Errata corrige #16: Atti impudichi in luoghi pubblici. Miseria del professor Bisoni


«Io non so se moriremo, so che porteremo appresso tanti di voi bastardi,
e dopo sarà il turno delle vostre mogli strette con i pargoli:
arderò i sobborghi, svuoterò lo scroto sulle lapidi.
Ostrogoto deumanizzatore mostro aristocratico,
ogni forma di espressione sarà vista come oltraggio.»
(Nerthus Division, Aristokrator)

«I fight it the same, don't waste this day.»
(Lamb of God, Memento mori)

«Però prima di sparire totalmente
voglio far capire a tutti che non c'entro con 'sta scena di rifiuti.»
(Ozone, Lupo)

I caprimulgi, in quella fine di maggio di un paio d'anni fa, s'alzarono in volo dai rami dell'albero di fronte alla sua finestra quando accadde, all'interno di un perimetro non più grande della stanza in cui scrivo e comunque più profondo dell'abisso tra le galassie, un'impercettibile per chiunque ma non per lui perturbazione, troppo flebile per essere recepita da un misuratore di onde elettromagnetiche ed esageratamente subconscia per essere riferibile a un ordine spirituale o teologico, del silenzio dell'increata, eterna, unica, infinita Sostanza: e fuori nuvole che sembravano appese scaricavano i colori della città, e di lì a poco avrebbe iniziato a piovere, non forte ma incessantemente, per alcuni giorni o forse addirittura una settimana, comunque abbastanza perché si potesse dire, con Inio Asano, che il cielo non si stancava di piovere, ma per allora Bisoni avrebbe già accomodato le proprie carte, finalmente corrette e pronte per essere esposte al convegno, dentro una cartelletta che alle sue studentesse piaceva raccontare usava già quando aveva la loro età, solo che allora non conteneva testi ma disegni, illustrazioni simili a quelle che Leland aveva usato per accompagnare l'Aradia.
Quindi la Sostanza tornò a tacere,
e a questo silenzio creativo della Causa Sui Bisoni s'allineò per molto più tempo di quello che il cielo ebbe tenacia di piovere.
[Ora.] Mi trovo seduto, scomposto, nella stanza in cui passo la maggior parte delle ore da quando ho smesso di lavorare in cucina, di fianco a me il libro di cui la foto in copertina al post se ne sta colla costola rotta a circa il 22% del suo volume, pgg. 147-158, «L'importante è che le visualizzazioni rimangano basse, altrimenti [...] mi tocca rifare di nuovo il canale.» Esempi italiani di nuova cinefilia radicale sul Web, e il dilemma cui apre questa cosa del Bisoni mi si fa bruciante, una volta che ne ho conclusa la lettura: il passamontagna o la penna? Cerco di sistemare la costola ma mi rendo conto che è impossibile, così la rovino su più punti, così da confondere Dio e cessarne i gemiti. Ma qualcosa continua ad ardere, e non mi sembra sia dentro di me, no, proviene da più lontano—dall'Egitto, forse? «Io che sono l'ultimo parlerò al vuoto in ascolto.»
Bisoni, da buon esperto di storia della critica cinematografica e nella pazienza e tranquillità dovutegli da una cattedra universitaria, pone la propria sicumera al servizio dell'ignoranza e, mediante la mise en abîme di un vuoto tanto di ricerca che di affezione politica, si scosta da se stesso per riportare all'attenzione del nuovo Concilio di Lipsia una sgrammaticata e disattenta geremiade di cui già il titolo attesta il mistero: Esempi italiani di nuova cinefilia radicale sul Web. Cos'è infatti questa «cinefilia radicale»? Bisoni non lo dice, limitandosi a dire ciò che essa non è: «Per cinefilia radicale intendo un tipo di cinefilia che rifiuta di essere ridotta all'esperienza generica di un "semplice" amore per il cinema o riportata nell'alveo di quella bulimia mediale resa possibile dagli scenari digitali odierni». Che di questo cinefilia si possa fare solo una teologia negativa è in realtà un passaggio cruciale della nostra prassi, ma definirla in rapporto a ciò rispetto cui si distanzia significa, di fatto, non apprenderla, scansarne la portata, insultarne i modi, tanto più se, nel seguito e in maniera affatto parassitaria, la si tenta di ricondurre in quando storiografico che è di riferimento più per chi ad esso la sussume che dei suoi operatori: «La cinefilia di cui mi voglio occupare si richiama, anche se non sempre esplicitamente [ma va?], alla cinefilia degli anni settanta e almeno in parte al suo progetto: il tentativo di tenere insieme l'amore per la storia del cinema classico/moderno e il radicalismo estetico proprio del modernismo politico, all'interno di una strategia di gusto distintivo rispetto al consumo del cinema mainstream e alle dinamiche low e middle brow a esso collegate». Sebbene non sia chiaro a quale cinefilia il Bisoni si richiami, visto e considerato che a quanto ci risulta gli anni Settanta non hanno avuto una cinefilia ma una molteplicità eterogenea per modi e obiettivi di cinefile irriducibili a unità se non, ancora, nel senso di un'avversità al sistema mainstream, pure il suo inquadramento storico traballa, riassumendosi in un disperato, incolto e untuoso tentativo, tipicamente scolastico e perciò, tanto più, opinabile e vergognoso, di far radicare qualcosa al tempo, di tenderne una genealogia. Anche quando, come ho ampiamente dimostrato nella mia tesi di laurea, Politiche del cinema sperimentale in Italia, ogni genealogia, a riguardo, è impossibile. Si potrebbe a questo riguardo chiedere a Bisoni di essere un po' più specifico (quale cinefilia? quella francese? quella brasiliana? quella statunitense? e, ancora, nello specifico, ad esempio di quella statunitense, quella di Mekas o quella di Vogel? etc.) o, quantomeno, di dar ragione l'unità imposta da lui a cinefilie così composite. Ma siamo solo al primo paragrafo, e non finiremo più. 
