WATER FALLS, New York City



Prima o poi arriva il momento in cui si rimane perplessi per aver assunto un punto di vista ottuso sulla realtà circostante e a fronte di ciò urgerà un cambio quantomeno di prospettiva. Così, considerato che perfino un irlandese può rimanerne affascinato, la città di New York, quella che ci porta a vedere Ann Deborah Levy, sarà il punto di partenza per questo momento cardine che... arriverà, per l'appunto, prima o poi. Il modo in cui ciò potrà avvenire è chiaramente vario, ma è qui che entra in gioco una specie di forzatura, a volte necessaria, che è o diventa WATER FALLS, New York City (Usa, 2019, 12'). Il cortometraggio cerca di bucare la realtà e lo fa partendo da una molteplicità che la regista prova a far emergere con pazienza in una fontana della metropoli. Le diversità e i tanti stimoli provocano uno stato al limite tra lo "sballamento" e la costrizione, il quale è dato dalla costante sollecitazione che si ripercuote tutto nel momento presente: i sensi e la percezione sono costantemente attivi. La regista in questo caso sembrerebbe districarsi tra due  intrecci: le diversità che si incontrano in città, di tutti i tipi, dalle comunità, alle relazioni, ai marginati, possono in qualche modo essere rappresentati nel cortometraggio, però contemporaneamente perdono quella sensazione che porta a ritrovarsi di fronte allo straniero, al forestiero (il quale è anche il membro della famiglia che si sente di non riconoscere come proprio in quanto diventato cittadino del mondo). Si accettano tutti come particolari e in questo sono uguali. Dicevamo due intrecci, perché effettivamente c'è una parte che non può essere rappresentata e che però parte da queste dinamiche. WATER FALLS, New York City nasce come parallelo in qualche modo alla realtà circostante, cercando di racchiuderla e questo per una necessità precisa. Viene a crearsi infatti in questo modo un vortice, il vortice in cui ci si ritrova in città, quello stesso cioè che porta a stare in un presente particolare, il quale, come è chiaro, è fortemente spazializzato. Vorticando su se stessi è inevitabile l'accaparramento degli altri intorno a sé, i sensi e le percezioni sono attivi e vivi e più è forte l'ego e più si amplia il diametro e più il vortice sale. In tutto ciò non nasce per forza di cose un'esigenza particolare, bensì a volte le forze si incontrano (come capita di vedere con le onde all'interno della fontana del film) e succede che roteando avvenga l'incontro con una cosa come WATER FALLS, New York City. Poi, siccome il film non è un oggetto a se stante, definito da limiti che implicherebbero una forza propria di uguale energia, che varrà per tutti, a seconda dei movimenti in cui si inserisce, la realtà viene bucata. Lungi quindi dall'assumere un punto di vista ampiamente relativistico, esiste una direzionalità, la quale poi verrà incanalata. Quindi, chiarito questo, WATER FALLS, New York City è proprio quel buco, il cui effetto è presto detto: esso permette il passaggio di un altro soffio d'aria, questa volta orizzontale, l'affievolirsi delle rotazioni e dunque la possibilità di tornare a terra. Qui, la sensazione è quella di ritrovarsi in una sorta di appianamento dei sensi e della percezione, non perché non siano presenti stimoli, bensì per il crearsi di un altro tipo di rapporto delle cose della "natura" presa nel suo insieme (i vari elementi comprensivi quindi anche dello spettatore). Questo ancoraggio alla realtà sembrerebbe derivare anche da una sorta di reticenza benevola a considerare il meccanismo preso all'estremo delle sue conseguenze, ossia: una volta bucato il vortice che ne è della realtà? si potrebbe ancora considerare così "naturale" come appare qui oppure si creerebbe un'altra situazione che l'immagine potrebbe catturare? Possiamo dire dunque che la stimolazione è avvenuta, il buco era in possibilità e la sua realizzazione in questo caso si riversa nell'immagine, la quale richiederà lo sforzo di incidere a seconda della situazione di proiezione.


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