Pratiche della visione #14: Dell'assurdo, banale e frigido piacere che prova Cristina Piccino a rendersi ridicola, o dell'inquietante e altrettanto assurdo, banale e frigido comunismo che si cela tra le pagine del quotidiano ilManifesto

I'd rather look around me, compose a better song.

'Cause that's the honest measure of my worth.

In your pomp and all your glory you're a poorer man than me

As you lick the boots of death born out of fear.

(Jethro Tull, Wind-up)


La mia mano converge con quella della Rusalen, seduta sulla sedia al lato del tavolo opposto a quello in cui mi trovo. Legge Fulcanelli, e non mi degna d'attenzione, ma quando la mia mano scivola accanto al computer e il braccio si allunga oltre metà del tavolo, mentre l'altro mi sorregge la fronte, la sua mano è lì, e io, assorto, proprio non capisco se ci fosse prima la sua o la mia, di mano, in quel punto. Le nostre mani, comunque, convergono, e questa convergenza acuisce una tensione che credevo solo mia, spandendola nell'aria circostante, fino a prima resa tersa solo dalle urla di Mick Kenney. Siamo qua, io e lei, ed è come se ci fossimo sempre stati, quasi che questa casa, che ora ci crolla addosso, ci fosse stata costruita intorno. Mi trovo in uno stato anomalo e mi sento come doveva sentirsi Joelle Van Dyne alla festa di Molly Notkin, colla sola e forse sostanziale differenza che io non sono dipendente dal crack: ho solamente seguito il reportage, se così si può definire, della Piccino all'attuale Mostra del Cinema di Venezia. In realtà, più che di un vero e proprio reportage, la Piccino si limita a fare l'inviata de ilManifesto per ragguagliarci sulle visioni che, lei crede, i suoi abbonati possano trovare d'un certo interesse. Da un film sugli anni di piombo a uno sulla figlia di Karl Marx. Il metro critico è dunque quello classico: io, giornalista, sono alla Biennale e vi dico quello che penso dei film che vedo perché così poi voi sappiate se doverli o meno andare a vedere al cinema d'essai della vostra zona. Sottotesto: io vi dico quello che penso del film che vedo senza dirvi perché vedo questo anziché questo perché la mia opinione conta più di quella che vi farete voialtri, che dovete essere educati da me che non ho né arte né parte e per questo posso scrivere cose che, grazie a Parlato e Rossanda, voi, nostalgici rincoglioniti, leggerete. Rimango turbato, prima ancora che afasico, di fronte a un atteggiamento simile. Non per il suo essere vetusto, sia chiaro. Tantomeno per essere così dannatamente conformista, se non addirittura reazionario. No, il problema è un altro, e, se l'unica politica delle immagini che riesce la Piccino a sviscerare nei suoi articoli riguarda le safe zone e le norme anti-Covid messe in atto dalla Mostra, allora è chiaro che, da una parte, lei sia una stupida, un'ingenua, e, dall'altra, che s'è perso qualcosa - perdita, questa, che permette alla Piccino di scrivere, al limite anche di esistere grazie alla sua scrittura, ma che non è ancora chiaro se tale perdita sia storica o politica. Ecco l'incipit della recensione, perché di recensioni si tratta, sul film di Noce: «La "Safe Zone" finora funziona, il protocollo di sicurezza messo in campo dalla Biennale per la tutela comune è accuratissimo e dettagliato, appena però si varcano in uscita i "check-point" – a quelli sanitari si aggiungono i preesistenti controlli anti-terrorismo – le cose cambiano. Prendiamo i vaporetti: l’obbligo di distanziamento non esiste, si viaggia stretti stretti e non è che vista la conformazione della laguna è [sia, SIC] possibile pensare a mezzi alternativi – ci sono i taxi, certo, pochi e a cifre proibitive. I veneziani della città o del Lido oscillano tra negazionismo e mercantilismo che finiscono per diventare un’unica cosa, perché tocca guadagnare (i prezzi sono almeno raddoppiati), gli alberghi a Venezia sono pieni "soltanto" al 70% perciò l’uso intensivo del territorio va alimentato a ogni costo. Se glielo fai notare ti guardano male, un'esagerazione o magari è propaganda? Del resto: proprio il sindaco (centrodestra) di Venezia, Brugnaro, e il governatore leghista del Veneto Zaia sono stati i primi a spingere per fare la Mostra però a organizzare il territorio, la città, i trasporti non ci hanno proprio pensato. Evidentemente le promesse del governatore