Posta più l'esistenza che l'essenza della cinefilia radicale, il Bisoni la individua nei seguenti blog: Oltre il fondo, Markx, Visione sospesa, Impervie, ardue visioni, L'emergere del possibile. Insomma, la mia blogroll, se non fosse che, con un notevole disimpegno etico e critico, a questi c'aggiunge il canale YouTube di Frusciante, che che cosa c'entri col resto penso l'abbia capito solo lui quella volta che era strafatto di peyote nel deserto di Sonora. E scrive: «I soggetti che animano queste pagine web sono in relazione tra loro. Commentano i rispettivi post, animando discussioni anche su altri canali (per esempio le rispettive pagine Facebook, che non sono state monitorate [e infatti hai detto una cazzata]). Ciò significa che se facessimo una mappa di questa configurazione cinefila rappresentando gli attori in campo in termini di nodi e legami ci troveremmo di fronte a un "piccolo mondo", un cluster altamente interconnesso, una rete sociale su scala ristretta ma molto "densa", caratterizzata da un alto tasso di connessioni dirette tra i partecipanti.» A livello formale, tutta questa manfrina non è che un postulato, peraltro non più valido ora e nemmeno al tempo in cui Bisoni scriveva (penso siano almeno due anni da allora che l'interconnessione fosse decaduta), che gli serve, da un lato, per fare di tutta l'erba un fascio, una fascina - tipico atteggiamento fascista che Bisoni evidentemente impiega a tributo di quell'altro pelato - e, dall'altro e di conseguenza, per poter inventarsi la realtà storica e metafisica della cinefilia radicale sul web e, quindi, parlarne o, peggio ancora, essere ascoltato a riguardo. Sfortunatamente per lui, tutto ciò non si risolve che con un pugno di mosche, e, nonostante i riferimenti, l'intero scritto del Bisoni prende in considerazione quasi esclusivamente l'EdP. Cosa peraltro legittima, se i presupposti sono quelli del radicalismo, esente altrove. Ma, di nuovo, la riconduzione, falsificante e per noi umiliante, dei blog in un'alveo, quindi di una connessione tra blog che nelle fantasie erotiche del Bisoni impegna anche noialtri, gli rende legittimo il concetto di una cinefilia radicale sul web, invero inesistente o comunque esclusiva della parte nostra.
L'idea di cinema che accomuna questo universo/piccolo mondo/galassia/cluster (non interveniamo sulle nozioni astronomiche del Bisoni, altrimenti facciamo mattina), idea che egli dice figlia di Fuori orario senza minimamente giustificare una simile infamia, si dimostra «[affermazione non verificata] compatta e coesa», a patto però di considerare che «il più iconoclasta dei blog è L'emergere del possibile, dove, affianco alla celebrazione di cineasti sperimentali come Paul Clipson e Robert Todd, marginali persino rispetto al canone degli autori pluripremiati nei festival, si possono trovare stroncature dei film di Paolo Sorrentino». Chiaramente, Bisoni non è abbastanza audace da citare altri che Clipson e Todd, delle cui opere ormai sembriamo i detentori dei copyright, e tuttavia è abbastanza abile, ancora, a mostrare la propria ristrettezza di vedute e la sua eminente ignoranza, dal momento che, a quanto ci risulta, sia Clipson che Todd sono tutt'altro che «marginali persino rispetto al canone degli autori pluripremiati nei festival», affollando le loro opere i principali festival di cinema sperimentali americani e europei (non ultimo, Rotterdam, che non è certo il festival del patronato di Nomadica). Ma forse il Bisoni, così attento alla cinefilia radicale, alla militanza cinematografica e via dicendo, dimentica che non esistono solo Venezia, Cannes e Locarno ma anche il Transient, l'Ann Arbor e l'Alchemy (giusto per citare solo i nostri preferiti). E continua, sempre sui festival: «Il lavoro dei blogger in questione potrebbe essere studiato anche come una delle risorse di espansione/supporto del network dei festival analizzato nei lavori di Marijke de Valck e nei festival studies più in generale. È il tipo di cinema ospitato nelle varie sezioni dei festival di Locarno, Rotterdam, Trieste, Torino, Copenhagen, ma anche Berlino, Cannes e Venezia, o di mostre come quella di Pesaro, che in questi blog viene costruito retoricamente come un'alternativa alla produzione commerciale, rilanciando un'idea piuttosto tradizionale tra cinema "artistico" e cinema d'intrattenimento». Chiaramente, Bisoni qua non si sta riferendo all'EdP, perché, come sopra, di questi festival io scrivevo sì e no quattro anni fa, dopodiché, grazie soprattutto alla Rusalen, li ho aborriti; tuttavia, è evidente la confusione ingenerata allorché si parli di Pesaro, visto e considerato che (1) ci risulta siamo i soli a prenderlo in considerazione e (2) non abbiamo mai costruito una retorica attorno ad esso ma abbiamo anzi più volte sottolineato come, storicamente, esso abbia rappresentato una lenta e inesorabile deriva dal progetto, oriundo, da cui era programmaticamente nato e che, almeno nelle intenzioni, rappresentava non un'alternativa bensì una rottura (a questo proposito, l'anno prima della stesura dell'intervento del Bisoni abbiamo realizzato una serie sulla cinquantatreesima mostra del Nuovo Cinema, di cui qui il primo pezzo: serie che il Bisoni avrebbe potuto evitare di ignorare, anche e soprattutto nell'ottica di una cinefilia radicale e militante... brutta bestia, la disonestà intellettuale). 
Dopo l'idea di cinema, l'idea della critica. E, ancora, cogli stessi toni, manifestanti il medesimo, bieco interesse: a Bisoni nulla importa di specificare e connotare positivamente, cioè nel pieno delle proprie significazioni, anche quando queste fanno a meno di un'idiomatica sistemica e strutturante, quanto, piuttosto, separare, disgiungere. Fare dell'innocua teologia negativa. E, se l'idea del cinema che per Bisoni eviene dall'EdP è tale non per una propria positività ma in quanto contro il cinema mainstream e festivaliero, come se noi non scrivessimo altro che stroncature e le migliaia di recensioni su cineasti pressoché sconosciuti, almeno qui in Italia, non esistessero, recensioni nelle quali è esplicito il fatto stesso che non sia possibile né un'idea di cinema né un cinema come unità trascendentale delle pratiche filmiche, questione sulla quale abbiamo più volte dibattuto e che Bisoni tralascia, contento, forse, di poter vedere Karel Doing così come vede il collettivo Prisca o parlare di Frédérick Maheux all'interno di una semantica entro la quale può dire pure di Enzo Cillo, insomma se l'idea del cinema si afferma nella negazione di ciò che non è, anche a livello della critica Bisoni non trae altro che questa miseria: «La profondità di sguardo che questa nuova cinefilia pensa di esercitare non viene costruita, se non in pochissimi casi, a partire da un insieme di riferimenti teorico-metodologici "alti". All'attenzione per un cinema "difficile" [sic] non corrispondono necessariamente strumenti di lettura altrettanto distintivi [...] Ciò si spiega almeno in parte con il fatto che la funzione primaria che questi blog danno non è di rinsaldare ciò che Christian Keathley [seriamente, sarebbe questo uno di quei riferimenti aulici?]» definisce l'"explanatory