinematografici che muovono e promuovono il film, film che, in sé, non vale ad altro se non a rimandare a quest'absconditus che è, da un lato, ciò da cui divengono divergendo immagini e suono e, dall'altro, ciò che immagini e suono non esauriscono e neanche un po' trattengono ma a cui, inequivocabilmente, differiscono, e differiscono per quel senso di mancanza, per quella percezione impercettibile di uno svuotamento della percezione, di un'assenza di senso fondante e fondamentale che è tale nella misura in cui l'insondabile deve essere sondato nella sua insondabilità o, ed è lo stesso dire, la mente, o lo spirito, deve perdersi più a fondo per non ritrovarsi, per non risultare in alcunché che sia ad esso pertinente se non a patto di perdersi in maniera più o meno risolutiva in quest'abisso, che è il cinema così come - chissà come e chissà perché - funziona. Nel modo del requiem, il fiat cinematografico: e l'universo di luce e ombre che il film impernia sul piano del sensuale non è che il prodromo di una pazzia soltanto rimandata, della constatazione di un «non basta» che non è comunque abbastanza per coprire un'assenza di senso tanto più avvincente e affascinante tanto più l'esperienza si fa spirituale e il modo di produzione è quello, sepolcrale, di meccanismi privi di macchina, di cui soltanto si può dire che funzionano perché fanno funzionare quel film dal quale non si può che sprofondare, infine, in essi.

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