One off



Con la scelta di tenere un diario si aprono tutte quelle opportunità di piegare e ripiegare l'esperienza, in modo tale da risaltarla e aprirla il più possibile, senza per forza la necessità di aderire ad essa. Ma proprio per questo si paventa la necessità di discostarsi, di rendere queste opportunità non un altro modo di arrivare all'esperienza, bensì di continuare a mancarla, di portare non per forza a una comprensione maggiore, di viverla altrimenti e soprattutto con più cura. Sarà per questo che facciamo fatica a considerare One off (Usa, 2019, 13') un pezzo di diario, se non fosse altro che ci vengono presentati degli strumenti diaristici che, nel loro utilizzo, non si incontrano col mezzo cinematografico se non nella rappresentazione degli stessi. In questo modo, cioè, Sofia Theodore-Pierce ce li mostra e nella loro chiarezza espositiva noi non possiamo che prendere atto del loro uso ma non possiamo farcene un'idea di questo, quasi a voler dire, tutto sommato, che i mezzi non fanno alla fin fine il diario. Manca quindi un aggancio cinematografico che dovrebbe far proliferare tutte queste fonti. Ciò che ci rimane in mano è allora l'assenza del mezzo cinematografico, che manca continuamente il soggetto del diario e in questa mancanza perdiamo ovviamente delle figure dinamiche, dei personaggi con un carattere significativo. One off non si perde mai, e questa è probabilmente la sua forza, in una soggettività suadente e questo permette un passaggio più diretto, un tentativo di mostrarsi non reso pesante da una storia famigliare che sarebbe di dubbio interesse per un pubblico abituato a vedere. Così facendo, invece, la storia non si ripete mai davvero, non richiamando ognuno alla propria persona, ma invertendo il lato narrativo verso un'immediatezza continuamente adocchiata, ricercata e mai stonata con tutto il resto.
All'interno dunque delle pieghe che vengono a crearsi, si crea una sorta di movimento più che dei fili o delle figure, si creano quasi delle forme che non oscurano ma intensificano la stampa del cortometraggio. Salta quasi quella mediazione necessaria affinché qualcosa si imprima sul foglio, per arrivare a creare qualcosa che assomiglia più ad un'ombra che una figura. Non si rischia in questo modo di perdere davvero la figura o, meglio, chiaramente le sue caratteristiche si perderanno, ma il risultato non si mostra come una deprivazione di contenuto quanto piuttosto di un particolare modo d'essere. Da qui sarà facile intuire che l'ombra è il vero interesse della Theodore-Pierce e quanto stato non si è mai contraddetto, bensì ha un suo percorso specifico. Ci si chiede se, per caso, sia ancora necessario il mezzo cinematografico in questi casi, quando esso si perde tra il rischio di venire considerato come un mezzo tra i tanti del diario. Ma sembrerebbe più che altro una molla invece, la quale, nel suo contorcersi, dà il movimento necessario affinché la materia si pieghi e crei quelle forme che, come un origami, paventano un avvicinamento all'ombra che sarà possibile proiettare per loro tramite. Così, il sé a cui si rimanda in One off non soffrirà mai di una perdita di ciò che lo costituisce in quanto sé, proiettandosi invece fin da subito come manchevole, quasi malato nelle sue contraddittorietà, ma senza la possibilità di scontrarsi con una realtà che non lo accetta così com'è, schiacciato da un confronto di cui non si interessa. Nasce con una fragilità che è tale solo se si scontra con la realtà, ma rimane nel cinema come nel suo ambiente, il quale si può dire sicuramente che non sia stato creato su di esso, ma piuttosto ci si rende conto, come altre volte, del fatto che si fanno costantemente uno sull'altro, e non è mai stato un modo di dire senza fondamento, ma un vero e proprio modo alternativo. Nella loro contorsione Theodore-Pierce ci ha costruito un cortometraggio e noi ne siamo i testimoni che, per naturale sottomissione alla pellicola, rimangono nella penombra per permettere il compiersi del film.


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