Driving dinosaurs



Una narrazione è sempre inaffidabile, anche se è ciò che ci fa appassionare alla vita: così sembrerebbe dirci questo Driving dinosaurs (Usa, 2019, 8') di Emma Piper-Burket, cortometraggio che indaga il crollo di una trovata di marketing sui combustibili fossili. Se la nostra percezione di questi col tempo è cambiata, il mito della loro derivazione dai dinosauri un po' meno o, per meglio dire, rimane quell'affetto che si è indissolubilmente legato alla narrazione. Rimane quel vissuto, mentre i pensieri cambiano. Così, adesso, con il cambio della narrazione, l'accoppiata dinosauri e combustibili fossili diventa più che altro macabra e aleggia quella crisi sulla nostra estinzione che fa da sfondo nelle nostre vite. Non è l'unico cambiamento perché, arrivati a questo punto, è la stessa modalità a subire una trasformazione. Sembra infatti che la storia si dilati e, pur nella possibilità di individuare l'osso narrativo, i contorni risultano più sfumati, ritrovandoci con un ammonimento nella crisi che, invece di avere una combinazione ben definita, si presenta più che altro come un ronzio, il quale può spaziare e i cui limiti sono solo quelli dati da maggiori o minori aperture. Potremmo quasi dire che sia l'atmosfera a primeggiare o, quanto meno, che abbandonata la narrazione ne resti un vuoto pesante, il quale scava nel cambiamento, corrodendolo: è esso stesso a farsi sentire, a presenziare negativizzando, plasmando la narrazione.
Alla base quindi di Driving dinosaurs ci sta tutto questo ed è ciò che la regista ci tiene anche a palesare, a rendere chiaro come messaggio attraverso il cortometraggio. C'è una base, per così dire, materiale, che agisce proprio da impalcatura, supportando segnali e significati diretti, chiari. In questo senso la ricerca della Piper-Burket emerge in maniera duplice. Siamo messi al corrente dei motivi e gli intenti dell'indagine dichiarata e così del percorso e i suoi risultati, considerazioni personali comprese. Soprattutto, vi troviamo la narrazione della narrazione e la ricerca dei modi di queste. Ciò che veniamo a sapere è come se facesse in qualche modo sbiadire l'immagine, la quale funge da materiale che sostiene il vuoto che tale ricerca crea. Sostenendolo, abbiamo come l'impressione che la perdita non diventi mai in qualche modo feconda, ma che continui a sottrarre alle immagini qualcosa, probabilmente ciò che potrebbero proprio non-significare, il loro potere maggiormente evocativo. In tutto questo vi ritroviamo una sorta di positivizzazione, la quale funge così come una specie di paradosso, trovandoci da un lato una pienezza espositiva e dall'altra la sensazione di un vuoto lasciato dalla narrazione. Sentiamo la perdita e, sebbene ci sia forte la sensazione di un suo avanzamento, essa non ci schiaccia mai, probabilmente perché sostenuta dalle immagini che la relativizzano o, meglio ancora, la sostengono. Il processo di ricerca si flette e si riflette tutto sulla narrazione, la cui prova più significativa, cioè la sua frattura massima, la ritroviamo proprio attraverso la regista stessa, la sua memoria e il suo vissuto al riguardo. È, appunto, la Piper-Burket a mettersi in discussione qui e nel fare ciò pone dei confini che riguardano prima di tutto la sua esperienza con la narrazione invece che con la sperimentazione come processo (e non come oggetto), il che ci porta a dedurre il ruolo di sostegno e di sostentamento delle immagini. Sì, perché queste riflettono prima di tutto la narrazione piuttosto che il vuoto, il quale diventerebbe in questo ragionamento oggetto di narrazione. Nel fare ciò la regista positivizza così non tanto un ruolo ma il potenziale di possibilità delle immagini. Il risultato ci pone di fronte alla questione che riguarda cosa sostiene, alla fine di tutto o per principio, la visione e faccia avanzare ciò che ci fa muovere: l'appassionarsi alla vita o la crisi.     


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