An unusual summer



Nascono come una sorta di inchiesta queste immagini di An unusual summer (Germania/Palestina, 2020, 80') di Kamal Aljafari, anche se sarebbe meglio precisare fin da subito che l'inchiesta è forse l'origine della loro forma ma che, in sostanza, queste si snaturino ben presto nelle mani del regista, abdicando sia alla loro origine che, paradossalmente, anche al loro successivo rimaneggiamento "guidato", "manipolatorio", disinteressatamente veicolato. Un'inchiesta che, in fin dei conti, non fa nemmeno tempo a trasformarsi in un documentario quindi, dove la realtà dovrebbe padroneggiare o, quantomeno, mostrarsi come una sorta di discorso su una verità della stessa realtà. Il documentario si infrange così ben presto contro i limiti o le possibilità di un cinema che tenta non tanto di dire qualcosa di altro oltre alle immagini, ma che tenta almeno di fare delle immagini la fonte di una realtà complessa, quindi dove il cinema non sarà altro che una piega della stessa e non qualcosa di propriamente d'altro, come se fosse quella parte da circoscrivere in degli spazi. Il piano della realtà non sarà con ciò né messo in discussione né preso nel tentativo, seppur blando, svogliato e quasi automatico di conferma del presente. In questo senso il rimaneggiamento del regista è preso anch'esso dal tentativo di una comprensione che non ha nulla a che fare con una verità dell'inchiesta: il personaggio che colpirà l'auto, quel "è lui", non porta a nessuna conclusione che spegnerà l'immagine, a concludere il proprio scopo in quanto arrivata. La destinazione si capirà ben presto essere di altra natura e, mentre vigiliamo su An unusual summer, il nostro sguardo si perde in un turbinio di ricordi, i quali faranno passare quei ricordi lì al vaglio di un passato che sarà anche il nostro ma che non è il nostro. Non tanto in una fusione quanto piuttosto in un incontro di sorti che poco hanno di strettamente terreno, personale, quotidiano, An unusual summer destina gli uomini alla storia invece che alla memoria. Così, la dedica o ciò che muove le immagini poi riscoperte del regista anni dopo, l'altra immagine, sfrutterà proprio l'interstizio tra le due immagini per ribaltarne le sorti di entrambe: negando l'identità dell'una e dell'altra, la terza immagine è ciò che abbiamo di più vicino. Altre immagini quindi, eppur sempre la stessa, le quali scardinano nel contempo qualsiasi discorso sui punti di vista, i quali comprometterebbero il tempo al servizio di uno spazio, a uno spazio guardato o da cui si osserva in molteplici maniere. 
Ad un certo punto diventa quasi un sedersi sulle spalle di un gigante, dove non si vedrà mai davvero ciò che sta un po' più sopra o sotto delle possibilità umane della vista, e però si vede quantomeno quella nebbia, quell'orizzonte sfumato che non fa dire che ci sia una qualche fine, bensì mette in moto una sorta di immaginazione la cui origine non è propriamente nostra, proprietà o cognizione della mente umana, ma data dall'incontro col non-finito. In un altro senso ancora, allora, sarà la non-conoscenza a smuovere le terze immagini della telecamera e non propriamente la ricerca di una conoscenza, di un sapere che poggerebbe sulla documentazione tramite le immagini medesime.
Così, quasi a sorpresa, Aljafari svincola le immagini dall'inchiesta senza svincolarle dal loro contesto e dunque dalla loro forma. Per quelle immagini lì passerà così il tempo della storia e non tanto quello delle vite che pur lo incontrano. La quotidianità di ogni persona ripresa, dagli incontri ai famigliari, dalla camminata stentata di un anziano, dalla pietra che colpisce l'auto, ebbene, tutto ciò vibra di quegli incontri mai persi non perché catturati dall'immagine ma in quanto insiti di una continuità temporale che lascia le sue tracce in quella terza immagine di cui si parlava prima. L'importanza, dunque, in questo senso, è riversata nell'immagine e non tanto nel racconto delle stesse. Tale racconto non potrà che battere e scontrarsi con la vita di ognuno e soffiare via.


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