O que não se vê (What Is not Seen)



È ineluttabile che in un viaggio qualcosa vada perdendosi e, al termine, si perda definitivamente. È il viaggio di Ulisse di ritorno a Itaca, così come quello di Chateaubriand attraverso le rivoluzioni e le restaurazioni. Aleister Crowley vedeva nell'andare il quinto potere della Sfinge (andare, «ire», quindi il liberarsi), e Paulo Abreu, in questo O que não se vê (Portogallo, 2020, 23'), rappresenta il viaggio come una mistica concreta, in cui l'andare e venire si trapassano fino a confondersi. È un vagare, se non quando un brancolare. La macchina da presa ondeggia tra campi lunghi e a mano: nei primi coglie la perfezione di un istante di luce, nella seconda fa trascorrere un'inesorabile fissità. Tra i due, si instaura un rapporto asimmetrico, tale e quale è in loro stesso; infame, se nelle inquadrature a camera fissa v'è un profondo fluire del divenire, quello dell'amicizia che, in esse, è come se s'innestasse nell'immoto della natura per non svanire definitivamente, nei viaggi in macchina, nelle inquadrature colla macchina a mano è tutto più appeso, statico, al limite dell'inerte. Quello che non si vede compare allora nelle une per scomparire nelle altre, in una dialettica mai chiusa, non circolare, aperta all'infinito: quello che non si vede non è solo ciò che dà da vedere ma anche ciò che, in qualche modo, è composto da una prospettiva visiva che esso stesso definisce. Il cinema, per certi versi, ma non ancora o non più un cinema macchinico, un cinema della vista, bensì un cinema in absentia, che è per sé perché in grado di sostenere quell'amicizia che altrimenti incespicherebbe verso la propria morte: un cinema, quindi, che si fa qui per indicare un lì, un lì altrettanto metafisico come può esserlo il film di cui quest'altro può apparire ora come un prodromo ora come un epilogo. Materiale di scarto, in un certo senso, ma anche eccesso, dietro le quinte, tutto ciò che quell'altro film non trattiene e non può trattenere e senza il quale, comunque, non sarebbe (stato), anche solo progettualmente: un viaggio, dunque? In un certo modo, sì. Ma nel senso più etereo della parola: un vagare, un itinere, e non proprio il visitare o il vedere, il calpestare e il camminare che quel viaggio, per sua essenza, permette e con cui molto spesso ci si confonde. Un viaggio come indifferente e repentinamente differibile rispetto a tutto ciò che quel viaggio comporta, dai discorsi alle immagini. Quello che non si vede, per l'appunto. L'essere macchinico di cui la macchina è solo un modo, una tra le tante manifestazioni. Un cinema, sì, ma a prescindere dal film, che viene sempre o troppo presto o troppo tardi, e del cui eccesso o scarto Abreu dà conto in un altro film ancora, in cui mostra non quello che non si vede ma che c'è qualcosa che non si vede e che è irriferibile nel contesto filmico, a cui non si può che demandare in una sorta di regressus in infinitum cinematografico che è, al tempo stesso, un progressus in infinitum filmico.

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