Aural Fixation



Aural Fixation (Canada, 3', 2019) è molto diretto nei suoi intenti e nel suo modo di colpire lo sguardo, mentre lo è forse un po' meno in ambito cinematografico o, comunque, lascia scorrere qualcosa anche nei sotterranei della visione, di modo che rimanga un resto al termine del cortometraggio. Svava Valdis Tergesen pone le basi strumentali per il suo lavoro e lo sviluppa lasciando che esso prenda in un certo senso il sopravvento sulla regista, così da lasciarlo cosa vivente, quindi prendendo un proprio percorso. Tutto parte da una rappresentazione strettamente localizzata dei sensi della comunicazione e che, proprio per questo, risulta fin da subito limitante: la localizzazione permette di avere un certo ordine, ma è chiaro fin da subito che, ad esempio, l'occhio non basta per dire della cosa vista. Quest'ultima, infatti, recepisce non solo lo sguardo ma il suo stesso ambiente, nel quale posso essere così non solo inserito, ma anche farne parte in un differente tempo e spazio. Non solo e, anzi, più fortemente ancora, si instaura fin da subito una relazione che pone le basi per l'occhio stesso, così che esso non sia mai da solo ma è anch'esso ciò che partecipa della visione soltanto. Partendo da questo punto di vista si capisce bene come lo stesso cortometraggio in questione fissa i punti, quegli strumenti comunicativi e del linguaggio come occhio, mano e bocca, per mostrare fin da subito il fatto che, per l'appunto, essi partecipano sì del proprio e dell'altrui confine, ma soprattutto di molteplici relazioni, le quali si possono creare con ciò con cui si affacciano - e la natura di ciò che si potrà affacciare è talmente varia da considerare la realtà come un turbinio di partecipazioni non solo reali. 
Nel caso strettamente di Aural Fixation tali limiti emergono fin da subito con una serie di disturbi comunicativi, finalizzando in qualche modo la parte di corpo stesso e limitando con ciò una gran parte delle relazioni possibili, così che un occhio difficilmente per la Tergesen potrà relazionarsi con qualcos'altro che non sia oggetto di visione in sé, non modificandone così l'utilizzo biologico con qualcosa poco biologicamente ammissibile (almeno per noi umani). È anche vero però questo: il disturbo è tale per cui si crea una crepa dalla quale potrà emergere un senso anche particolarmente distorto, andando così a sconvolgere ciò a cui solitamente siamo ancorati. Il risultato dunque è terribilmente aperto, perché non si può mai sapere cosa potrà emergere dopo aver abbattuto certe strutture fondanti, tra cui, appunto, la comunicazione. È la stessa immagine a storpiarla, a palesarla nella sua incompletezza, quella stessa immagine che aveva raccolto gli strumenti utili - anche se a livello rappresentativo abbiamo già detto essere questi ultimi incompleti. Ma non si risolve tutto entro la pellicola ed è anzi essa a portare in superficie dalle proprie crepe quel di più della visione cinematografica, di più che caratterizza un cinema superficiale, ossia della superficie. La Tergesen ci tiene particolarmente a non far coincidere - e dunque a non aderire a livello rappresentativo nel cortometraggio, giustamente, visto ciò che vuole portare in essere - il tutto tra sé, anzi, mescolando suono e immagine fa in modo che allo spettatore non rimanga la consapevolezza di dover per forza conoscere tramite associazione. Questa non viene sviluppata, in modo da lasciare che la scomposizione operi un altro tipo di associazione, quella cioè relazionata ad un buco nella realtà, tale da permetterci quantomeno la possibilità di pensare qualcos'altro: da quest'altro si inviluppa anche la comunicazione, la quale non ne esce per forza di cose distrutta, perché si scopre non propriamente in antitesi con il disturbo. Ne risulta probabilmente indebolita o, almeno, con meno pretese di potere e però comunque un centro di potenza - e resistenze. 


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