in campagna elettorale che lo dà vincente riguardano altro». Un post su Facebook di un'alcolizzata avrebbe avuto una sintassi più opportuna, e sarebbe anche stato meno imbarazzante. Del resto, cosa c'entrano i vaporetti con il film di Noce? o, meglio, perché soltanto qui, a proposito del film con Favino, non all'altezza dei gusti della Piccino, si fa questa digressione, mentre ad esempio nell'articolo su Miss Marx, all'altezza invece dei gusti della Piccino, si parla solo ed esclusivamente del film? Chiaro, il fan-service va fatto, ma qui siamo ai livelli, deprecabili, della serie Disney sul mandaloriano. Stante le inesattezze, poiché sono abbastanza convinto che del Veneto la Piccino sappia meno di zero e che, per parlarne, lei dovrebbe almeno recuperarsi la storia di questa regione, così almeno da non equiparare quello zotico di Brugnaro a Zaia, o almeno della sua politica, visto e considerato che la Liga Veneta è ben altra cosa da quella che ha in testa lei, mi chiedo davvero come sia possibile un'azione così viscida, grottesco. Cara Piccino, oltre a non aver letto una riga di Marx, hai pure evitato di leggere le poesie, alcune delle quali edite da Hirschman, di Ferruccio Brugnaro? Sei patetica, e leggerti mi riempie tristezza. E non lo dico a caso, sono davvero triste quando ti leggo, e intendo questa affezione in ottica spinoziana. Sono triste. Perché sono triste? Perché ho dei cari che ti leggono. Sono vecchi, gli anni di piombo li hanno vissuti e li hanno vissuti in prima persona, e penso sinceramente tu sia un cancro per loro, e se all'epoca dicevo che Moretti avrebbe dovuto suicidarsi a te nego questo privilegio perché sei nulla e il tuo suicidio sarebbe solo un'ulteriore negazione - nichilistica affermazione - di ciò che sei e in fin dei conti puoi. Guardati allo specchio e sorridi, poi ritrova quel sorriso di fronte all'icona vuota del finto antagonismo comunardo dentro cui arriverai, forse, a riconoscere il tuo proprio, pallido, riflesso. Sei a Venezia, il 23 agosto ti lamenti del caldo e il 2 settembre 2020 ti accorgi di detestare le chat. Nel mentre, scrivi di cinema. Colla presunzione non solo di saperlo ma anche di poterlo fare. Sei a Venezia, poi a Locarno. Sei anche a Milano. Dove tira il vento... che chissà se soffia ancora, povero Bertoli. E, in ognuna, ti comporti allo stesso modo. È tutto qui, quello che ti fa essere? Parlami delle politiche dietro alla selezione di un film piuttosto che di un altro. Perché i film di cui parli sono a Venezia? Questo voglio sapere. Delle tue opinioni a riguardo, me ne frega quanto a te frega di mantenere il tuo peso-forma... e non sto facendo body shaming e non ti sto inchiodando alla croce perché la legna mi serve; starei facendo critica della critica critica, se tu facessi critica, ma non riesci a fare nemmeno questa, così mi ritrovo con un pugno di mosche in mano, una tristezza infinita dentro e una critica tutto sommato aleatoria sullo schermo del PC, che rimpinguo. Ecco un estratto di una cosa che scrivi pensando di fare l'intellettuale, salvo poi rivelarti l'ignorante che in ultima e definitiva istanza sei: «Vale anche per il cinema, per la materia di un film la cui ricchezza è l’orizzonte aperto di ricerca e di accordi emozionali. Quelli che percorre con delicatezza e empatia la regia di Nicchiarelli con il suo personaggio che azzarda, si ritrae, si getta a capofitto, è letterario fino al melodramma e insieme vivo e attuale. Come il cinema che abita». Io onestamente dubito fortemente che, a più di un secolo dalla nascita del cinema e da almeno un secolo di critica cinematografica, una persona che viene pagata per scriverne possa tirar fuori una menata simile. Oltretutto, che cazzo significa? La ricchezza del cinema è l'orizzonte (aperto? boh, un orizzonte può essere chiuso?) di ricerca (de che?) e di accordi emozionali. Nel senso che il cinema è ricco perché ricerca o attraverso il cinema si ricerca? e gli accordi emozionali quali sono? Spagnoletti? «Accordi emozionali... che percorre con delicatezza e empatia la regia di Nicchiarelli con il suo personaggio che azzarda, si ritrae, si getta a capofitto, è letterario fino al melodramma e insieme vivo e attuale. Come il cinema che abita». Cazzo, e questo sarebbe un film sulla figlia di Marx? e questa sarebbe la tua opinione su un