mode" della critica cinematografica». Qual è dunque la funzione primaria, positiva, che questi blog si danno? [silenzio] E qual è invece l'insieme di riferimenti teorico-metodologici cui facciamo riferimento? [silenzio] Si sa solo che non è pan bagnato... ma sarà zuppa? In realtà, Bisoni, contestualmente, prende ad esame Markx, che è fondamentalmente un blog directory, dimenticando che Oltre il fondo e Bombus fanno ampiamente uso dell'explanatory mode. Peraltro, quel che fa Markx è, a voler essere onesti e precisi, caro Bisoni, ciò che accade comunemente in ambito di critica: dico la mia nel panorama delle mie conoscenze relative alla materia. E questo lo fa chiunque, dallo spettatore che esce dalla sala a Rondolino. Quanto a noi, è ovvio che sia impossibile far riferimento alla trama. Dovremmo dunque parlare della tecnica usata, della genesi dell'opera? Cinematograficamente parlando, abbiamo due soli riferimenti: Grigorij Efimovič Rasputin e Saint-Pol-Roux. Di qui i nostri pezzi. Perché dovremmo fare ciò che fa Scott MacDonald, se già Scott MacDonald lo fa così bene? Senz'altro, abbiamo letto troppo poco e manchiamo di conoscenza teorico-metodologica, se la nostra regina rimane la Michelson, ma siamo altrettanto felici di riuscire a scrivere deleuzianamente di cinema accantonando il cinema di Deleuze, com'è diventato prassi fare in rete: e questo perché, a nostro avviso (e con Deleuze), il pensiero inizia con una violenza o con un incontro, e se questa violenza o questo incontro vengono dati da una visione cinematografica, ciò che si deve restituire è l'attività del pensiero a seguito di quella violenza o di quell'incontro, non la violenza o l'incontro originari perché, appunto in quanto origine, di essi non si può dire che di ciò rispetto a cui sono origine, dunque ciò che hanno originato (il pensiero, o comunque quei sentimenti che noi pubblichiamo). Di qui, riesce davvero difficile incanalare la seguente affermazione nella nostra prassi: «Dal punto di vista dei registri della scrittura si trova in linea di massima l'accettazione diffusa dei formati tradizionali del discorso critico [palesemente, aggiungerei]. I lunghi monologhi di Cazzin sul suo canale YouTube (nella prima versione del canale: in presenza davanti alla webcam, e nella seconda versione, solo tramite voice over) richiamano quelli di Enrico Grezzi a Fuori orario [sic] e i post sui blog sono costruiti come versioni da blog diaristico della recensione standard». Ma, ancora, Bisoni, quand'è dal lato positivo, anziché negativo, della descrizione, evita di far nomi, di riferire precisamente, e tutto ciò non fa che rendere fumoso, al limite dell'inaccettabile: così, il blog diaristico si può forse far evincere in Visione sospesa, che del diario in effetti recupera la forma-smemorando attraverso l'ignoranza sintattica e grammaticale, oltreché per un sentimentalismo patetico e diffuso, mentre «una struttura che richiama le funzioni di "servizio" di questa tipologia discorsiva, dove devono ricorrere almeno un riassunto della trama [riassumi Chinese series di Brakhage o ti tiro una sberla], una parte analitica e una di giudizio» si rinviene in Oltre il fondo e Impervie, ardue visioni. E noi? Ecco qua: «Nè mancano linguaggio scurrile e toni da invettiva. Basta leggere ancora una volta L'emergere del possibile per accorgersene». Questa sarebbe la nostra idea di critica, per il Bisoni, qui viscido come un prete. E, sicuro, bisogna davvero essere dei coglioni per pensarlo, ma la cosa nauseante è che, ancora una volta, Bisoni gioca sporco e in maniera vigliacca; a cosa infatti riferisce tutto ciò? Non alla critica che facciamo in maniera massiccia e seria sulle migliaia di film sperimentali di cui incessantemente scriviamo, ma per una rece su Nanni Moretti che, nell'economia del blog, non fa davvero testo.
Come se non bastasse, in tutto questo delirante spreco di parole, Bisoni allaccia il nostro blog al mio canale YouTube, ora chiuso. Lo fa indebitamente e ingiustificatamente, ma ciò gli permette, attraverso un passaggio logico del tutto acritico, di inserire surrettiziamente nel discorso «una mediafobia che fa concepir loro l'esposizione on line come un mero strumento al servizio di una politica culturale centrata sulla parola e la scrittura». In termini piani, si tratta di evidenziare una differenza, una soglia che faccia da differenziale - a suo avviso - tra noi e loro, dove questo loro, nelle idee di Bisoni, coincide, forse, col pubblico dei multiplex o dei festival più blasonati in generale. Ma, come sopra, è del tutto inesatto. Non solo soltanto io, tra tutti i blogger citati ho (avuto) un canale YouTube, ma, pure, quel canale non poteva in alcun modo trovare senso all'interno del disegno dell'EdP. Dal lato dei blogger, quindi, è inesatto parlare di una mediafobia: semplicemente, Markx, Oltre il fondo e gli altri trovano nella scrittura lo strumento ideale, e della forma-video interessa loro piuttosto poco, almeno relativamente alla pratica della critica cinematografica. Basta questo a parlare di mediafobia? Delle puttane che glitterano le rece cinematografiche su YouTube, invece, di cosa bisognerebbe parlare? di mediafilia o di un totale disinteresse verso la forma scritta e, quindi, del prodotto recensito? La verità è semplice, Bisoni: la scrittura fa arretrare chi scrive da ciò di cui scrive, mentre il video è un vero e proprio investimento della persona sull'argomento trattato. Non serve leggere gli ultimi studi di Pinco Pallino sugli youtubers, bastano due paginette di Derrida. Secondo poi, il canale YouTube del sottoscritto aveva un senso nel momento in cui, per l'appunto, ciò che era lì non poteva essere qui. Per gli argomenti trattati, ma non solo. Anche per la forma. Bisoni, invece, continua a fascistizzare, a far fascine, e da questo caos concettuale e teorico è sempre più difficile uscirne. Come quando, poco più avanti, nell'estasi mistica di chi crede d'aver finalmente trovato la chiave di volta, scrive: «È dunque vero che i critici-blogger, per quanto scettici e disillusi verso la dimensione social dei nuovi media, trovano nel web un meta-medium inevitabilmente d'elezione: perché consente loro di accedere a una gran parte dei contenuti cui hanno voglia e bisogno, e perché offre uno strumento in grado di supportare l'esistenza d'intervento culturale intenso e diffuso». Riassunto: i blogger sono mediafobici in quanto «l'esposizione on line [è da essi concepita] come un mero strumento al servizio di una politica culturale centrata sulla parola e la scrittura», la mia cinefilia radicale manifesta «un sostanziale disinteresse per la rielaborazione creativa di contenuti video in un'ottica di prosumer» perché la mia cinefilia è «desiderosa di elitismo» (capolavoro logico, questo!), e però il web è un meta-medium d'elezione. Qualcosa non torna. E l'errore è evidente: Bisoni si chiede cosa fanno i blogger, spesso nella forma del cosa non fanno, ma non capisce che questa stessa domanda coincide con un'altra che ne fa anche, in qualche modo, da premessa, e cioè «cosa vogliono i blogger?». È molto più semplice di quanto si creda - ed è molto meno complesso e confusionario di quanto lo faccia apparire Bisoni, che vuole però a tutti i costi parlare di ciò di cui non capisce un cazzo. Chiediamoci: cosa vuole Frusciante? Frusciante parla di cinema perché è il suo lavoro, o almeno per lui è un modo d'arrotondare lo stipendio. Insomma, lo fa per il guadagno (lo farà anche per passione - passione per film di merda - ma in sostanza è Frusciante, io ascolto Frusciante, guardo quel film perché ne ha parlato Frusciante). Cosa vuole invece Visione sospesa? ViS vuole sostanzialmente scrivere di cinema perché così - lui pensa - può diffondere quel film che - crede - non è abbastanza conosciuto. Idem Oltre il fondo, che è fondamentalmente il suo maestro. In questo caso, l'effetto è diverso: io guarderò quel film non perché ne ha parlato ViS, ma perché ho voglia di guardarlo, e grazie a ViS o Oltre il fondo l'ho scoperto. Cosa vuole invece l'EdP? Chiaramente, non risponderò a questa domanda qui, ma è evidente che l'intento, nostro, sia ancora diverso e da Frusciante e da ViS/OiF. Tutto qui. Perché complicare qualcosa che è semplice, Bisoni? Ci tieni così tanto alla tua riterritorializzazione che sei quasi commovente, ma non funziona - e non funziona perché applichi schemi concettuali a noi estranei, e la tua ricerca non è genuina, meglio non è invero una ricerca, perché i blog e le esperienze di cui parli non diventano, sotto le tue mani, oggetti di ricerca ma esempi da cui trarre conclusioni pregresse, in linea colle tue convinzioni da docente retribuito - come tutti - per fraintendere qualunque cosa.
Quali sono dunque le conclusioni che trae Bisoni? Eccole: 
  • «Possiamo considerare la piccola galassia dei blog cinefili come un network di nuovi intermediari sub-culturali non salariati»... Un momento. [Poche righe sopra] «Non conoscevo le pagine di L'emergere del possibile. Il blog mi è stato segnalato da un mio studente cinefilo il quale mi ha detto che gli è servito per arrivare a film fino a quel momento sconosciuti. E lo stesso Cazzin rivendicando i propri meriti scrive: "[...] La gente chiede i film direttamente ai registi, e, questa pratica, l'abbiamo insegnata, divulgata noi"». Plot-twist. Io sono un intermediario; improvvisamente, non lo sono più perché, appunto, divulgo quella pratica del «chiedere direttamente ai registi» che annulla qualsiasi tipo di mediazione... Bisoni, all'apice della sua confusione, si toglie la maschera, e dimostra quanto poco abbia appreso dall'EdP, quanta poca ricerca sia alla base del suo scritto e quanto in realtà egli non voglia far altro che dir la sua perché sì. Ma non funziona così, così è solo una pagliacciata. E ha ragione il tuo studente, perché è quello che noi facciamo: la prima pratica messa in essere dall'EdP è quella della sparizione delle mediazioni, dell'eliminazione degli intermediari. Siano essi festival o critici. Chiedere direttamente ai registi, che altro? è così semplice... e come possiamo noi quindi essere intermediari? Lo saranno gli altri, non certo noi: noi non abbiamo nessuna pretesa di insegnare a guardare, tantomeno il cosa o il come. Ci stanno solo sui coglioni i critici e i programmatori, i curatori e via dicendo, e tutto ciò che facciamo è rendere visibile la loro fondamentale inutilità, palesare la possibilità di una mediazione = 0 tradotta in una sostanziale libertà dello spettatore di guardare ciò che vuole, al limite - contestuale a questa libertà e a nostro avviso di fondamentale importanza - di continuare a chiedersi perché voglia vedere quel film. Una politica della visione personale, intima. 
  • «Il lavoro dei blogger cinefili, per quanto marginale nel linguaggio e nella pratica di certi estremismi di superficie, si pone al fianco delle istituzioni culturali che nella nostra società si incaricano tradizionalmente di promuovere i consumi distintivi nelle arti di massa e, più in generale, il rilievo sociale della sfera estetica. L'azione della cinefilia radicale può apparire meno radicale di come si auto-rappresenta: si colloca sulla scia - tutt'altro che rivoluzionaria - di quelle forze sociali, che, coscientemente o meno, come direbbe Richard Shusterman [noto maoista], celebrano i legami benefici tra l'arte come necessaria esperienza quotidiana e la sfera del comportamento etico, cioè della vita pratica [...] L'esistenza di blog come L'emergere del possibile, Oltre il fondo, Markx, Visione sospesa, Impervie, ardue visioni mostra che i media digitali hanno dislocato/rilocato anche i discorsi critici, più o meno tradizionali che essi siano [RITERRITORIALIZZAZIONE]. Tale rilocazione non coincide con un superamento integrale degli scenari esistenti ma piuttosto con forme di persistenza, come dimostra l'esistenza di una cinefilia radicale che usa il web per promuovere meccanismi familiari di distinzione e rivisitare i modi di un radicalismo politico/estetico abbastanza tradizionale [CATTURA].» Che sollievo! Per un attimo Bisoni si era sentito in pericolo. Ma che splendore, alla fine. In appena cinque paginette Bisoni è riuscito a fascistizzare l'EdP, facendo della sua ex-blogroll una fascina per intenti e pratiche, e a porre tutto il lavoro svolto dai blogger presi in esame al fianco delle istituzioni culturali quali ad esempio il DAMS e altri centri estivi della cultura. Come, questo? De mysteriis dom sathanas... E la radicalità di questa cinefilia? la sua ridicolaggine, sunta in un non meglio specificato tentativo di celebrazione dei legami benefici tra l'arte e l'etica. Ma cosa significano, per Bisoni, «i legami benefici tra l'arte come necessaria esperienza quotidiana e la sfera del comportamento etico, cioè della vita pratica»? Forse quello che Foucault, sulla