scolio V - intrepidamente, con il crocifisso in mano, nell'eternità


Che Prisca non provenga dal cinema sperimentale ormai è cosa data, e anzi a nostro modo di vedere è questa - come nel caso di Maheux - la sua forza; perché Prisca è al di là di una codificazione data, e i loro film aprono squarci inimmaginabili su cosa sia e cosa possa il cinema. Chiaramente, e di converso, ciò significa anche che ogni lavoro del collettivo, da noi atteso sempre con molta trepidazione, lasci infine quell'afasia che non è solo espressione di un non averci capito granché ma anche e soprattutto ripensamento, molto spesso su due piedi, di ciò che finora si è ritenuto e creduto del cinema, si voglia anche del cinema in generale: il fatto è che Prisca toglie la terra da sotto i piedi, per usare un'espressione marxiana, e lungi dal veicolare un nuovo linguaggio ogni volta, a ogni cortometraggio ci si ritrova al punto di partenza, a dover ridefinire nuovamente non tanto ciò che il cinema possa essere bensì quello stesso che Prisca ci aveva fatto intendere. A questo proposito, scolio V - intrepidamente, con il crocifisso in mano, nell'eternità (Italia, 2019, 59') risulta come il lavoro allo stesso tempo più acerbo e stratificato del collettivo. Più ingenuo perché, di primo acchito, pare ripercorrere, seppur approfondendolo, il solco lasciato sulla terra dal secondo scolio, Nessun amico. Mao (Italia, 2018, 21'), solo con Chateaubriand al posto di Spengler. D'altra parte questa sensazione di deja-vu è affatto fallace, poiché l'ultimo - almeno in ordine cronologico - lavoro scoliaste di Prisca mette in gioco molto di più e molto di meno del secondo. In sé, il lavoro è diviso in tre parti: Politica, Intimità, Cristianità. Lungi dal farsi esegesi delle memorie del visconte, quindi da operare, seppur minimamente, negli stessi termini con cui aveva lavorato sull'autore de Il tramonto dell'occidente, Prisca ne fa un ritratto: un ritratto che, come tale, non può che essere qualcosa di soggettivo, e questa soggettività performa la figura di Chateaubriand. Il risultato non è, almeno non del tutto, un'opera fedele alla storia e alla filosofia di Chateaubriand; piuttosto, si tratta di mettere al lavoro questa figura, la sua vita come il suo pensiero, e ciò non tanto o non solo - ce ne fosse il bisogno - per riattualizzarla bensì, appunto, per renderla produttiva, efficace, e con ciò s'intende d'essere all'altezza del presente. Ecco dunque la domanda del corto: è possibile essere all'altezza del presente? e la risposta è sì, con Chateaubriand. Ma uno Chateaubriand che è ormai un fantasma. Se Chateaubriand guarda al futuro con melinconia, noi non si tratta di guardare a Chateaubriand con malanconia; piuttosto, nel presente, di esserci, e ciò è possibile, in parte, grazie a Chateaubriand. Quel Chateaubriand che, riportato all'oggi, nella sua crudità, potrà pur parlare una lingua reazionaria ma che, messo all'opera, rivela una natura anarchia, tellurica. C'è capitato, in passato, di parlare con amici che avessero visto i corti di Prisca e molto spesso s'è sentito imbarazzo nei confronti di lavori che, pur nella loro audacia, s'offuscano d'ombre reazionarie, se non addirittura diaboliche (Spengler per le persone intellettualmente raffinate, Auschwitz per Santini); dal canto nostro, non ci pare che nulla di simile sia assimilabile ai lavori del collettivo, il quale, anzi, è proprio nello stretto contatto e confronto colla materia trattata, sia questa l'O'Brien di scolio III - l'influenza delle montagne sullo sviluppo dell'intelligenza umana (Italia, 2019, 20') o i campi di sterminio del successivo, che risulta operativo in una direzione tutt'altro che fascista o comunque reazionaria. Lungi comunque dal voler fare un'apologia dell'ideologia di Prisca, ammesso e non concesso che si possa realmente parlare di un'ideologia alla base dei loro lavori, il quinto scolio, come dicevamo, si confronta con Chateaubriand  vale a dire che Chateaubriand è il derma attraverso cui entrare in contatto col presente. Che tipo di presente? Non si tratta di leggere il presente nell'ottica di Chateaubriand  piuttosto, è proprio nel contatto tra Chateaubriand e il presente che, ecco, qualcosa viene a mancare. E tutti sanno cosa. Cosa manca? Manca l'immagine. L'impasto letterario di scolio V - intrepidamente, con il crocifisso in mano, nell'eternità è una materia magmatica che va comunque, a ogni passo, rimpinzata. La musica, in questo senso, svolge un ruolo chiave. Dai Crossparty ai Crim3s, passando per Убийцы e Барто, la musica non solo interferisce col testo (Подруга) o crea un vuoto, un