Antler



Un trasognato atto di lotta, così si potrebbe parlare del cortometraggio di Atoosa Pour Hosseini, Antler (Iran/Irlanda, 2018, 15'). L'impalpabilità della realtà, l'immagine così soffusa nel senso di non morbosamente attaccata al reale, le illusioni e la modalità da sogno sono ciò che caratterizzano le immagini di Antler. Fin da subito quindi si è colti in un'atmosfera particolare che il giardino botanico irlandese induce a chi si reca: non ci si sente mai così totalmente ospiti che in questi luoghi. Unita al senso di estraniazione che quindi già il posto reca in sé, c'è anche una registrazione che cerca nell'unità delle cose il loro appartenersi vicendevolmente. Il tutto si permea di quell'atmosfera che, per l'appunto, potremmo descrivere come trasognata... Ma è, infine, in questo distacco in cui vediamo ciò che sentiamo, che questa condizione una volta conclusa ci crea problema. Non si può dire essere un ozio o una parentesi dalla vita, anche perché non ne possiamo, a volte, letteralmente fare a meno e, anzi, ne siamo anche e ben volentieri alla ricerca. Così, non tanto ci chiederemo se situazioni del genere ci siano lecite o meno, ma in quanta e quale misura si staccano effettivamente dalla realtà. Se quest'ultima rappresenta per noi, almeno per una gran parte, il lavoro, di qualunque tipo possa essere, ma essenzialmente legato alla produzione, si può dire che tutto il resto ha a che fare, né più né meno, ad esso, nel senso di un resto legato fortemente alle conseguenze delle nostre azioni e produzioni più ampie e dunque a una serie di effetti materiali che contemplano il tutto. Antler fa parte di questi effetti. Lungi dall'essere una parentesi dal mondo, il suo effetto vale dal momento in cui scopre una porzione di realtà che non si era ancora effettuata. Questo è probabilmente l'inizio di un cambio di prospettiva, da qui potremmo vedere che la pragmatica dei lavoratori è tale anche per tramite di un impalpabile che si schiude. Non si può dire quindi che vada a relegarsi tra quelle esperienze che possono essere percepibili solo per una porzione di mondo. Dovremmo dedurre che c'è chi può sognare ad occhi aperti e chi no? Il cortometraggio della Pour Hosseini parrebbe intendere di no dal momento in cui la sua accessibilità si rende possibile a tutti, perché non guidata da un forte principio trascendente che veicola la visione. Ma ci sono delle distinzioni da fare, perché non sono solo le speranze di un tempo migliore o di un luogo (come il dopo morte e il paradiso) che hanno animato le persone finora (si potrebbe portare ad esempio tutte quelle piccole fiammiferaie che possono essere viste come vittime di una povertà che non escludeva nessuno o come coloro che hanno aperto la realtà a qualcos'altro prima di morire, una lotta alternativa prima di chiudersi completamente). Se, per esempio, possiamo dire che l'ozio borghese è tale in quanto annoiato e costituente esclusivamente un fuori-lavoro - una relazione che cerca dei termini da contrapporvi, basata dunque sull'esclusione (da qui la confusione che porta parlare di "mondo" del lavoro) - il presentarsi di una natura impalpabile e velata, tra l'illusione e il radicarsi nell'esplorare ciò che ci è intorno, guardandolo per la prima vola, insomma, ciò che mostra Antler dev'essere qualcosa di diverso rispetto alla possibilità, ogni tanto, di perdersi in qualcosa per poi tornare alla routine quotidiana, qualcosa, infine, che ci appartiene e che non è un semplice svagarsi.
Ma c'è un altro snodo fondamentale in Antler di più difficile esplicazione. Esso ha a che fare con la donna, ma non possiamo dire che ce ne sia anche una rappresentazione che la collegherebbe a Julia Gelezova o la regista stessa. Lydia Moyer, ad esempio, rappresenta la donna o, almeno, la sua oggettivazione, con la figura del cerbiatto che si insinua in città e nelle case. Questo tipo di utilizzo dell'immagine, anche se contestualizzato, lega due figure come delle cose in sé, legandole in un rapporto che, siccome funziona bene, sarà più difficile da estirpare. Sarà forse per questo che anche in Antler possiamo scrivere che questa questione viene alla luce in qualche modo? Può essere, e tuttavia la Pour Hosseini, se non possiamo dire cerchi di sconfiggere talune rappresentazioni, possiamo parimenti affermare che sollecita delle precise corde, anche se meno preciso è il suo utilizzo. Il tema non emerge per delle cosiddette caratteristiche "universali", ma ha più a che vedere con ciò che ricorda una certa sperimentazione di sé, spoglia dunque da tutte quelle ipotesi ricche di pregiudizio le quali, come è noto, hanno animato le scienze, dalla biologia all'etologia e alla psicologia. Ciò che resta, dicevamo, è di difficile esplicazione. Una volta negate molte cose - il tema stesso della donna è negato - un indicibile prevale e così, da questo punto in poi, è l'immagine che risulta, pur nella sua impalpabilità, la componente più forte. Lungi per questo dal veicolare certe espressioni, certe teorie e rappresentazioni: anzi, questo fa dell'immagine un resto indeterminato o di infinita produzione. Ed è probabilmente questo che lega gli snodi: la possibilità di continuare a produrre non è data quindi da un prodotto finito ma piuttosto dal suo resto. Questo, alla fine, l'immagine immanente fa: una produzione infinita.


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