Errata corrige #11: Pogrom


siamo la persecuzione
siamo la fine della speranza nella liberazione
rappresentiamo la volontà del tuo cuore con il cappio per l'impicaggione
siamo il verdetto lapidario e noi ci definiamo
un nauseabondo oltraggio mirato per colpire la dignità di ogni singolo essere umano
siamo la perversa conseguenza
non c'è alcun limite al male perchè compone la nostra quintessenza
siamo prigionia totalitaria in campi di concentramento
siamo il treno che corre veloce per sbatterti dentro
siamo uno stupro di freddo l'Olocausto dell'inverno
facciamo blast beat sul vostro cranio con addosso un'armatura a piastre di ferro
noi le pagine più nere delle cronache del male
scrivi Nerthus Order sul muro e dai fuoco ai palazzi ché ogni città possa bruciare
siamo il bosco che ricresce sulle vostre vite
foglie dirigon l'orchestra del silenzio delle vittime
alla nostra vittoria il glifo dell'algiz sarà invertito
ora e per sempre il regno è vivo
TRVE OLD BLACK RAP
coltre di astri nel cielo divino
la stirpe la serpe e l'esilio
le code di serpente tra i capelli della madre
simboleggiano una strage sono pronto a ritornare
olio nell'ampolla una candela mi riscalda
la notte mi circonda la luna mi comanda
pagano come Wotan naturale come Nerto
so resistere alla neve come bacche di ginepro
e vivo nella fossa alato come i draghi
martoriato dalla folgore ho legioni di soldati
armati di tridente decorati da Wolfsangel
eleganti come arcangeli Dio non può fermarci
dodici tramonti prima della mia battaglia
l'umano contro l'orda si rivoltano le quasar
la luce di una gravastar ci annulla sulla luna pulsar
aprono il portale sacrosanto del sapere che contiene il nulla
(NERTHUS DIVISION - TRVE OLD BLACK RAP)

Una dichiarazione di guerra per una guerra che è già stata combattuta e la cui sconfitta significa ancora ist Krieg. Cosa resta? Pogrom.

sangue scorre dalle porte
del regno di Dio
fecondò il bosco nel silenzio
accompagnò un fruscio
sussurrò ai nostri cuori
a morte la civiltà
con l'odio scolpito negli occhi
guerra sarà per Wotan
e le auree campane 
risuonarono l'ultimo colpo
nel blasfemo epilogo
un'aquila in cielo gridò
POGROM

La sconfitta come luogo dell’origine, un dissidio che non poteva che stravolgersi in quella stessa sconfitta per cui è venuto a essere, a esso coestensiva, quindi una perdita - e una perdita anzitutto del dissidio ovvero dell’origine. Non che l’origine manchi; piuttosto, l’origine è ciò che viene dopo, la decisione che in quanto tale ha già cancellato, ha già prodotto il taglio, uno strappo, e nella catena causale che così è stata avviata il mondo che la Nerthus ci presenta, la realtà entro la quale la Nerthus nasce (in modo reazionario, non conservatore), è il mondo vuoto di santità, desacralizzato, democratico in cui siamo tutti coinvolti. Sulla desacralizzazione del mondo, non meno che sulla sua democratizzazione, fanno perno le critiche più ostili della divisione, e a queste fanno da contralto per l’una il recupero di un certo paganesimo e per l’altra una visione guerrafondaia che, pur trovando nell'estetica nazista la sua più fervida espressione, si decide per la violenza più che per la forza, nei diversi sensi cui un Sorel potrebbe dare a questi termini.
Già in White Frost si presentava non una natura ma la Natura, ed era la Natura che la società civile ha soffocato, mistificato, annientato, tant'è che si potrebbe anche dire, al di là di qualsiasi materialismo storico, che quella Natura era l’opposto della società, della civiltà, il che però non sta a indicare che vi sia un binomio tra la natura e la società, bensì - e al massimo - che la società, a un certo punto, abbia come rifiutato il bosco, da cui poi, in una visione che ha il gusto del messianico, un po’ come potevano averlo quelle di Marx circa la vittoria del proletariato, la rivincita dei rampicanti, degli angeli verdi sulla civiltà (Jörð). Ora, però, e in un lavoro di più ampio respiro, dove al carattere della visione immediata, totalizzante dell’EP non si sostituisce ma si accompagna l’elemento strutturale, a questa cesura tra Natura e civiltà viene data una spiegazione, quasi una genealogia, se con genealogia s’intende la scoperta del punto, del nemico, di colui che ha deciso della sutura, che ha inventato lo scarto, e il nemico è il Cristo:

quel porco del tuo dio tagliato in due da una flamberga di due metri
sotto gli occhi dei discepoli ammaliati dai suoi gemiti
foglie dentro un rogo sono le tue frasi spoglie
le tue prediche di merda sono ghiande per le troie 