scorta di Nietzsche, trova nei greci? fare, cioè, della propria vita un'opera d'arte (ἐγκράτεια), creare delle nuove possibilità di vita? Mi viene da ridere, e Bisoni glissa, perché non è quello il punto. Il punto è un altro, ed è il cuore nero dell'istituzione, nonché la sua cecità, incarnata in questo scritto-frode di Bisoni: alla fine di tutto, cosa c'è? cosa ci dicono i blog, oggi? la cinefilia radicale cosa esprime? perché è importante? perché Bisoni le dedica attenzione? Per questo: «I media digitali hanno dislocato/rilocato anche i discorsi critici, più o meno tradizionali che essi siano». Ovvero: attenzione, i blog hanno delocalizzato il discorso critico. La rivista cartacea, il libretto che ci facciamo noi post-convegno, le troiate che scriviamo e che Mimesis e DeriveApprodi ci pubblicano perché abbiamo una cattedra, quindi studenti che ne saranno acquirenti, non hanno più il monopolio e il prestigio che avevano. Soprattutto, risultano parziali. E vetusti. Tanto più se quei coglioni dell'EdP permette che gli studenti prendano coscienza della loro autonomia, si sbarazzino degli intermediari e siano artefici della propria cultura - una cultura che noi, docenti svogliati, non avremo mai la voglia o il coraggio di affrontare. Quindi, che fare? dobbiamo preoccuparci? No, perché «tale rilocazione non coincide con un superamento integrale degli scenari esistenti ma piuttosto con forme di persistenza, come dimostra l'esistenza di una cinefilia radicale che usa il web per promuovere meccanismi familiari di distinzione e rivisitare i modi di un radicalismo politico/estetico abbastanza tradizionale»; in altri termini, c'è un potenziale latente nei blog? Senz'altro. Ma, tranquilli, sono tutti abbastanza ignoranti e privi di riferimenti teorico-metodologici "alti" da non intendere il proprio potenziale... e, spiace ammetterlo, ma è così. È vero che i blogger presi in esame, eccetto noi, replichino quei meccanismi che sono propri di ciò contro cui invece il blog, nella sua forma e inteso radicalmente, dovrebbe farsi. I blogger replicano, cioè, meccanismi che l'università conosce e gestisce meglio. Che i critici radicalmente radicali, come ad esempio Aprà, hanno già sperimentato. Peccato, per Bisoni, che, se è vero che ciò riguarda chiunque, è altrettanto vero che, esperimenti di rotture e trasformazioni, noi dell'EdP li abbiamo fatti, a partire dalla già citata sparizione della mediazione, categoria così hegelianamente cara al Bisoni ché neanche di fronte all'evidenza riesce a sbarazzarsene, e passando per quei due NOFEST, clamorosamente taciuti (chissà perché...) dal Bisoni.
S'è fatto tardi. Il silenzio creativo dell'increata, eterna, unica, infinita Sostanza attesta il sonno di preti e burocrati. Una perturbazione di questo silenzio verrà comunque e inevitabilmente. Non si tratta di chiedersi quando accadrà ma se, allora, sarà ancora troppo flebile per essere recepita da un misuratore di onde elettromagnetiche ed esageratamente subconscia per essere riferibile a un ordine spirituale o teologico.
[Intanto.] Contro a una cinefilia radicale è necessario rivendicare una politica della visione in grado di esprimere il proprio dissenso, nella forma anche della violenza e della devianza strutturali, rispetto al realismo politico dell'istituzione cinematografica, intesa quest'ultima come res extensa che vive su un vuoto di significati nel quale e sopra il quale le sue significazioni hanno valore perché prive di qualsiasi valore: solo la continuità storica e l'assenza di ricerche devianti, perverse o quantomeno destrutturanti quell'assenza di fondamento su cui l'istituzione cinematografica trova il proprio fondamento, permette tanto all'istituzione vigente, al potere attuale di manifestarsi quanto di mantenersi davanti a noi col proprio univoco sistema discorsivo, quindi dentro di noi nella forma del dominio passionale e cogitativo. Non è un problema del Bisoni, ma dell'istituzione - accademica, festivaliera, museale, critica - in quanto tale. Questa, infatti, anche quando tenta di approcciare - comunque sempre a scopo di riterritorializzazione - realtà ad essa eterogenee e discontinue in sé (il cinema sperimentale, L'emergere del possibile), lo fa nella maniera di una progettualità che la trascende, con valori e schemi concettuali ad essa innati. Basti pensare alla storia del cinema di Rondolino, alla sua visione del cinema sperimentale, o, ancora, alla nascita e allo sviluppo dei tre più importanti festival di cinema italiani (Venezia, Pesaro e Torino) (cito questi esempi non perché più eclatanti di altri ma perché sono quelli che mi interessano e su cui ho scritto la tesi tempo fa). La storia del cinema in Italia, non meno che le sue pratiche e i discorsi attorno a esso, sono tutte legate a quel pensiero unico che l'istituzione, nelle sue varie forme e attraverso le maniere più differenti e originali, ha condotto, imbastendocelo sottopelle. Ma quest'istituzione funziona su una rottura epistemica colla storia: la storia contraddice continuamente le pratiche di visione e i saperi disciplinari che l'istituzione - accademica, festivaliera etc. - vuole invece far funzionare perché funziona con essi, all'interno di essi. Mettere in dubbio la storia del cinema come inventare nuove pratiche di vedere i film e parlare/confrontarsi, anche tra sé e sé con essi, è l'unica ricerca possibile, oltre ad essere la sola che valga la pena fare: essa, in quanto sincera e genuina, non può che farsi fuori dalle università, fuori dai festival. O dentro, com'è accaduto ai sottoscritti in sede di tesi o nei resoconti di Pesaro nel 2017: ma, allora, la ricerca diventa sabotaggio. In un caso come nell'altro, di violenza si tratta; ma di una violenza che non si confonde con quella, tanto più silenziosa quanto più inquietante, dell'istituzione, perché è contro di questa, sì, ma solo poi, in seguito cioè a quell'altra violenza, molto più intima, che riguarda in primo luogo la propria persona, la quale dev'essere depurata da tutti quei valori, concettuali ed estetici, coi quali l'istituzione ci ha, surrettiziamente e violentemente, disciplinati, al limite di farci credere che questa nostra postura, che ci ricurva su noi stessi, sia in realtà sempre stata la nostra. Ma no, non lo è e può non esserlo più. È un mio, nostro diritto. Contro il diritto dell'istituzione. E tra due uguali diritti, scriveva Marx, decide la forza.

