A film about water I, II, III



A film about water I (Inghilterra, 2020, 10'), A film about water II (Inghilterra, 2020, 10') e A film about water III (Inghilterra, 2020, 10') sono strutturati su un unico elemento, il quale è preso da Nancy Collins nel suo libero fluire. In queste scene viene sollecitata una propensione alla constatazione e il pensiero esistenziale, il quale potrebbe derivare da una probabile contemplazione dei cortometraggi, rimescola in sé stesso null'altro se non ciò che accade. Non è perciò nascosta una certa smemoratezza del paesaggio mista a un forte radicamento al contesto. Partendo da ciò e nella consapevolezza che l'attenzione verso il presente è già difficile di per sé, la Collins si inserisce in prima istanza con uno studio su quell'immagine che ne può derivare, catturata immediatamente in virtù di un'accettazione esistenziale, dove l'uomo permette a se stesso di fermarsi per riflettere sullo scorrere delle cose. Il passo successivo arriva col procedere del minutaggio, quando lo spettatore si accorge che qualcosa incalza con lo scorrere del tempo e dello studio. A lato infatti dell'immagine persiste uno sfondo nero che deve essere preso in considerazione non tanto per il discorso in sé, bensì per l'immagine stessa, quasi che essa, piuttosto di dire qualcosa di sé, connettendosi con ciò allo spettatore, rivolgesse dentro di sé un'altra immagine ad alimentarla. Una sorta di autarchia sembra quindi infervorare il processo che sostiene lo studio, il quale scansa fin da subito eventuali dubbi sul suo oggetto. Si palesa così come assolutamente errata l'ipotesi di un sistema che vive perché un ambiente lo sostiene, quasi che la caoticità di ciò che non è ancora e di ciò che non sarà mai sistematizzato potesse essere paragonato al nero che accompagna l'immagine è qui che, infatti, sopratutto A film about water I gioca la sua partita più importante: il nero sarà parte dell'immagine perché questa non solo lo contempla o ne è formata, ma gli è soprattutto simile. C'è una memoria nell'immagine che rassomiglia a quella dell'acqua e che gela l'uomo per la sua continua smemoratezza nei confronti dell'altra memoria, quella che non ha a che fare propriamente con i suoi ricordi. Mentre ancora abbiamo il sentore di ciò che si è mosso nel primo cortometraggio, il passaggio verso A film about water II è reso molto fluido dalla Collins. C'è una sorta di individualità di ogni cortometraggio tale per cui non sembra di essere di fronte alla ripetizione delle stesse immagini e però c'è un collegamento che gioca la propria forza sulle differenze. Così, il cambiamento di scena col secondo cortometraggio non si palesa immediatamente, ma c'è una sorta di rimescolamento. L'autarchia del primo A film about water dopo un po' non ha più bisogno di mostrarsi per essere sostenuta e ciò vale a dire non che essa non persista, quanto piuttosto che è nascosta, forse anche al fine di non rischiare di essere considerata come unità a sé (il buio identificato, unità che si fa mostro incarnato in qualcosa). All'autarchia si mescola un altro nervo che alimenta tale modo di essere, un modo che ha a che fare con il nascondersi, un'azione che si palesa nel passaggio dell'immagine a un moto quasi unificatore e che quindi vedremo all'opera nel secondo cortometraggio. A film about water III non è preso infine come maturazione ultima di un processo che va dal primo al terzo cortometraggio, anche se è necessario ammettere che una sorta di percorso sia stato intrapreso. Esso, tuttavia, non era necessario in sé, ma si dimostra tale in quanto dimenticato e in qualche modo perduto. Non quindi dal primo al terzo ma semmai il terzo ricordando cos'era stato il primo e il secondo, ma anche il primo ricordando cos'è stato il secondo e il terzo (e il secondo ricordando il primo e il terzo). L'unificazione si dimostra più una possibilità di rimescolare il flusso trascorso delle immagini e fare in modo così che ciò che passa su uno stesso punto sia ogni volta diverso in virtù di ciò che era e sarà.


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