Il black metal non è semplice suggestione. I Nerthus scelgono il black metal per la filosofia pagana, anti-cristiana che lo permea, e bisogna in qualche modo, a voler essere onesti con se stessi fino in fondo, essere anti-cristiani, perché l'Unto è precisamente colui che ha detto che Dio non è di questo mondo, desacralizzando la Terra. Che a Dio appartenga il regno dei cieli, del resto, non significa altro che questo, che la Terra non ha più nulla di sacro in sé, al limite che, a volerne dare una lettura radicale, la messa in opera del dio cristiano è, de facto, un'usurpazione della regalità di Jörð, una sconsacrazione di Demetra, il deicidio di Gea. Ovviamente, la scelta per Dio è la scelta, sì, per una religione, ma per una religione che non può non risolversi politicamente; infatti, se si accetta la trascendenza divina, non solo si opta per un disordine costante sul piano terreno ma anche e soprattutto per un'organizzazione di questo disordine da parte di quegli esseri imperfetti e disordinati che soltanto in quanto legittimati dal volere divino possono e riescono a mettere, a stabilizzare il caos. E non è un caso, a questo proposito, che l'odio verso Dio si espanda alla Madonna non meno che alla stirpe di David, quel David che fu re, vale a dire governatore in absentia dei:

ave oh maria piena di disgrazia Sodoma è con te
marcio è il frutto del tuo grembo nella vita e nella morte
qua sulla terra così nei cieli un inferno di luce abbacinante
la costellazione del carro prende la forma di svastica di fuoco rotante
dalle catacombe un tunnel cripta ingurgita la Santa Sede
sacro muschio del sepolcro divora la fede
nel cenacolo un orgiastico banchetto d'ogni putrefatto ricordo
sul monte Sinai crollato appendi con la placenta il tuo primogenito morto
il Regno d'Israele con la stirpe di David
muore con lo stupro delle figlie di Sion da trenta leviatani
dalle ceneri di Gerusalemme in fiamme
aborrerò il perdono e ascenderò da quest'altare

Così, l'Osanna dei Nerthus vale per un satanismo che, ferocemente anti-cristiano, dice della natura, rievocando gli scenari apocalittici della già citata traccia che chiudeva l'EP:

l'Eden torna incolto e vivo a questo grido 
HABEMUS SATANAS

Per i Nerthus, essere satanisti significa essere naturalisti, ma questo è un aspetto iniziale, ancora reattivo del naturalismo, coincidente - per intenderci - colla seconda delle tre metamorfosi nicciane, quella del leone. E però è qui che si dà avvio alla guerra. Una guerra che, come si è visto, non può che essere politica, perché il cristianesimo in sé è l'avvio di quella politica mondana che governa un mondo che non ha più valore: il capitalismo. Il Capitale è precisamente ciò che usa il mondo, che, come vede Heidegger, non trova più nell'albero lo spirito che percepivano gli animisti bensì nient'altro che materiale per la falegnameria. Se nel mondo non c'è più il sacro, ecco che i prodotti della Terra vengono considerati quale merce dall'«uomo vigliacco nemico dei frutti di Jörð», e il nero della guerra satanica contro il Cristo palesa la propria indecidibilità, poiché, a livello politico, è il medesimo nero che vestiva le truppe naziste, il cui primo nemico, com'è noto a chi abbia letto anche una sola riga di Schmitt o di qualsiasi autore anarcoide della rivoluzione conservatrice, non era il comunismo ma la follia liberale americana e inglese, una follia che i conservatori tedeschi vedevano anche nell'ebraismo per quanto accennato sopra.

Strupro missilistico follia la tua democrazia finita
aristokrator nero in guerra contro la tua vita
al ritmo di colpi di panzer marciano le gambe
io mi esalto quando ascolto Wagner fatti due domande
der Commander Floryan Geyer Schwarzer Haufen
elegante come le divise nere della Waffen
coperto di placche, verticale in rotta sui civili
quando muoio mi porterò appresso donne e bambini
solidarietà alle Black Legions 
non è guerra è prestigio tutto ciò che non è Nerthus è nemico
tiro sul bersaglio a 100k di distanza
sbuca dalla nuvola di fuoco il mio stuka
panzer divisione nerthus primo battaglione
Wunderwaffen aviazione protocollo distruzione
posizione longitudine 88 per la collisione
a nord dell'equatore verso il polo superiore
giù dai monti in posizione triangolare 
come un'aquila reale sgancia grappoli di bombe assalto nucleare
Maxar tira fuori l'MG fuoco di soppressione
un Totenkopf di fumo nero oscura tutta la regione
un bacio d'amore nero da Berlino
piange pioggia 7,92 sull'obiettivo
ascolta la mia ninna nanna dell'odio
sogni d'oro un MG trita il tuo sonno
Luftwaffe le aquile d'acciaio 
rastrellamento nero stellato re dello sterminio dall'alto
patrimonio della morte giù in picchiata verticale
raid dottrinale pura violenza radicale