film sulla figlia di Marx? (per i fan dei fan delle strutture ricorsive) e questa, ancora, sarebbe la tua opinione, espressa su un quotidiano comunista, su un film sulla figlia di Marx? Seriamente, smettila. Non gliene frega niente a nessuno. O, meglio, a chi gliene frega dovrebbe pure essere proibito di entrare nei cinema, figurarsi di leggere a riguardo. Ma tu scrivi per loro, no? O leggono te o leggono Silvestri. Ah, ma hai anche il tempo di rompere i coglioni sulla Liga Veneta, da brava romana, tranquilla nella tua loggia. Tranquillità che non vuoi in alcun modo compromettere... e su cui il supposto comunismo del quotidiano in cui scrivi, siccome nessuno ti corregge, ti permette di adagiarti. Persino, avrai una pensione, per questo. Ma perché non mi dici dei contratti con cui sono assunti steward e hostess che ti accompagnano alla poltrona? perché non scrivi quanto vengono pagati all'ora e lo statuto della cooperativa che li assume? perché non critichi la selezione? perché non mi spieghi come un film venga scartato e l'altro no? perché non mi parli delle aliquote delle case di produzione e di quanti film debbono avere ognuna annualmente alla Mostra? perché non scrivi di quanto prenda il presidente della Mostra? perché non mi descrivi la tua camera d'albergo e, anziché fare il fan service agli amici del PD, criticando Zaia e Brugnaro, non dici quanti giornalisti di merda come te costano alla Mostra? insomma, perché non fai critica cinematografica? perché, dio porco, hai il coraggio o, meglio, l'impudenza, di scrivere certe cose su un quotidiano che si fregia come comunista? Sai, quel tizio che era il padre della tizia che era protagonista del film che hai visto ieri sottotitolava l'unico libro che secondo te, suo, valga la pena citare «Critica dell'economia politica». Non «critica dell'economia e della politica» ma «critica dell'economia politica», e questo perché credeva di trovare nella contraddizione economica la crisi del sistema, cosa che invece era ancora in forse nei Grundrisse. Così, quando è stata, la rivoluzione anti-capitalistica è stata contro Il Capitale. È Gramsci, no? ed è stato poi tutto l'operaismo... mentre ora, tu, scrivi nel quotidiano di Parlato e Rossanda, non vergognandoti dell'idiosincrasia essoterica, dell'ipocrisia esoterica. Sei ridicola, poche altre cose a riguardo. E ti ricordo, visto che tenti in qualche modo di interpretare quello che per te è un suggerimento, ovvero il fatto che il film Miss Marx inizi col funerale di Marx, scena che tu ritieni suggerire una «cesura tra un "prima" e un "dopo"[,] un passaggio per la giovane donna, l'inizio di una ricerca personale, di una vita che libera desideri messi da parte perché non sempre sintonizzati con le necessità altrui», che il tuo mestruo è ininfluente, nei termini della lotta di classe, e che l'anno della morte di Marx è, come ricorda Tronti, l'anno della morte di Kafka: «Lo stesso anno in cui Marx muore a Londra, a Praga nasce Kafka. Si spegne Nietzsche nella sua follia, e il secolo può ufficialmente cominciare. Si riconosce che non c'è più novecento, oppure c'è un novecento minore, quando il tutto non viene più da quella origine. Eppure non c'è stata frattura, non c'è stato salto, tanto meno ci saranno crolli. C'è stato un impercettibile smottamento del terreno storico, una insaputa deriva dei continenti della politica, un autoconsumarsi del moderno nei prodotti della sua origine, e a un certo punto ci siamo ritrovati al di qua, nella irriconoscibilità di un mondo che è sempre uguale senza saperlo, privo di forma perché mancante della ricerca di forme alternative, in una condizione di stagnazione senza disperazione, che è questo impossibile da interrompere coma culturale dell'Occidente, una volta spenti i drammatici bagliori del suo tramonto». Ecco, dunque. Buon film, cara Piccino. E buon secolo. Tanto, sia quel che sia, sarai a tuo agio sia nella sala che interrompe la realtà che in quella tua realtà che la prolunga, quell'interruzione. Quanto a me, non ho a che fare né con l'uno né con l'altra, e in questo momento la mia ragazza sta a più di 60km da me e il suo spirito, finalmente, prende ad accarezzarmi, colla mano, la mia mano.

La storia è dei vincitori, la politica è dei vinti. ((ancora) Tronti)

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