Cleaning


Chiesero una volta ad Anatol: perché non parli mai di donne?
Perché io parlo solo di ciò che esiste,
perciò parlo ad esempio di Dio e non di donne.
Esse sono una rappresentazione dell'uomo e, oltre questo, nulla.
(Manlio Sgalambro, Anatol)

Dovrebbe esserci un ragazzo. Un ragazzo in viaggio immaginario verso un'isola. E dovrebbe esserci una ragazza con il grembo gonfio. Dovrebbe esserci poi un incontro tra i due. Dovrebbe esserci che poi lui l'avrebbe resa come una regina. Dovrebbe esserci un doloro che è solo della ragazza e dovrebbe esserci la consapevolezza che il frutto nel grembo divora qualsiasi cosa. Quindi non c'è nessun bambino, come non c'è il ragazzo, e ci sarebbe dovuto essere un giorno in cui il bambino comprende che tutto ciò che sta sotto il sole brucia e che forse anche il ghiaccio nel suo cuore sarebbe poi bruciato mentre i suoi genitori si sarebbero eternamente desiderati e lasciati nell'alveo di quello stesso ghiaccio. Nulla di tutto questo, e l'intenso, angoscioso cortometraggio di Milica Jovčić ne è la testimonianza: testimonianza di una possibilità bruciata per sempre, in primo luogo, ma anche (e soprattutto) traccia di un film mai esistito, perché Cleaning (Serbia, 2020, 6') sfonda qualsiasi ontologia cinematografica per attuarsi nell'assenza, nell'afasia di una storia cancellata dalla Storia. Attraverso il recupero di filmati di famiglia girati in Super8 e 8mm, la registra s'addentra nell'incompletezza, nell'indeterminato silenzio di vuoto pressoché/ormai incolmabile. E, in questo vuoto, una narrazione dell'inenarrabile perché inimmaginabile, un'immagine che continuamente scivola, va via da ciò che la parola dice e, in un certo senso, sembra solo promettere: l'immagine manca. Manca la parola come la parola manca l'immagine, e il buio che stacca le riprese è tanto quello da cui scaturiscono quanto quello in cui scompaiono, per essere e non essere insieme in un istante immediato. Un lavoro di mera sottrazione, dunque? Nient'affatto. Quell'avrebbe dovuto esserci, quell'assenza irrimediabile è, in sé, condannata al mutismo, ma se tale mutismo, storico ancorché politico, risulta come tale, allora di un inimmaginabile, cioè privo d'immagini e, di conseguenza, di memoria, si sta parlando ovvero si sta tacendo. È possibile altrimenti? È possibile, cioè, far emergere quest'assenza? Palesarla, ma verecondendola come tale, e cioè pura assenza. Milica Jovčić fa questo, e Cleaning è la presenza di quest'assenza. Un film di fantasmi, tutto sommato. E non è necessario aver letto l'Anarcoccultismo della Lagalisse per rendersi conto di quanto importante e immane sia un simile gesto. Se, infatti, la secolarizzazione ha, quasi ovunque, privatizzato la questione di genere, è dalla parte non della storia ma della politica, quella politica, comunista, in repentina lotta colla storia che è possibile, forse, un recupero e una riflessione su tutta una serie di cose come, non da ultimo, la questione femminile, l'aborto etc. Tronti piuttosto che Lagalisse, quindi: la rivoluzione femminile come rivoluzione ormai soltanto culturale anziché politica, una rivoluzione che avrebbe potuto vincere all'epoca di quella che l'operaista definisce della grande politica e che oggi non ha quella carica eversiva che poteva avere fosse nata allora, in paio con contraddizioni materiali oggi impossibili. Ed è ciò che tematizza Jovčić. Il fatto, cioè, che alla donna manchi l'epoca, perché, politicamente priva, non è in lotta colla storia: anzi, oggi la storia le dà la ragione. C'è allora da far parlare quel silenzio senza però transustanziarlo in parola, voce: è il fatto che, storicamente, vi sia stato quel silenzio, quell'assenza che è necessario, di stringente importanza rivitalizzare. Perché la lotta politica è sempre una lotta contro la storia. E quella storia, certo affranta da una precisa politica, ha cancellato, reso afasica la donna, condannandola a un'assenza soltanto tramite la quale poteva infine tollerarla. Ecco, allora, l'assenza della donna, il buio tra le immagini che, allo stesso tempo, le origina e le inghiotte, le collega e le scollega. C'è un buco nella storia, e il cinema, per Jovčić, può sorprendere la storia alle spalle, facendo emergere questo buco, questo vuoto senza riempirlo e questo silenzio senza parlarlo. Un cinema della lotta contro la storia, e in questo senso politico. Politico in un'accezione ormai desueta, ma forse l'unica ancora veramente positiva, perché efficace, spaventosa, scintillante... e chissà mai che da queste scintille possa finalmente nascere, di nuovo, un fuoco. Che dovrebbe esserci. Ma, intanto, cosa c'è? Né il ragazzo né il bambino. Né un film che illumini la loro storia. Non c'è, propriamente, un film. Ma solo un film-ombra, revenant di un'assenza che rimarrà indefferibilmente tale. Un film così terribilmente onesto da non raccontare né narrare, perché non c'è nulla di cui narrare, la storia non l'ha permesso e il film fa testo di quest'assenza, coincidendo, in ultima e definitiva istanza, con essa. La conquista di una perdita, pulizia etica.

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