Com'è evidente, tutto ciò che la Divisione non è è l'essere conservatrice. Al pari di Dávila, Lord Totenkopf e Maxar non sono conservatori, e non sono conservatori perché, per loro, non c'è più nulla che valga la pena di essere conservato. Al mondo moderno, nelle sue radici giudaico-cristiane, Ozone e Maxar muovono guerra: non c'è nulla da conservare, solo da distruggere. Non sono conservatori, sono reazionari. E l'affinità col nazismo non si può che leggere in questi termini, cioè in una forte spinta anti-liberalista e in una rinnovata consapevolezza che è proprio la trascendenza del dio giudaico-cristiano ad aver, da un lato, sconsacrato la Terra e, dall'altro, averla resa un sito d'estrazione di materie prime per l'industria. Consapevolezza che, come dimostrano capolavori del calibro di Ewiger Wald (Germania, 1936, 54'), il nazismo manifestò anche nella propria mistica, recuperando, come la Divisione, tradizioni pagane, le quali, all'opposto delle religioni monoteiste, trovano il sacro nella Natura. 
La Natura è il sacro, ma la sacralità della Natura non dice che di un panteismo in cui il sacrale si svuota di qualsiasi elemento cultuale e, onnipervasivo, schioda ogni possibile differenza gerarchica. Meglio ancora, la Natura è il sacro perché la gerarchia cessa, poiché la Natura è in sé e non c'è altro che la Natura:

la visione di Wotan risveglia Wotan

Hic et nunc, ovvero il Sacro. Un Sacro che è il ganz Anderes in quanto Identico o, ed è lo stesso, l'Identico è identico a sé nell'aliud, aliud valde in cui si demistifica.
Sembrerebbe sorgere, a questo punto, un problema, un problema anche piuttosto inquietante, poiché rischia di far collassare su se stesso tutto l'impianto sinora tenuto in piedi dalla Nerthus, risolvendosi tutto ciò in una sorta di finzione letteraria tutt'altro che efficace. Il problema è il seguente: com'è possibile, per la Divisione, avere una simile visione? se, cioè, la Natura è il Sacro, quindi il totalmente Altro, un totalmente Altro che, peraltro, è stato estirpato da millenni di cultura giudaico-cristiana e da secoli di politica democratica e liberale, com'è possibile non solo pensare ma anche solo credere che possa esistere la natura e in particolar modo quella Natura, senza con ciò ammettere un Fuori, un occhio cosmico che, per definizione, si risolverebbe o in una contraddizione in termini con la Natura così come Sacro o quantomeno in una finzione letteraria? In breve, com'è possibile rendere Ištar libera? Risposta: attraverso la morte.

ma non c'è recinto per l'eterno verde
se con il mio sangue io vivrò per sempre

La morte non è una prospettiva, ma un'impressione, uno stampo mnestico, che si manifesta in ricordi ancestrali oppure, anche, nei sogni:

i limiti del mio sguardo al futuro dentro passati sogni
di terre lontane ancestrali di frassini eterni
liberi liberi dal grande deserto
tutte le foglie tornarono indetro a quando splenderono
[...]
e guardo guardo ancora ciò che mi completa
mi appartiene come il sangue che mi scorre nelle vene
e là quando nello specchio dell'io ci avrò trovato Dio
sarò tornato nel bosco per ascoltarne il fruscio

