Pieghe #51: sul come sono arrivata qui e il '68 del Messico



Le cose sono iniziate come una buona parte delle recensioni da maggio in qua, cioè mi ero un attimo stufata di chiedere i film ai registi. Il problema non era tanto il fatto in sé e posso anche capire di voler mettere le password a tutti i costi per alcuni lavori e via dicendo - anche se, in fondo, non sarebbe il nostro proprio per niente - però, sostanzialmente, non vedo il motivo e, appunto, non c'è motivo per cui la stragrande maggioranza delle recensioni siano su film, di fatto, privati. C'è anche da dire che m'ero molto divertita già con una piega fatta a marzo su alcuni corti di Rhayne Vermette e la mazzata del Covid-19 ha aiutato e così un po' di registi hanno iniziato a condividere in vari cataloghi alcuni film (sempre tenendo presente che c'era già chi lo faceva prima e non aveva bisogno di fare il solidale a fronte di un'emergenza sentita a livello internazionale e "di massa": che la cosa abbia motivi politici per alcuni, come per il collettivo Prisca, non ho alcun dubbio, per quanto riguarda gli altri posso solo dire che non è un'equazione sempre esatta). Non tutti i cataloghi valgono la pena, perché il rischio di mettere film giusto quelli più scrausi e farsi un nome è dietro l'angolo, ma prendiamo ad esempio quello del Bogotá Experimental Film Festival e direi che, a parte qualche strampalato che fa finta di mettere il film, ci siamo abbastanza. Per farla breve, dopo aver guardato tante cose che non mi piacevano e altre invece gradevoli, scopro i film di Mariana Dianela Torres, che ne aveva messi quattro (ma tanto erano già tutti su Vimeo e non solo questi quattro). Guardo, appunto, il suo profilo Vimeo e scopro questa cosa del Documental Ambulante, il suo Ecos (Messico, 2018, 2') e altri corti correlati.
Questo è bene o male, tolto qualche imprecazione e tolto anche di citare recensioni passate, le quali potete vederle da voi, dicevo, questo è il percorso che mi ha portato a scrivere di questa piega qui. 
Di questo catalogo fanno parte sia lavori "commissionati" che altri di "allacciamento", che riprendono il materiale utilizzato dai precedenti, già a loro volta fruitori di archivio. Memoria de un Discurso (Messico, 2018, 2') di José Paz, ad esempio, si rifà al corto di Andrés Pardo Piccone e a quello di Elena Pardo. Il nodo centrale di tutto questo è proprio l'allacciamento o, almeno, ciò che noi intendiamo per esso. I lavori inviati spontaneamente si rifanno tutti a ciò che aveva già tentato di mettere insieme il Documental Ambulante. Il corto di Paz, quello della Torres e Higiene y comodidad (Messico, 2018, 1') di Analía Goethals sorprendono in particolare per il loro concetto di allacciamento. Ciò che è interessante notare qui è una sorta di trascinamento rivoluzionario, che perciò non si arresta, non diventa mai quieto per la calma delle situazioni che, inevitabili, si succedono poi: il punto sarà proprio trovare il modo di dare il carburante e questo non può essere fatto se non abbattendo alcune immagini proprie della rivoluzione, ché quando è un'immagine è già ferma. Si trova così il modo di riprendere il ritmo, di gettare benzina anche così. Pure il corto del collettivo Los ingrávidos riprende il materiale d'archivio e però il lavoro viene fatto in maniera ancora diversa, partendo quindi da un altro principio: un lasciare che la storia diventi memoria e abbia così qualcosa ancora da raccontare, che possa ancora infiammare gli animi di chi se la ritrova di fronte.
Ecos della Torres, ad esempio, è uno di quelli che cerca maggiormente di rendere vane le immagini della rivoluzione intese come icone. Il punto della Torres, sembrerebbe, è quello di far sì che tali immagini non valgano in sé, ma di saturarle fino a renderle non evidenti, per vederle cioè nelle loro concatenazioni, le quali sono sì sotto gli occhi di tutti, ma non a tutti con la stessa luce: un conto, perciò, è avere coscienza di ciò che sta succedendo nel proprio presente, un altro sarà quello di sentire ciò che il passato ha da mostrare: non un insieme di fatti, ma ciò che è stato prodotto in luce e ombre, saturando gli spazi nei salti tra fatti (salti temporali e spaziali, dunque l'aldilà della linea quotidiana del tempo) per presagire le forze in atto, immortali. 
Memoria de un Discurso non la fa altrettanto facile e già lo si può intuire per aver utilizzato le immagini dell'archivio memoria, quelle scelte da Andrés Pardo Piccone, in un modo tutt'altro banale (e il rischio coi film di famiglia è dietro l'angolo, così, en passant). Il cortometraggio di Paz è meno delicato e gambizza direttamente le immagini, intese ancora una volta nel senso di scene rappresentative. Qui, Paz fa rivivere gli scontri e lo fa cercando di non mettere insieme le voci, come se ci fosse il discorso del presidente da una parte, quello istituzionale e dall'altra, il discorso dei manifestanti. Il problema è proprio questo, vivere cioè le voci come discorsi. No, dice Paz o, almeno, non sono tutti discorsi: la rivoluzione non è un discorso e l'organizzazione delle forze non sarà mai tale, ma è al più una pratica che ha da essere rivoluzionaria e mai non è. Un discorso può ispirare, far muovere anche, può pure agire subdolamente, convertendo; la pratica porta alla forza e alla sapienza. Ed ecco che, appunto, ciò che si andrà a recuperare da quel periodo non è messo insieme da Paz come a dire che all'epoca c'erano questo, questo e questo, questa situazione e quest'altra. La memoria a cui si riferisce è di altra natura... e tanto basta per capire che ci sono film di cui si fruisce e altri che abbattono immagini.


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