10 commenti:

  1. Grazie per tutto. Complimenti

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    1. Grazie, nobile ignoto!

      Per approfondimenti segui l'hashtag su IG: https://www.instagram.com/p/CBbCFLWo0nY/

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  2. Salve! Leggerei molto volentieri la tua tesi, è possibile in qualche modo? Grazie in anticipo e grazie per il vostro operato sul blog

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    1. Certo, volentieri. Scrivimi che te la invio per .pdf
      talkinmeat@gmail.com

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  3. Sono in larga parte d'accordo con quello che hai scritto. C'è solo una cosa che mi lascia perplesso: non pensi che sostenendo la necessità di uscire dall'ambiente universitario per mettere in discussione una storia del cinema tu la stia (l'università intendo) banalizzando?

    Mi spiego meglio: da questo articolo traspare una visione dell'accademia come di un ambiente in cui non è concessa alcuna forma di marginalità, e in cui non sono presenti approcci contrastanti. Come se ci fosse una sorta di pensiero unico. Nelle facoltà si possono un'immensità di correnti di pensiero che fanno a morsi l'una con l'altra. Basta una brevissima ricerca per rendersi conto di come oggi gli articoli pubblicati dai ricercatori dicano le cose più disparate e di come il dibattito sia più eterogeneo che mai.
    Dunque non ti sembra di cadere nello stesso errore di questo Bisoni? Quello di semplificare e fascistizzare?

    Non solo personaggi come lo stesso Deleuze hanno pubblicato alcuni dei loro testi più rivoluzionari in ambito accademico, ma quotidianamente ci sono esperimenti marginali che sfuggono a una presa centripeta. Anche in contesti di ricerca in scienze naturali, dove maggiormente ci si aspetterebbe un'egemonia assoluta dall'esigenza che da quelle stesse ricerche si debba poter capitalizzare il più possibile, ci sono articoli con scoperte che esplorano percorsi non necessariamente utili a un equilibrio di un sistema.
    Anzi, spesso sono state proprio le pubblicazioni in ambito accademico a mettere in crisi il sistema stesso (vedi anche Foucault, che, per quanto non mi stia simpatico, è riuscito ad avere un impatto tale da fagocitare i modelli epistemici delle università americane).

    Quindi non capisco da dove derivi questa tua convinzione che l'università possa solo essere intrinsecamente reazionaria.
    Inoltre non pensi che rinunciando a qualunque mediazione si corra il rischio di diventare inermi? Se la nostra ricerca non ha una risonanza sufficiente?
    Forse vuoi promuovere una sorta di cura del sé, non intesa come "far della propria vita un'opera d'arte", ma come "riuscire a pensare in modo autonomo quando si sceglie". Il problema però è che le mode (intese in senso statistico) ci sono sempre, così come i meccanismi di influenza sociale, ed è difficile immaginare un mondo in cui un pensiero che va per la maggiore non influenzi i nostri modi di ricevere la realtà.
    Quindi non capisco bene come intendi la pratica di resistenza.

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    1. Sono d'accordo con te, e credo di essermi espresso male.

      Io non critico l'università tutta, né credo che l'università possa in sé fare sistema. Ci sono ricercatori e dottorandi con i controcoglioni, ma anche professori. Io stesso nella mia carriera da studente te ne posso citare alcuni: Ugazio, Brandalise, Chignola, Alovisio. Sono relativamente pochi, se pensi ai professori che una persona incontra tra tutti i corsi da frequentare. Però è chiaro che ci siano.