La morte è la matrice di uno sguardo radicale. Se c'è salvezza, la salvezza è nella morte. In una prospettiva cristiana, la morte non è, perché essa indica solo un trapasso da un livello all'altro; il cristianesimo abolisce la morte perché ha abolito la Natura: questa vita non conta, il corpo è una gabbia per l'anima e menate simili. Viceversa, la Divisione trova precisamente nella morte, nell'esperienza - un'esperienza che, come vedremo, è ancestrale, cosmica - della morte la possibilità di ritrovare, fin anche a ricongiungersi con, quella natura che è andata perduta. In effetti, non potrebbe essere diversamente, e se l'eternità è promessa dal Cristo, allora quest'eternità non può ritrovarsi sul piano mondano, che è per definizione transeunte. Il piano mondano passa, trascorre; l'eternità è altrove, lassù. L'ordine del Paradiso, che immobilizza il transeunte, ordinandolo, è ciò che il governo degli uomini, la politica, tenta di fare, come abbiamo avuto modo di vedere, in absentia dei, quaggiù, dov'è il caos perché nulla è immobile ma tutto trascorre, cioè è disordine, sregolatezza. La salvezza è rimandata a un altro piano, a un'altra vita, poiché in questa non c'è che il dolore del debitore (un dolore piuttosto grande e angosciante, se consideriamo che questo debitore è in debito con Dio...). Il sistema cristiano-capitalistico, che funziona appunto su questo rimando asintotico della salvezza e sulla coppia debitore/creditore, viene annichilito dalla Divisione allorché si prenda seriamente la prospettiva del transeunte. Se per il cristiano la salvezza è differita e questo mondo non è che una valle di lacrime, se la politica, specie nella sua forma democratica di rappresentanza, giustifica, con un'idea di progresso della Storia, quasi che l'oggi fosse uno ieri-più-carico, quel genocidio perenne degli oppressi da parte degli oppressori, genocidio ingiustificabile e scriteriato, qualora, facendo vergognosamente emergere il λόγος dall'immanenza, non lo si chiami «storia umana» al fine di legittimare lo status quo classista imperante, se per il cristiano, insomma, vale tutto questo sfacelo, per la Divisione è altrimenti, ed è vero che questo mondo è una valle di lacrime, che il disordine persiste, che tutto è transeunte, ma proprio per questo c'è salvezza, perché tutto tramonta. C'è salvezza perché si muore, perché il disordine non è processabile e in ultima istanza non c'è progresso. 

crolla il mondo, mentre un leviatano sorge assorbo le sue forze
entro in contatto con la morte e rido forte
non c'è niente dopo questa vita un fosso tutto nero
un filo piatto una astinenza del contatto col mondo terreno
mentre il sole nasce io divento cieco
sgozzo il feto di una capra e mi concedo al mio concreto
freddo e gelo nel mio cuore una mandragora mi tiene vivo 
e grida al mio cervello di aver visto com'è fatto dio

Solo attraverso questo sentimento, che è nichilistico solo nel senso dell'ego, si può giungere a quel sentimento della Natura altrimenti forcluso, impossibile. E non c'è la morte perché tutto trascorre, come vogliono i cristiani; al contrario, tutto trascorre perché c'è la morte, la morte è la matrice, e se la morte, l'indecidibile, il totalmente Altro, il transeunte in quanto tale, passaggio, frattale, piega, insomma se la morte è ed è matrice, ecco che non c'è più forma, che la forma è impossibile, così come sono faceti tutti quei tentativi di governamentalità, sia il governo degli uomini sugli uomini sia il governo di Dio sulla natura. In questo senso, si potrebbe dire che la morte, qualsiasi sia la sua forma (genocidio, suicidio etc.) poiché forma non ne ha, anzi è letteralmente l'informe e la sua attività, è per i Nerthus l'equipollente e l'equivalente di ciò che i cristiani chiamano la Grazia: 

questi giorni sono gelidi rimorsi di trascorsi
di in un'infanzia trasandata senza aiuti né soccorsi
morirò per sempre oggi sono pronto
ho benedetto questo calice col fuoco e con lacrime del mondo
madre guardami sparare sulla folla ed esultare
nella gioia di un massacro colossale adesso sta a guardare
odio la vita e vivo per odiare
hanno distrutto tutto quanto non lasciandomi le forze per ricominciare
quando sarà tardi sarò libero, nel vuoto di un dirupo
con addosso ancora i segni del tuo stupro
non combatto perchè in fondo è quello che ho sempre voluto
un grande vuoto dentro ha sempre accompagnato il mio vissuto 

