Théorie de la religion


Théorie de la religion (Canada, 2010, 67') è assieme un porno, un horror, un film-saggio (e, più precisamente, un film-saggio sulla filosofia di Bataille, come del resto suggerisce il titolo stesso), un gore arthouse e tutta una serie d'altre cose che non vale la pena elencare; è anche un lungometraggio, e in sé ha qualcosa di teatrale, sebbene nel complesso si sottragga quasi del tutto alla forma-piéce... in sostanza, comunque, Théorie de la religion è un porno e un film-saggio sulla filosofia di Bataille, e in un certo senso c'è da chiedersi, almeno quando s'è arrivati in fondo alla visione, se, dopotutto, sia possibile altrimenti, se cioè sia possibile non realizzare un porno nel momento in cui si prendano seriamente i testi di Bataille. Meglio, un porno-horror, il cui taglio gore è in sé ciò che fa collidere l'horror col porno. Come? Praticando Bataille, si direbbe. In effetti, più che un vero e proprio film-saggio, si dovrebbe parlare di una pratica testuale, a livello cinematografico, della filosofia di Bataille. Questa viene analiticamente espressa nel rapporto tra l'uomo e la bambola, una bambola che, da oggetto sessuale, si trasforma in vittima sacrificale, pur non perdendo mai, anche nell'atto, continuato e continuativo del sacrificio, i connotati della sessualità. Com'è noto, del resto, in Bataille il tema del sacrificio, quindi della morte, è strettamente collegato a quello dell'orgasmo, di quello che, non a caso, è definito dai francesi petite mort. In Théorie de la religion, il sacrificio, il tema gore, viene ad adoperarsi, come abbiamo accennato, su quell'essere cosale che è, di fatto, strumento di piacere: la bambola è strumento sessuale e, in ciò, è in sé, bambola, oggetto. L'oggettualità, la cosalità della bambola, deriva dalla sessualità, non viceversa: la bambola non fa trascorrere la sessualità in quanto oggetto ma, viceversa, è un oggetto in quanto fa trascorrere la sessualità (e, in questo senso, non è in nulla diversa da un essere vivente, il quale a sua volta e per lo stesso principio può divenire oggetto). Allo stesso tempo, la bambola, proprio in quanto fa trascorrere la sessualità, può divenire vittima sacrificale. Il sacrificio, come nel caso più eclatante del potlach, è dépense. Il sacrificio, cioè, ha a che fare colla morte nella misura in cui, di fatto, non annulla il principio d'individuazione ma lo fa procedere oltre se stesso, in quell'immanenza assoluta in cui è (dis)perso. A livello diegetico abbiamo quindi questa bambola, oggetto di piacere e di morte; in questo senso, la bambola è entrambi e prima di ognuno: la pratica che viene espressa sulla bambola sancisce la natura indecidibile, bifronte, della stessa. Ciò che la caratterizza, ciò che le permette di coaudiuvare in sé due atti di per sé, almeno apparentemente contrapposti, è il fatto di non essere individuata ma di procedere a un'individuazione allorché una o l'altra pratica, quella sessuale o quella sacrificale, venga su di essa esercitata. Ma, esercitando sia questa che quella pratica, come abbiamo visto, la bambola diventa ciò che è, ovverosia un oggetto. Il che vale a dire: qualcosa di non segnato dalla temporalità. Temporalità che è, in Bataille, non il prima/dopo ma il mezzo/fine, la causalità temporale implica quella strumentale. Ora, la bambola diviene oggetto. Che la si violenti o la si sacrifichi, l'atto finale è l'oggettivazionale, la cosalizzazione di qualcosa che, altrimenti, non sarebbe. Questo venire a essere, quindi, coincide, nel caso specifico della bambola, con un'individuazione che è già perdita di sé, ed è qui che Maheux pratica Bataille, andando forse anche oltre Bataille. Infatti, di contro a qualsiasi economia, l'oggetto non permette l'utilizzo, ma quell'utilizzo permette, anche definendolo, l'oggetto, il quale a sua volta si sottrae al consumo poiché, in sé, una volta definito, è finito, si è esaurito: la morte, sia nel senso ultimo del sacrificio che in quello, piccolo, della sessualità, è, nella pratica delle atrocità di Maheux, l'immanenza, ma quest'immanenza è tanto idonea quanto immediata all'oggetto allorché questo proceda e faccia procedere un proprio, particolare, principio d'individuazione. L'oggetto, cioè, non può che perdersi, dispersi. Divenuto oggetto attraverso un pratica che lo definisce in quanto tale, si consuma e si perde come tale, cioè in quanto oggetto, utile. Individuato, si disindividua in quell'immanenza in cui l'utile coincide colla perdita (meglio, collo sciupo) e non sussiste alcun fronteggiarsi di io e non-io. A livello extra-diegetico, tutto ciò si risolve in una riflessione cinematografica sull'atto cinematografico. Nel cinema, infatti, la possibilità è il tempo; la condizione di possibilità del cinema è il tempo. Ma questo tempo è in sé specifico di un godimento, di una possibilità strumentale del film. Il film, cioè, è possibile nel tempo in quanto strumento. L'oggettivazione, la cosalizzazione dell'opera filmica è in seguito, ma virtualmente sta a monte: che il film sia possibile, cioè, è perché, in sé, permette di essere goduto, sofferto. Ma il godimento o la sofferenza dell'opera, cioè la sua temporalizzazione, ne decretano la morte. Maheux, lungi dal fare una critica alla società dei consumi com'è di moda, mette in dubbio il principio dell'individuazione filmica, e cioè la visione: è attraverso la visione che un film, quella bambola, diventanto oggetti, si perdono in quanto tali, e cioè processi ulteriori, non definibili, che potrebbero realmente scartare tutte le definizioni e - perché no? - i principi del mercato, del consumo. Così, a livello estetico, Maheux non fa altro che mettere, esagerare, ma in questa esagerazione c'è una perdita: qualcosa ustiona l'occhio, che non ce la fa. Film-potlach, Théorie de la religion, che è senz'altro tante cose, tra cui un porno, un gore, un film-saggio e via dicendo, è soprattutto, in ultima e definitiva istanza, questo: un attentato terroristico nei confronti dell'occhio, una resistenza (invisibile) del cinema.

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