buco nell'immagine (stay ugly), ma questa stessa inferenza, che trapela in tutta la sua stringente necessità, definisce un luogo dell'immagine nel quale l'immagine è assente. Vien da chiedersi: c'è mai stata, ha mai presenziato in questo luogo, l'immagine? Ma sarebbe una domanda sbagliata, ancora troppo legata al cinema dell'immanenza. Al cinema sperimentale strettamente inteso. In realtà qui in gioco c'è, come sopra, molto di più e molto di meno. Molto di meno: perché non si tratta di un'immagine. Molto di più: si tratta di un luogo. E - dice Prisca - questo luogo non è necessariamente cinematografico. Letterario, cinematografico e musicale, questo luogo è molto meno e molto più di tutte e tre le cose messe assieme e anche prese singolarmente. Cinefili, abbiamo dato priorità al cinema. Ora Prisca dice: no, avete sbagliato tutto, state dando priorità a qualcosa che, come voi stessi dite, non c'è, manca, forse mancherà per sempre e per cui non c'è alcun privilegio ontologico, tantomeno gnoseologico. O forse c'è sempre stata. Ma il fatto che ci sia, cosa comporta? Che, appunto, possa esserci. E questa possibilità dell'immagine non è ancora l'immagine medesima. Cos'è? L'immagine, sia essa musicale, cinematografica o letteraria, è un campo, ma questo campo non è esclusivo; in questo senso, tutto lo scolio cinque è una sovrimpressione di quasi un'ora. Se l'immagine è un campo, la sovrimpressione sarà possibile o con campi dello stesso tipo (classica sovrimpressione cinematografica) o, anche, con campi di due tipi differenti (campo musicale e campo cinematografico, campo cinematografico e campo letterario). Il risultato è la messa in luce, che è allo stesso tempo una messa in ombra, di un luogo che non è tale, cioè fisso, e che anzi si dà nella continua connettività e iterazione a diverse velocità di campi che, pur conseguendolo ontologicamente e logicamente, ne testimoniano l'assolutà priorità ontologica e logica: priorità che è, allo stesso tempo, una messa in ombra, una sua impossibilità. Odotopìa. Il presente stesso non può essere trasceso: è un campo. E il campo dell'immagine cinematografica, quello del suono musicale e via dicendo hanno a che fare con esso. Ed è imprescindibile, a meno che non si sia Giorgia Meloni. Ma Prisca non è di destra, così come Tronti non lo era quando sosteneva che fosse ormai impossibile leggere Marx senza Schmitt. E Prisca non è nemmeno una creatura del cinema, uno di quegli esseri abominevoli che si celano dietro l'etichetta di registi di cinema sperimentale. Di qui la natura mai codificata e anzi al di là di qualsiasi codificazione e linguaggio prestabilito delle loro opere. Di qui, anche, Chateubriand. I Crim3s. Le montagne. Di qui - noi crediamo - la forza e la potenza inarrestabile di questo loro ultimo lavoro. Che nasce non solo nel presente ma al presente. Come del resto scolio VI - a Ulthar nessuno può uccidere un gatto (Italia, 2019, 14) E se lì si guardava agli stupri, a Instagram e via dicendo, ora ciò che viene messo in crisi è il presente in cui le destre avanzano, i nazionalismi pure, il razzismo è cavalcante e, contemporaneamente, la democrazia trionfa, la coscienza critica si espande e si acuisce e le identità si fanno liquide. In cui le identità nazionali acquistano consensi e la stessa identità, quale soggetto, si sgretola. In cui la parola che inizia per n è messa al bando pressoché ovunque e sono tornati in piazza, con un rinnovato odio, coloro che credevamo d'aver appeso a testa in giù. L'occhio cinico di Prisca, già presente in scolio IV - AusChwItz=foReveR (Italia, 2018, 8') e Ulthar e qui portato alle sue estreme conseguenze, scruta un orizzonte sempre più avvolgente, senza la foga destrorsa di ritornare a delle radici impossibili e fantomatiche ma senza anche quella resistenza sinistrorsa della critica a ogni costo. C'è solo cinismo, dunque? No. C'è, alla base, un discorso sul cinema e, in generale, sulla praxis, sia questa pratica del fare arte o del vivere all'altezza del presente, spiazzante e profondo. Così come c'è l'amarezza, l'ironia, il distacco, la consapevolezza che, per quanto ci si sforzi, non ce se ne può davvero escludere e quel vago senso di insensatezza di esserci in un tempo in cui, al di là di tutto, aumenta il riconoscimento del valore dei diritti civili così come aumentano i poveri, il cinema sperimentale è di una povertà infinita e proliferano i festival e i registi di cinema sperimentale e in cui i campi si sovrimpressionano---ma è il presente, quello della lotta, che offuscano. Ed ecco che l'immagine si arma.

Nessun commento:

Posta un commento