Sulla morte si gioca peraltro uno dei picchi del disco. In effetti, se la morte è l'informe, qual è la differenza che essa sia la Grazia oppure che essa venga stipulata per mezzo di una grazia trascendente? Così, all'inquisizione cinquecentesca, la Divisione contrappone un'altra inquisizione ancora, un'inquisizione nera, come potremmo definirla, poiché, se per papa Innocenzo IV si trattava di estirpare alla radice le eresie che contaminavano il popolo cristiano, per i Nerthus il donare la morte implica riaprire lo squarcio originario, ripetere il fiat iniziale:

factus est sudor eius sicut guttae sanguinis decurrentis in terram Deus judica me
Domine in pulverem mortis deduxisti me perinde ac cadaver ac cadaver
ad extirpanda de medio Populi Christiani 
haereticae pravitatis zizania portiamo la morte nei nostri Reami
sfoglia le pagine di carne fatta libro
l'inchiostro è il nostro sangue che racconta la transustanzazione di Dio
sono l'eucarestia assaggia il mio volere
sono Cristo fatto carne guarda e trova nei miei occhi il bene
guardami ancora guardami ancora
genuflessione sul fuoco ascendi nella
tua ultima ora ultima ora
brucia l'ultimo respiro e riposa
col costume necrotico danza con i tuoi peccati
cieca gli occhi si sciolgon come cera negli ultimi passi
i sogni in cui Abramo infilò il suo coltello nel figlio diventan ricordi distanti
terra autem erat inanis et vacua
et tenebrae super faciem abyssi
et spiritus Dei ferebatur super aquas
dixitque deus fiat tenebris

Il «sia fatta» originario parla della tenebra, e, la morte, la si dà sempre all'interno del proprio reame, non in quello dei nemici eretici, perché, la morte, come il silenzio, non la si può che donare. Dell'ordine del dono, infatti, è il trapasso; il regalo conta in quanto gesto, «è il gesto che conta», poiché nel gesto il regalo si dà, ovvero è ed è tale, cioè regalo. Dalla morte, appunto: e mai viceversa. Si vede forse meglio, ora, la natura transeunte, di passaggio, che è all'opera nella morte e che la morte mette all'opera - non fa che mettere all'opera... ed è in questo passaggio, proprio perché questo passaggio viene a crearsi, che la morte non è mai, checché ne dica Heidegger, la «mia» morte; viceversa, la morte è di per sé trasduttiva e transindividuale. La morte è qualcosa di cosmico, di ancestrale. Un wormhole, nel quale io posso trapassarmi e ritrovare l'esperienza dell'altro in una dimensione che è - et voilà - il totalmente Altro di cui sopra:

l'inutilità di secoli di passati a contemplare vetri infranti
quanto debole è la mano che comandi?
osservo la campagna andare a fuoco da una stalla
le volpi luminose in direzione della strada 
un MP 40 mi protegge dalla morte
ed è portare in braccio un'arma che mi ha reso così forte
non fosse per l'istinto sarei quattro metri sotto queste spighe
un solco il mio sorriso un corpo sulle rive
un occhio tatuato sulle labbra
un fiocco rosa sulla bara la mia vita tormentata
da quando mi ha lasciato ed è finita anche la guerra
io vivo di memoria nera un cancro mi riporta nella terra
seduto sulla sedia del fienile le vacche sono morte
e zitto punto sulla fronte il mio fucile
un numero spropositato di aridi rimorsi mi possiede
e finalmente tornerò a vedere 
ricorderò per sempre quelle notti silenziose
ricorderò del sangue quando guarderò le rose
ricorderò quei giorni ricorderò i tramonti
ricorderò la vita che si spegne dentro gli occhi
ricorderò dei colpi e dei proiettili nei corpi
ricorderò che stavo solo rispettando gli ordini
ricorderò del fronte ricorderò le sponde
ricorderò del sangue che ha portato rosso autunno a queste foglie

La memoria diventa nera. Colui che ricorda non è colui che ricorda ma colui che, fucile alla tempia, da un altro tempo e forse anche da un'altra dimensione, ricorda ciò che, in effetti, non ha mai trascorso e a cui solo nella morte, nell'identità di questo totalmente Altro, si (ri)congiunge. Com'è evidente, non è Piero. Non è il borghese che, da buon moralista, descrive in terza persona una situazione che non conoscerà né capirà mai, colla boria di dare pure dei consigli, se non degli ordini; qui, l'immedesimazione è massima, e il ricordo è teso al futuro - un futuro in cui, per come stan messe le cose, quel soldato non ci sarà ma non il suo ricordare, anzi questo sussisterà, e colui che verrà sul limite della morte nascerà per incarnare quei ricordi non (ancora) suoi, in una dimensione che la morte, colla sua potenza transindividuale, apre, varcando la soglia della Natura, che è comunitaria:

memoria nera un valzer tra le fiamme
l'equipaggio della nave sul mare dell'odio che affonda nel sangue
i miei compagni sono diventati colori sui cingoli
che affrescano di rosso le steppe che non vedranno figli
ti ricordi quanto ci credevamo in questa vittoria?
adesso fisso gli occhi spenti di un soldato senza forza
e forse balleremo ancora un'ultima volta
sulle note di questa grande sinfonia finchè il mortaio suona
ed ogni notte l'inverno si tinse d'un nero diverso
ma sognai costantemente di poter tornare indietro
quindi mia bandiera cadi quando cado
e sarai santificata dal mio sangue diventando il mio sudario
Morana con in mano un ramoscello di sempreverde
dirigerà leggiadra per noi l'orchestra della morte
fino a quando l'equinozio non l'affoga come sempre
ed io annegherò con la mia dea noncurante della sorte