      Ora, il mio discorso, che non voleva essere sistemico dell'università ma specifico del cinema in ambiente universitario, guardava appunto a quello che l'università stessa ha prodotto, e mi spiace quanto m'inquieta dirlo ma non trovo contro-ricerche, situazioni marginali o che altro. Che un ricercatore vi sia a fare qualcosa di idiosincratico rispetto alla vulgata dominante dell'accademia è abbastanza facile ammetterlo o supporlo, ma la ricaduta pratica, che è quella che poi a me interessa, dove la si trova effettuata? Non volevo in alcun modo fare un discorso sull'università, e mi sono concentrato sulle cattedre: e anche il professor Bisoni non fa sconto. La storia del cinema quella è, gli articoli si scrivono in un certo qual modo e, insomma, mi pare si lasci ben poco margine.

      Che da qui a sostenere la mancanza di eterogeneità del dibattito accademico, ce ne passa... ma, in tutta onestà, a me interessa molto poco di quel dibattito. Però, ripeto, la mia era una critica anzitutto rivolta al Bisoni e poi, ovviamente, ad altre cattedre (posso fare una lunga lista, se vuoi), perché lì si produce un discorso che, nella sua forma, nelle sue intenzioni e per la sua storia, va criticato. Ed è uno, non sono molteplici discorsi. Che poi questo discorso esaurisca l'accademia, no, ve ne sono altri, senz'altro, a partire da qualche dottorando e ricercatore. Ma, anche lì, hai mai dato un'occhiata ai dottorandi di cinema a Bologna? Cioè, per dire, qualche anno fa era passato un dottorato sulla serialità televisiva negli States, che, per carità di dio, in quel parco giochi della cultura che è il DAMS può anche essere molto, se riguarda I Soprano, ma non mi sembra affatto una manovra che recuperi un po' di spazio, tbh. (Questo è un esempio, te ne posso far altri.)

      Detto questo, sì Deleuze e Foucault. Ma, guarda caso, parli di Deleuze e Foucault. Due francesi vissuti in un preciso periodo storico, che qui non prendo in considerazione, e in Francia, dove peraltro si son di fatto fatti la loro università. Sarei curioso di sapere, dal punto di vista cinematografico, oggi, in Italia, tu che esempi possa portare... e non te lo chiedo ridendo, anzi te ne sarei grato se mi facessi qualche nome, perché lo leggerei volentieri e, soprattutto, sarei meno triste.

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    2. Quanto alla mediazione... boh, cosa intendi per mediazione? perché, per quanto mi riguarda, la mediazione è un compromesso. Se così, allora è impossibile qualsiasi tipo di mediazione: o, quand'è possibile, è ovvio che il risultato finale sia inficiato dalla mediazione medesima. Da una parte Maheux, dall'altra Broomer. Due ottimi registi, ma c'è un abisso tra l'uno e l'altro proprio a partire dal fatto che uno ha dovuto/voluto mediare, in particolare con l'ambiente accademico, ma anche con la storia del cinema, e l'altro no, sperimentando con linguaggi e tecniche in maniera davvero inaudita.

      In questo senso, sì, penso che si possa pensare in modo autonomo, ma, come penso di aver scritto da qualche parte (forse a proposito di "bistecca"), pensare in modo autonomo significa fondamentalmente uscire da sé. Come gli operai nelle fabbriche, no? Pensare in modo autonomo allora è lo sciopero. E che cos'è lo sciopero, se non destituire la propria soggettività alienata, serve, per ritrovarsi in un gruppo, in un collettivo in cui ci si ritrova diversamente e, forse, più autenticamente? Pensare in modo autonomo per me è questo: non io che mi tolgo e penso di pensare da me, ma io che ho i miei amici, che mi scelgo e che mi scelgono, insomma io che mi ritrovo cogli altri a parlare, ed è il pensiero di questo gruppo che è il mio pensiero, perché si fa assieme a esso, l'uno che ritratta l'altro e tutti gli altri che si ritrattano in esso. Insomma, scegliersi gli amici, le persone con cui parlare, i propri riferimenti. Da qui io credo possa nascere un modo di pensare autonomamente. Chiaro, la cosa più difficile sarà scegliersi gli amici, e senza alcun dubbio prima o poi si faranno altre conoscenze, quindi altri pensieri, e alcuni amici li si perderà... Per quanto mi riguarda, cinematograficamente ho avuto molti amici, ma molto pochi alla volta, e con ognuno si è formato un pensiero genuino, onesto, che era nostro. Altrettante sono le amicizie tradite, perché a questo punto non si può pensare senza l'amico e l'amico stesso, quando il pensiero cambia, per una situazione nella vita che ti è capitata o un'altra conoscenza che ti fa pensare diversamente etc., si perde - e si perde nel più tragico dei modi, al limite che sia pressoché impossibile riallacciare i rapporti. Ma questa è anche la sincerità di quel rapporto, l'efficacia di un pensiero. (Non so se mi sia spiegato... Comunque è molto più facile di come la fai, almeno per me...)

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    3. No, effettivamente in ambito cinematografico non so citarti una controparte.
      Purtroppo sia lettere che cinema sono materie ancora legate alla distinzione tra high-cult, mid-cult e masscult di Dwight Macdonald e Virgina Woolf. Però, a parer mio, anche laddove ci sono compromessi usati per arrivare a più persone si può trovare qualcosa di nuovo che non sia una semplice depauperazione di una forma d'arte.
      Prendi Lovecraft: alcuni accademici ti diranno che è midcult o middlebrow per via del suo riprendere da Poe certi stilemi rendendoli però più legati a un bisogno di provocare certi effetti emotivi sul lettore non modulati da rappresentazioni simboliche. Per alcuni insomma Lovecraft fa una letteratura che non può definirsi veramente d'avanguardia. Eppure, nonostante questo, io credo che dai suoi racconti emerga qualcosa di assolutamente rivoluzionario, pur non essendo legato alla ricerca o a un esperimento per un nuovo modo di fare letteratura.
      Pensavo un po' a un articolo che lessi tempo addietro su questo blog, scritto da un'esterna, "La natura reazionaria del cinema sperimentale", in cui l'autrice sosteneva una possibile tendenza reazionaria di questo cinema nel suo non riuscire ad arrivare ad un operaio o un impiegato che rientrano a casa la sera esausti dopo una giornata di lavoro. Quindi per mediazione intendo questo, riuscire a fare qualcosa che possa permettere all'altro di trovare una finestra su possibilità nuove, pur senza usare necessariamente una grammatica nuova o difficile con cui rapportarsi senza una certa forma mentis.
      Penso anche ad alcuni videogiochi che, pure essendo collusi completamente con dinamiche capitaliste competitive, riescono a farmi provare sensazioni e modi di percepire il quotidiano unici, a volte con una forza destabilizzante. Penso a Shadow of the colossus, in cui gli spazi vuoti del mondo di gioco acquisiscono una natura che da marginale - come nella maggior parte degli open world - diventa centrale, restituendo un modo completamente unico di sentire una landa desolata.

