Vera
























Vera (Usa, 2018, 7') è bella, elegante e raffinata, a modo e capace. Sa come spiegare ciò che vuol dire ed è rassicurante.  
Vera è programmata per figliare così come l'uomo è programmato per fare sesso. Vera non sente nulla se non dopo tanti anni e ti ride dietro se pensi che possa non essere così. 
Vera divora la testa del bambino.
Ma Vera è in una ragnatela per cui, prima o poi, sarebbe capitato che mangiasse un bambino, così come pretendesse qualcosa per sé del piacere. Non è diventata un ragno, ma nel suo principio di trasformazione ha sentito qualcosa di vagamente palpabile e filamentoso, molto sottile ma anche resistente e le dava proprio fastidio. Questo qualcosa era la casa. Così, per fare in modo che il prurito non si estendesse, si è curata più della ragnatela che del ragno e la trasformazione si è incanalata per altre vie. È diventata fondamentale l'arma della sconsacrazione e della distruzione. E in fondo va bene così, "e che vuoi farci?" sembra dire la gatta.
In Vera pare che Karen Yasinsky abbia in mente un simbolismo in alcune immagini con cui giocare, le quali rappresentano la stereotipizzazione di una precisa donna, quella del dopoguerra, nel boom economico dei Paesi occidentali e statunitensi. Affinché questo stereotipo valga davvero qualcosa nel 2019, le immagini d'archivio vengono scelte per la loro ambiguità. Se da una parte, infatti, l'ambito della cucina rappresenta qualcosa di molto scontato in cui accostare la donna, dall'altra l'induzione a metterci insieme la macellazione delle bestie aggiunge quell'elemento di violenza controllata (non è l'uccisione dell'animale della donna contadina in fin dei conti, bensì quella controllata dei mattatoi) che sembrerebbe ancora di più schiacciarla in precisi significati che non alterano, in fondo, la rappresentazione. Sarà l'elemento del disegno a farlo, prima sopra le immagini d'archivio e poi prendendo poco a poco in mano la scena. Sarà quindi l'animazione a portare l'ambiguità necessaria che consentirà alla Yasinsky di far valere l'archivio - ad aprirlo e darne senso - ancora oggi. Ed è, forse, quest'ultimo elemento che salva una liberazione altrimenti forzata in quanto di natura trascendentale. Possiamo porre, ad esempio, la pastorale cristiana, che nel mentre liberava l'essere umano dai suoi peccati poneva un'assoluzione per tramite che rendeva disturbata la comunicazione diretta con dio, già edulcorata dagli elementi peggiori, quali le incertezze e i timori, la rabbia e la gioia del peccatore. Che ne è infatti di qualsiasi decisione non presa da sé? Vera sembrerebbe un po' giocare sul confine di questa sottile questione, la quale non diviene visibile per una questione di formato dell'immagine quanto piuttosto di ciò che il film non farà trasparire, di quella mancanza che porta alla possibilità di un possibile altrimenti schiacciato da ciò che è e non è (constatazione, quest'ultima, che renderebbe fin troppo chiaro ciò che stiamo guardando; e, comunque, lo stabilirsi della cosa e di ciò che essa non è formerebbe una relazione che comprende il tutto, escludendo così ogni ulteriore cosa del mondo non rimanendo altro posto, nemmeno per lo scarto). Cosa non fa trasparire il cortometraggio? Non possiamo dirlo, eppure rimangono alcune vie inesplorate come quella della violenza, che rimane distante non perché invisibile, anzi, ma perché in qualche modo controllata e senza astio: è possibile così accettarla; oppure quella della ragnatela: si sa che il ragno finché vive continuerà a tesserla e in questo modo la ripetizione si scontra non solo col principio di creazione ma anche con la distruzione per opera di un altro (per sé sarebbe contro la sua stessa sopravvivenza, e quindi?): qual è il vero altro della donna e che rapporto può avere questo con la sua sopravvivenza? L'insoluto che viene a crearsi genera così un malcontento costruttivo: e noi cosa decidiamo? In questo modo cala il sipario e la televisione si spegne.


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