S'incrinano lo spazio e il tempo o, meglio, le categorie concettuali che organizzano il caos secondo geometrie spaziotemporali. Il ricordo non appartiene a colui che ricorda, e per questo è possibile ricordare: è il prodromo del collasso del positivismo, che vedremo all'opera col risorgere sponteneo della filosofia lovecraftiana. Per il momento, basti ragionare sulla figura dell'aristokrator, che è colui che compie il passaggio. 
L'aristokrator è, per certi versi, l'arcangelo, nel senso del mediatore che non media, e in effetti sarebbe sbagliato parlare di una mediazione, poiché, come si sarà notato, mancano i termini tra cui mediare; piuttosto, meglio sarebbe definire l'aristokrator una pura forza, una linea di forza che tiene in sé l'odio verso Dio e il rifiuto della politica, compresa, con ciò, la violenza inaudita di una lacerazione che sgomberi il terreno da queste due potenze. L'aristokrator è allora la forza come poteva esserlo per il Marx di Sorel il proletariato, un'energia devastatrice che arriva anche a devastare se stessa (il proletariato che devasta le classi, il sistema classista tutto intero annientandosi anche come classe, il trve old black rap): è il potere del negativo, non una mediazione ma una negazione che, anziché negare per positivizzarsi, per prendere il posto del positivo, nega e si nega, muove alla negazione mettendola in opera - asintoticamente.

ci siamo nutriti con il lardo messo su pellicce impermeabili
e per anni consultato gli astri in vista di catastrofi
istigando l'odio dentro i ragazzini dei villaggi
deridendo gli avversari e mutilando i loro falli
un olocausto dentro la mia pelle
il gusto aspro delle carni un regno lungo più di mille anni
io non so se dopo moriremo so che porteremo
appresso tanti di voi bastardi
e dopo sarà il turno delle vostre mogli strette con i pargoli
arderò i sobborghi svuoterò lo scroto sulle lapidi
ostrogoto deumanizzatore mostro aristocratico
ogni forma di espressione sarà vista come oltraggio
repressione esilio obbligatorio rituale ordalico
affinché il ragazzo torni consapevole e forgiato
la mia compagnia c'ha il simbolo del lupo impresso a fuoco
e te lo mette dentro il culo fino a quando non sei morto
aristokrator decimo reame
governo medievale armato nero patriarcato
le rune sulla roccia hanno previsto una vittoria
domani sarà morte domani sarà storia
e i lupi fanno uuuh i lupi sono il capo
Nerthus Order triumvirato annichiliamo il tuo suffragio
da dieci lunghi lustri decimiamo l'avversario
i ferri sono caldi lo scudo insanguinato
si è risvegliato il regno
freccia che va a segno
dal sangue nasce il bosco 
dal germoglio i rami uccidono l'indegno
tra queste mura di corteccia impenetrabile
il debole muore perché ucciderlo è più facile
perché insegnare qua la disciplina attraverso la morte è solo più efficace
quindi guarda in alto il sole è morto e noi qua sotto
con la grande serpe cosmica affamata che ci gira intorno
il figlio di Múspell Surtur sorse dalle fiamme
e portò morte a chi è inadatto colpendolo alle spalle
fu tempo d'asce fu tempo di spade per sempre fu guerra e s'infransero scudi
prima che il mondo crolli fu tempo di venti fu tempo di piogge fu tempo di lupi
i fratelli si aggredirono e tradirono la stirpe
le madri impiccarono i figli e le figlie
i capi famiglia spinti giù dall'alto
qua neppure un uomo ne risparmiò un altro
suonò l'arpa sopra il colle con un fare spensierato
il vecchio mandriano che guardò la fine da lontano
e il suo gallo cantò al cielo un inno a queste ultime nozze
è l'uomo che amerà per sempre la sua stessa morte

