Color Out of Space























Era soltanto un colore venuto dallo spazio, messaggero spaventoso degli informi reami dell'infinito, al di là della natura che noi conosciamo; luoghi la cui semplice esistenza ci colpisce e ci paralizza con la visione dei neri golfi al di là del cosmo che si apre, improvvisa, di fronte ai nostri occhi terrorizzati.
(Il colore venuto dallo spazio - H. P. Lovecraft)


Color Out of Space (Usa, 2019, 111') è un film basato sul racconto del 1927 di H. P. Lovecraft, The colour out of space. Il film si prende delle palesi concessioni, come è scontato che sia quando si ha a che fare con film marcatamente trascendentali. Il vecchio pazzoide, il bambino sensibile e l'adolescente mezza strega sono solo alcune macchiette di cui l'horror fa fatica ad abbandonare, utili a condire la storia, la quale altrimenti si dovrebbe sostenere in una maniera piuttosto rivoluzionaria sugli elementi altri rispetto ai personaggi. E, a ben guardare, in parte lo fa. È, questa, la parte che salva il film da una trasposizione chiaramente complicata se si vuole rimanere ancorati a un certo modo di fare cinema (è anche vero che le descrizioni lovecraftiane non si possono, se proprio vogliamo essere puntigliosi, nemmeno riassumere con un'immagine, ma occorre oltre misura stare attenti a trasmettere quella paura che si insinua dentro quando le leggi), anche se lungometraggi come The Blair Witch Project sono pronti a smentire il tutto. Ma al di là di questo ci sono degli elementi fondamentali che in Color Out of Space vengono alla luce, elementi, per così dire, più simbolici (anche se a conti fatti non lo sono nella loro interezza) e la sfida maggiore per il film, a parer nostro, riguarda proprio il rischio di renderli unidimensionali o, comunque, di trattarli in un modo che non riesce a rendere giustizia alle profondità lovecraftiane. 
Ma prima di trattare il nocciolo della questione si rende necessaria una precisazione. Il film, come si diceva all'inizio, abbisogna di personaggi, i quali sono sicuramente in contrasto con quelli piatti del racconto. Tuttavia, questa cosa ci disturba poco. Infatti, i condimenti narrativi come il tumore della madre, il bisogno di separare il proprio ruolo di padre da quello appreso, la cotta per l'idrologo e via discorrendo, rimangono macchie della storia e nessuna di queste dà una vera e propria deviazione al film. Il punto fondamentale è: quel «mistero che non è solo dell'occhio, ma dello spirito» rimane delle colline a occidente di Arkham e si nutre di tale spirito, ma non ha a che fare con la famiglia in sé. Ciò di cui si nutre non sarà mai relativo alle loro ossessioni personali e famigliari, e questo è appreso direttamente dal maestro. In questo senso vale la pena non soffermarsi su affermazioni che non trovano materia su cui riflettersi se non nell'animo di qualcuno tremendamente legato ad altro rispetto al film. «Non te ne puoi andare... ti attira... sai che qualcosa sta per prenderti e non ci puoi fare niente...»: tale attrazione non è paranoica e noi non ci troveremo mai a significare oltre il necessario. Il pozzo e la cantina non ci ricordano le discese verso le turpitudini dell'inconscio, è horror e non ha nulla della tragedia ma sicuramente della blasfemia. È da questa stessa suggestione che possiamo partire e parlare del gioco di altezze e relativo limite - inevitabile ma di cui ci importa poco - del film in questione. 
A proposito dei rami degli alberi: «Era una sorta di contorcimento morboso, spasmodico, come una danza di artigli animati dalle convulsioni dell'epilessia e che volessero afferrare le nuvole rischiarate dalla luna; artigli che graffiavano impotenti l'aria pestilenziale, agitati da una forza sconosciuta e senza corpo che si fosse alleata con gli orrori sotterranei che strisciavano e lottavano sotto le radici nere». E ancora: «È venuta da fuori, dove le cose non sono come qui»: non è mai l'alieno extra-terrestre, ma non è nemmeno l'intelligenza non umana estranea alla normalità della realtà di Jacques Vallée. È un altro modo di comunicazione tra un non ben definito fuori e ciò che si presenta nelle viscere della Terra, la cui profondità rivela un'ineluttabilità che non ha a che fare con noi, ma è presente e riguarda semplicemente, al limite, per noi, un'altra conoscenza. In questo senso gli elementi sotterranei fondamentali e ricorrenti di una bibliografia, come può essere in questo caso un pozzo, non sono di natura strettamente simbolica bensì topografica. Il pozzo è presente ed è necessario quasi, ma non fuoriesce, non supera alcuna barriera: può fatalmente avere pesanti conseguenze con l'esterno, ma è direttamente al fuori che si rivolge e viceversa. Per questo qualsiasi immagine che si vuole adoperare fa i conti e risente della materialità terrena e con questa essa stessa si scontra e o si trasforma o l'insieme perde d'intensità: è il colore l'unica manifestazione dell'«orrore senza forma».

2 commenti:

  1. Non l'ho ancora visto però mi aspetto effettivamente qualcosa di diverso dal racconto ma che allo stesso tempo tenta di avvicinarsi, proprio perché lo stile di Lovecraft è difficile da trasporre nel cinema.

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    1. Questo in particolare.

      Comunque non sono d'accordo che Lovecraft sia di difficile trasposizione cinematografica. Certo, le cose più orientate all'orrore cosmico, sì, però HPL non ha scritto solo quelle. Penso, ad esempio, a "Herbert West, rianimatore". Per quanto riguarda l'orrore cosmico, boh, io credo sia necessario sperimentare accanitamente, altrimenti non ne esce nulla di visivamente interessante. Alcune cose di Prisca, in questo senso, sono molto interessanti, come il quarto scolio.

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