Pieghe #50: uno sguardo al cielo e uno alla terra - qualcosa su Mariana Dianela Torres



Sincronía (Messico, 2016, 6') si pone come una sorta di rituale e la musica di Edgar Mondragón sembra proprio enfatizzare questa sua natura, la quale si crea tra il religioso e il pagano, tra il dio imbastardito dalla limitatezza umana e il timore per le potenzialità ancora da svelare dell'uomo. Il suono lavorato da Mondragón è quello dello spazio, ma è nell'impossibilità di sentirne direttamente l'origine che l'adattamento fa sentire e rende perciò evidenti le proprie mancanze. Su queste mancanze la potenza del suono opera collegando e facendo incontrare il nostro orecchio a ciò che non tanto ci è precluso, bensì rimane così spesso inascoltato: nel rituale la propensione all'ascolto dello spazio non è più soffocata e ne siamo così posseduti, anche se questo non è per forza di cose garanzia di una qualche realizzazione. Tutto ciò non si potrebbe dire senza l'immagine. Mariana Dianela Torres enfatizza, se così si può dire, le sonorità, propagando il rituale. Il mezzo, ciò che permette l'attraversamento e lo schiarirsi, è la Torres stessa e non tanto il cortometraggio in questione. Attraverso la regista - medium che più volte opererà grazie al cinema e di cui qui prenderemo in esamina solo due film - ciò che arriva alla vista si imbastardisce col suono. È da questa mescolanza che nasce quel frutto che permetterà il rituale che è Sincronía: il mescolarsi di qualcosa che è insieme incantevole e atroce. Il suono che ci giunge ci incuriosisce, è vero, e ci pone di fronte a un inesprimibile, che è tale non solo in quanto non conosciuto, ma anche perché non ci compete in alcun modo: non sapremmo viverci senza tecnologia, è al di fuori delle nostre potenzialità biologiche (non che la tecnologia stessa non sia, comunque, una nostra possibilità). C'è di più: in qualche modo per la Torres sosteniamo l'orecchio perché la vista e questo fa sì che Sincronía possa solo perché il suono. In questa commistione inspiegabile ci è precluso così lo sguardo ed è con Uno no es tan débil como para sucumbir ante situaciones así (Messico, 2017, 4'), che si potrebbe dire sia vicino a Sincronía solo col binocolo, che possiamo finalmente affermare di poter dare uno sguardo al cielo e uno alla terra.
Dal sussurro di qualcosa che può accadere, che si può sentire, che si può avere il sentore di vedere, la Torres passa poi a guardare ciò che si accinge intorno a noi. Nel farlo, la regista messicana non opererà un passaggio da un cortometraggio a un altro, e sembra piuttosto arbitraria la nostra scelta di metterli insieme, se non fosse che, in fin dei conti, non stessimo facendo altro che operare collegamenti inclini a una certa intimità non intimidita dal medium stesso, garante di pressoché nulla. Tutto sfugge dalle sue mani. Ed è con lo stesso principio, e con la stessa onestà permessa dalla Torres, che ritroviamo in Uno no es tan débil como para sucumbir ante situaciones así quella possibilità di visione preclusa in Sincronía. La questione non riguarda le capacità e l'esclusione dello sguardo ha perciò più del mistico che della cecità. Anche il cortometraggio del 2017 richiama una sorta di rituale e non sarà tanto la spinta a cambiare, bensì ciò che per esso viene mescolato e che ci farà protendere a dire che qualcosa possa, effettivamente, essere guardato. Uno sguardo al cielo e uno alla terra: questo può Uno no es tan débil como para sucumbir ante situaciones así, possibilità che Sincronía in qualche modo non era riuscita a ottenere. Mantenute salde le radici, la Torres, forse in maniera non tanto fine ma abbastanza onesta in quanto tramite di altro da sé, può svelare gli elementi che permetteranno allo sguardo un realismo magico. Il loro impiego è da sperimentare di volta in volta. Senza un prodotto tra le mani, ciò che rimane è solo la possibilità di poter guardare.


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