L'aristokrator non è la morte, non è la negazione in sé ma il suo potere, quasi una sorta di emanazione di questa potenza inaudita, e il punto è proprio questo, sebbene ciò possa apparire come un argomento di necessità. Se la Natura è ciò che abbiamo visto essere, com'è che è stata destituita? La Natura lavora nelle tenebre, nelle profondità. Potenza traboccante, trabocca - e trabocca anche il proprio arcangelo, l'aristokrator che, nel mondo, aprirà al suo potere, alla potenza del negativo, alla morte, al crollo dei governi e al deicidio. L'aristokrator non è l'ultimo, ma il penultimo: è il limite, come il bicchiere di vino per l'ubriaco in Deleuze, quello cui l'ubriaco arriva e, continuamente, tende ad arrivare. L'ultimo - chi è? L'aristokrator non può che decidersi per la morte, è l'ultimo a morire di chi deve morire, perché anch'egli porta in sé quell'odio che lo incatena all'oggetto d'odio, Cristo e i governi, e perciò non è l'ultimo; l'ultimo è appunto il mandriano, che partecipa alle nozze colla Natura, la quale non sarebbe quel tutto che abbiamo visto essere senza con ciò comprendere l'elemento umano.

incido segni all'ombra del Questenbaum
la sepoltura è la discesa che mi accompagnerà
in una metamorfosi splendente putrescente e viva
e dalla terra verrò ancora sotto forma di una nuova vita
apprendi le pratiche, antico rituale, dalle rune inscritte sopra la mia lapide    
arcaico grimorio inciso dove giacerò steso sepolto qua da dove parte
un delirio di intrecci di glifi che incisi sul tumulo segneranno la discesa
la danza sensuale dei vermi riporterà il corpo all'ascesa con la primavera
abbandonati all'estasi stanotte 
voluttuosa, aurora danza per me ancora, sopra quelle foglie
e dormi con me, muori con me
adesso guardami e assapora il gelo in questo letto di neve
il bosco ci parlerà ancora una volta
sotto un mosaico infinito di rami che squarciano la luce di questa luna distorta
da questa strana nebbia scura senza fine 
esalterò me stesso con la morte più sublime
e parlerò con gli alberi e le rocce
quando smetterò di bere il silenzio del mondo dalla fonte
e mentre il vento sussurra ancora nel mio orecchio
il bosco avanza ancora nel mio putrescente regno
bagna il tuo fallo nel sale di crono
masturbati nudo sul trono
tocca la vulva di Atena e poi sputa
taglia la testa dei figli bastardi di Giuda
nuota nel sole del gallo dorato
lava dal sangue le corna del capro
bevi dal seno corposo di Baphomet
vieni nel grembo malato di Azazel
torna da me, figlio 
sciogli il sigillo del cuore di Seth
bagna di sperma le cosce di Vesta
balla coi satiri nella foresta
apri la tomba dell'uomo volante
ruba il suo elmo e cavalca la tenia gigante
MORTE ora sei luce perpetua
e dal Golgota al Gehenna sarà la discesa
del re

Ecco l'iniziazione solenne, il rito finale. La Nerthus dà ampio spazio a questo punto scatenando un clima necessario al rito stesso, alimentato da preghiere sataniche disseminate lungo tutto il disco, le quali danno una precisa cadenza e un ligio rigore alla missione che viene a compiersi. Le precise indicazioni del rituale si concretizzano in una vera e propria pragmatica della morte; la replicabilità del rituale è più precisamente solo supposta in questo caso, perché le varie ignominie funzionano nel momento in cui suggeriscono la strada e la situazione rimane dunque aperta. In questa apertura giaciamo sulla soglia, al ciglio, in un varco che esclude ogni ripensamento ormai bruciato,
e la carneficina è compiuta.
Il nostro giacere ci immerge nelle atmosfere in cui il sovrannaturale, la potenza dei sotterranei lovecraftiani, agiscono in una realtà ormai plasmata, dove la soglia tra realtà e l'altro mondo è talmente labile da permetterne un abitarci di cui lo scotto - ma meglio sarebbe dire il fio - è già stato pagato. (Questo clima ricorda un po' le atmosfere pagane che alimentavano gli scritti e gli incontri del CCRU.) 

