Postdigital flipbook



C'è una differenza sostanziale tra il voler tornare a un'origine del cinema e sperimentare colla stessa, soprattutto quando questa sperimentazione è fatta non tanto in nome di un ritorno a uno stato primitivo e nemmeno a una tecnica e conseguente materiale che abbia scaturito la nascita. Forse è per questo che il nuovo cortometraggio di Pablo-Martín Córdoba, Postdigital flipbook (Francia, 5', 2019), potrebbe essere considerato se non di difficile lettura almeno di non facile comprensione negli intenti, in quanto un giudizio superficiale è rischiosamente dietro l'angolo quando si affronta questo tema, soprattutto a fronte di una tale immediatezza del cortometraggio. Forse, per meglio comprendere da che punto parta la questione, è bene ricordarsi di almeno un aspetto de L'inter-code (Francia, 2017, 10'): il cinema è formato da fotogrammi (cosa che in Postdigital flipbook è reso palese all'estremo chiaramente, anche se in modo differente) e il movimento in sé non esiste. Ora, però, un movimento non si può dire che non esista davvero in questi casi in realtà, fermo restando che esso è tale solo se viene considerato in senso fisiologico e in senso sensibile: nel cortometraggio del 2017 il fotogramma non era movimento ma riferendoci ad esso in un campo digitale e sarebbe meglio parlare piuttosto di trasmissione che di movimento. Dunque, i dati non si muovono da uno spazio all'altro, vengono invece trasmessi, la qual cosa non è una questione solamente terminologica, ma compete un altro modo di sentire o vivere lo spazio, il che alla fine è tutto ciò che conta. Rimane dunque un cambiamento di spazio, ma è come se si aprisse un varco, il quale non può essere più rappresentato dallo spazio nero tra un fotogramma e l'altro. Se Postdigital flipbook ha già assimilato ciò, è perché è chiaramente un'altra cosa ancora. Qui la trasmissione incontra un movimento solo per beffeggiarsi in qualche modo dello stesso, nel senso che sì, fa parte di un'illusione l'impressione che qualcosa venga incontro allo spettatore, e però questo segna più che un'incomprensione tra uomo e immagine, una sua fusione. La beffa, comunque, starebbe nel credere di avere il pieno controllo del mezzo tecnologico e quindi dell'immagine o, peggio ancora, rimpiazzare nel creazionismo dio con l'uomo. Il regista francese ci aveva già messo in guardia con Gare Paris-Saint-Lazare, 10 avril 2017, 12h03-12h07 (Francia, 2017, 4'), dove si crea la forte sensazione che un terzo occhio sia presente - per intendersi, come se lo spettatore stesse guardando un film che in qualche modo è già stato guardato e non ne è dunque il fruitore diretto (primato del digitale sull'uomo). Ma naturalmente Postdigital flipbook non è solo questo, perché la sua generazione infinita non nasconde la sua trasmissione infinita e, nello stesso piano, l'immagine: essa non è una, l'indeterminata e indistinta unione di volti, ma un tutto che risulta ingestibile in quanto manca non tanto di sostanza ma di forma (e dunque non è): essa spinge in fuori senza che questo fuori abbia uno spazio, è l'incompleta azione del cinema. Ecco l'esistenza del fuori che un lavoro del genere evidenzia in tutta la sua drammaticità: la sensazione non è tanto quella di essere dunque intrappolati in uno spazio dal quale sia impossibile uscire e soprattutto cambiarne i connotati, bensì quello di un vuoto che lavora all'esterno di sé. Un indomabile che viene verso di noi per travolgerci: qui lo spettatore non è più colui che guarda, ma è nell'azione stessa del cinema. Un'azione però che trapela un immobilismo di fondo, si parla dunque di altro, non è umano, non è biologico eppure muta e soprattutto ne vediamo solo gli effetti su di noi. Esso è dunque al lavoro e poco importa capirne l'origine allorché basta simularne la generazione: il suo avvio non parte mai da zero ma è già cominciato, è sempre in stato di loop. Ancora, è dopo il digitale in quanto oltrepassato da un lavoro il cui surplus non gonfia la base di partenza, ma alimenta il processo della fine che avanza senza volgersi indietro: essa ci viene trasmessa ma non ne vediamo le estremità.  

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