Porvenir



Una geografia che non può essere che geografia politica e un corpo che rimanda a un'immaterialità non organizzabile si incontrano in Porvenir (Croazia, 2020, 12') di Renata Poljak per dare vita a una forte relazione. Un corpo quindi, quello preso in considerazione dalla regista, che non è prettamente una cartina geografica o, per meglio dire, non è considerato come qualcosa su cui fare della geografia. Un corpo sul quale si dovrebbe fare della geografia è un corpo da analizzare e anche, perché no, riassumere, utilizzato contro o per gli altri, rivendicando solo e nient'altro che se stesso. Risaltarlo nella sua corporeità per mostrarlo al mondo, appunto per accettarlo e per costruirci sopra una narrazione, non sarebbe bastato alla Poljak nel suo obiettivo di andare oltre il tempo. La regista parte dunque da una frattura tra concezione attuale della geografia e del corpo, frattura intesa come substrato che macera sotto le superfici delle immagini. È tale rottura che alimenta facendo distogliere da sé lo sguardo, in modo da far risaltare la vena più costruttiva del cortometraggio... e la nascita di qualcosa potrà portare in questo modo la sollecitazione su un altro piano rispetto a quello del reale, in modo da rilevarne appieno gli oggetti sperimentali. Di questo ce ne rendiamo conto fin da subito allorché la regista gioca associando le immagini sovraimprimendole in uno spazio ulteriore a quello dello schermo o della videocamera, spazio che va così a riempire un livello parzialmente invisibile o di altra visibilità. Le sollecitazioni a cui siamo sottoposti e che susseguono questa attivazione fanno nascere fin da subito la necessità di considerare il corpo e il paesaggio come compenetrati da una forza che agisce geograficamente, il che significa per noi nient'altro che una ricerca di altre geografie e, di pari passo, altre politiche: geografia e politica non possono prescindere da un confronto serrato tra loro e con le fisicità che attraversano. Politica perché quello che concerne la geografia è rimandato immediatamente a un passato pesantemente ancorato al futuro, il quale in questo cortometraggio ci ritorna indietro in maniera inesorabile. Forme, orizzonti e colori proiettano inoltre sullo schermo un futuro che non solo organizza ma mostra anche la fine che verrà, la quale non sarà mai il compimento ultimo bensì ciò che lo precede immediatamente. Non c'è distinzione quindi tra il paesaggio e i corpi che lo attraversano, in quanto sono entrambi parte di quel paesaggio sul quale il futuro agisce. Un futuro è l'energia che opera, le forze in atto, la cospirazione mai verificata di un processo inarrestabile e su cui si fa fatica a non speculare, salvo poi considerare che, al limite, il problema è stato non averci speculato abbastanza. 
Il susseguirsi di Porvenir è così un continuo vagare in cerca di qualcosa di particolare, salvo poi accorgersi che è tutto sfondo, anche quando c'è di mezzo il corpo che prorompe dallo sfondo scuro. È soprattutto dalla visione di queste molteplici fisicità, dalla capacità di cogliere e collegare una storia che è soprattutto geograficamente inserita nel visibile, che si plasma una geografia politica anche dell'occhio: non più la sua forma, i colori e le sue funzioni sono all'opera, bensì una visione di preveggenza, la quale per la Poljak sembra essere indicatore dell'essere presenti di fronte al proprio destino. Non dunque conoscere il proprio passato per capire il presente, ma prevedere il futuro per far fronte al presente e capire il passato: in questa sorta di linearità invertita sta la forza di un cortometraggio che concentra la propria immagine su una tale nebulosa inconsistenza al fine di geolocalizzarsi, ritrovandosi presenti a sé e al proprio destino. 

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