arrivò il risveglio dell'orrore delle colline l'imbalsamatrice
poi venne Ghadamon il seme di Azathoth preghiamo insieme sperando in un tempo infelice
regina della melma degli abissi abominio di fango immondità di bile
Rh'thulla del vento verme tentacolare Nyarlathotep nefandezza sorride
capra Shub-Niggurath sposa nera invertebrata dell'impronunciabile
progenie pratica stupro prolasso oculare un'insaziabile fame sessuale
Xastur raggrinzito asporta cervelli nero indescrivibile sacerdotale
una massa rigonfia di viscere ed occhi il dio cancro che tutto divora ora vuole mangiare
Yog-Sothoth l'ammasso oscuro mostruoso di contenimento spazio-temporale
orrore causale demiurgo di sfere iridescenti tragedia multiversale
infrazione ricomposizione discrepanza detronizzazione di leggi fisiche
travaglio Ghatanathoa pietrificazione la prigionia fossile
grande sultano demone Azathoth sorge gorgogliando l'inenarrabile
massima profondità siderale abisso primogenito atemporale
suonI orripilanti da strumenti a fiato, una banda amorfa viva fuori dal tempo
quasi quanto questa follia disarmonica eterna che tiene quieto il sonno dell'universo

Non giungiamo così propriamente in un altro mondo, ma è l'altro del mondo in cui veniamo a trovarci: esso è qui, è tra noi, è nella realtà. Le citazioni a Lovecraft si palesano nel momento in cui arriviamo alla visibilità della soglia, in cui le grotte sono aperte, tant'è che, in definitiva, suggestioni lovecraftiane, più o meno velatamente, permeano l'interno disco ed è questo che immola Pogrom al di sopra di qualsiasi altro tentativo musicale di suggerire e mirare al mondo scoperto da Lovecraft. Le visioni dell'autore di Providence trapassano l'intero disco non fermandosi alla citazione in sé, com'è peraltro ormai d'uso (e sarebbe anche ora di finirla). L'orrore non sta dunque nella cosa nominata, ma in ciò che non conosciamo perché abitatori in quella «placida isola d'ignoranza in mezzo a neri mari d'infinito», per distacco dalla natura. Collassate le categorie spazio-temporali, annientata la politica cristiano-capitalista, fuori dai cardini di ciò che crediamo essere la realtà e che invece altro non è che una proiezione desacralizzata, ecco che la Natura si presenta per qual è, nella sua dimensione sacrale: è il totalmente Altro di Otto, certo, ma da questa prospettiva è Altro da ciò che è ora; e per questo la Nerthus Division necessita di Lovecraft, è una sorta di reincarnazione di Lovecraft, e Pogrom sembra davvero uscito dalla penna di un Carl Schmitt allucinato da visioni lovecraftiane. Infatti, l'orrore in Lovecraft non è mai il soprannaturale; l'orrore, in Lovecraft, non è nemmeno quello che si può trovare nella quotidianità, squarciandola, come in Stephen King; l'orrore, in Lovecraft, non è nemmeno orrore, ma è orrore agli occhi di quell'umano sociale che ha abiurato alla Natura: la cosmogonia lovecraftiana mostra come l'universo sia stato creato da quelle divinità che, pure, lo abitano, l'universo. L'universo è permeato di sacro, in Lovecraft - e l'orrore, la follia che allucina colui che entra in contatto con questa consapevolezza si spiega per il fatto che, in lui, si crepa, s'incrinano quelle categorie che diamo per scontate e che altro non sono che schemi trascendentali in grado, almeno superficialmente, di dare un ordine, se non un senso, al disordine cosmico. I Grandi Antichi non abitano un altro mondo, ma sono sotto questo mondo. Quel totalmente Altro che è la Natura per i Nerthus, l'orrore per Lovecraft, non è in una trascendenza ma nell'immanenza di questo stesso mondo, che aveva delegato l'altro in un sottosoglia, in un profondo nascosto che non è propriamente l'inconscio. La follia, infatti, che secondo una visione classica stava a indicare un sopraggiungere dell'Es rispetto all'equilibrio delle istanze, viene ora a essere un altro modo dello stare al mondo nel momento in cui le leggi positiviste sono crollate: è il ritorno a un'ancestrale visione, al dipanamento delle forze in uno stesso piano di immanenza, alla Natura prima dell'usurpazione dell'uomo che mercificò i frutti di Jörð e rese schiava Ištar.

splendore rurale satanico 
nero vassallo dell'animo stanco
dell'uomo vigliacco nemico dei frutti Jörð
torno nel bosco tra i lupi del nord
sono pronto, padre osserverai tuo figlio ascendere
e saprai cosa significa lottare per non spegnere
quel fuoco che da tempo ci ha animati quando ancora uniti
osammo ingenuamente sopravvivere agli istinti

Regna ora una violenza che non è quella hobbesiana precedente il patto sociale, bensì un fuoco che arde e non può non ardere, che si alimenta bruciandosi, al di là di qualsiasi idea di progresso e costruzione logica - è un nuovo regno? sì, e il disco-capolavoro della Nerthus Division ne è il sigillo.

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