      Di recente un film che si chiama White Ash trovato su vimeo o anche Small roads di Benning mi hanno ricordato una sensazione simile. Cioè, era diversa, ma non riuscivo a reputarla migliore o peggiore, autentica o inautentica, rispetto a un'opera, che comunque risponde a esigenze di marketing, come SOTC: avevano entrambe una loro irriproducibilità. Quindi la mia speranza - forse ingenua - è che una forma di sperimentazione sia possibile anche in contesti come quelli di Lovecrat o SOTC, solo in una tendenza meno rivoluzionaria per quanto concerne la forma e la grammatica.

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    4. Guarda, su Lovecraft non saprei risponderti, perché non sono così ferrato. Lo sto recuperando grazie soprattutto al collettivo Prisca, dalla cui lettura, come mi pare dalla tua, emerge un Lovecraft inedito ed eminentemente rivoluzionario (https://hyperborea.live/author/collettivo-prisca/).

      Sulla mediazione, nì. Nel senso che quella per me non è una mediazione ma un vero e proprio compromesso. Nulla di male nel fare compromessi, sia chiaro: ma, altrettanto, credo sia ineludibile il problema di una sperimentazione a metà, compromessa o comunque mediata e, quindi, non più specificamente tale. Fai l'esempio di SOTC, ma lo stesso BOTW può girare in questo discorso al paro di SOTC. Si può poi parlare di un capolavoro nel caso dell'uno e/o dell'altro? IMHO, no. Sono ottimi titoli, ma, come dici tu, è palese quella mediazione, quel compromesso che non li rende "unici", come invece - per dire - può essere un gioco come "Journey".

      Anche i film che tu citi sono ottimi, ma, appunto, chi li ha fatti? e perché? Prendi Benning, che già pensa al museo. O Pierce, che è un professore. Sono film incredibili, senz'altro, ma è precipua, anche lì, una sensazione di deja-vu data fondamentalmente da una mediazione fondamentale che, secondo me, è un po' il cancro del cinema sperimentale. E cioè quella di sperimentare all'interno di una sintassi già storicamente costituita, di un linguaggio che non viene messo in discussione. In questo senso, non trovo così diversi un film di Benning da, boh, un videogame della From Software. Pensa solamente alla glitch-art, che ha più o meno spopolato fino a qualche anno fa e che continua ancora oggi ad annoiarci. In fondo, che cos'è la glitch art? meglio, qual è il pensiero profondo di chi sperimenta col glitch? Quello di intervenire sull'unità minima. Ma non è del resto quello che già facevano i Brakhage colla pellicola? (In maniera diversa e detta molto sommariamente, non mi sembra il luogo né il discorso per elucubrare in proposito...)

      Insomma, sì, sono d'accordo con te, secondo me è auspicabile una forma di sperimentazione anche in contesti come quelli di Lovecraft e SOTC, cui aggiungerei pure Pierce e Benning, che davvero non riesco, come te, a vedere così distanti, solo mi chiedo quanto questa sperimentazione possa realmente essere interessante e, soprattutto, efficace. E non perché compromessa col "sistema capitalistico" o col "sistema accademico" o, insomma, come un sistema la cui realtà ed esistenza non la si può che presumere. Semplicemente perché proprio mediando non credo possano essere per tutti. L'esempio di Benning, appunto, o quell'altro di Pierce: sembrano privi di mediazione, ma, in realtà, una mediazione, a monte, c'è, ed è per questo, IMHO, che non si ritengono che nei musei o in qualche festival, da cui comunque a volte escono dilaniati.

      Ti dirò, io ora come ora trovo molto interessanti i già citati Maheux e Prisca. Perché? Perché mi sembrano totalmente disinteressati, anzitutto. Ma perché lo sono? e perché sono così avvincenti, i loro film? così inediti e unici? (penso a scolio 3, ad es.) Perché non sono cinematografici. Cioè Maheux non arriva dal cinema, ma dalla musica; Prisca, invece, dalla letteratura, cioè da Lovecraft. Il cinema avviene dopo, e la loro sperimentazione, a differenza che quella di un Benning, non è mai cinematografica, quindi non è mai mediata dal cinema inteso come storia e come linguaggio. Ed è questa, secondo me, la prima mediazione, quella che a voler sperimentare dev'essere in qualche modo messa in discussione e non ipotecata, come Benning, in partenza. Altrimenti non è sperimentazione.

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    5. Ti ringrazio per gli spunti. Proverò a cercare qualcosa del collettivo Prisca.

      Journey mi è piaciuto moltissimo, anche se non mi ha segnato più di un sotc. Suppongo però che in contesti indie sia in effetti più probabile trovare gioielli che facciano "balbettare" la grammatica stessa del videogioco.

      Se ho capito bene tu auspichi a un cinema che sia per tutti ponendosi al di là di un bisogno di riconoscimento che lo possa ricondurre a un discorso precostituito.

      Questo tuo modo di intendere il capolavoro come qualcosa che possa essere per tutti, magari a prescindere dalla contingenza storico culturale di chi guarda, è interessante.
      Non lo definisco "modello" critico perché da deleuziano non credo ti piaccia quel termine. Diciamo che è un occhio diverso con cui guardare.

      Ti ringrazio ancora.

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