24(twenty-four) burned eyelashes


Se l'unica costante è il mutare delle cose del mondo, la ritrosia che a volte si ha di fronte a questa condizione è una negazione che riflette la nostra aderenza all'educazione verso l'Uno. Un Uno lontano e raggiungibile solo nella perfezione della morte, che ne cerca un'anticipazione attraverso un costante frenare: le spinte devono rimanere il più blande possibili, l'andare verso la staticità mira al mantenimento dello stato per il più lungo tempo possibile, i sentimenti sono miti e le spinte creative ridotte. Ma la magia ed il profano, che salvarono le persone non istruite dal cattolicesimo degli intellettuali e uomini di stato/chiesa, ora sono più che mai rientrati, nonostante alcuni focolai di resistenza che spesso sono esche messe da truffatori a cui non importa che dei profitto. Le ramificazioni statali, ossia i suoi molteplici centri - la scuola ne è un esempio, il cinema ne può essere un altro - sono portatori sia di sanità che di malattia, ed è a quest'ultima o, meglio, alla sua condizione all'interno di un organismo, che il cortometraggio di Tetsuya Maruyama guarda con più interesse. Lo scorrere dei virus, l'insediarsi di modificazioni nel codice di trasmissione dei messaggi, le battaglie, i resti espulsi, la violenza inaudita e una visibilità che non è mai completa attraverso i sintomi sono tutti movimenti che riflettono una stabilità diversa da quella considerata norma-le. Ed è in questa convenzione che la stabilità appena citata acquisisce un nuovo senso: la svolta non sono le singole azioni di guerriglia o mantenimento della pace, ma la scelta di uno stato che non per forza abbraccia l'Uno. Una vita che si arricchisce più che altro di indeterminazioni quindi, dove le molteplicità sono un arricchimento e non solo dei cambi di prospettiva, la considerazione di più punti di vista o la relatività in atto. Per dirla diversamente, 24(twenty-four) burned eyelashes (Giappone/Brasile, 2018, 2') è come se pompasse qualcosa, come se stesse spingendo via. La preoccupazione qui non è quella di sperimentare nuove immagini da dare allo spettatore, immagini che danno altre visioni, altri stati e cambiamenti rispetto alla routine, bensì quella di creare le condizioni per cui queste visioni vengono create in modo così da creare altre stabilità. La spinta del cortometraggio di Maruyama non andrà allora a intensificare delle resistenze interne al cinema e dunque confermarne le immagini tipiche, ma sarà la sua violenza a dare vita a delle creazioni indeterminate, ossia non conoscibili a priori. Siamo con ciò di fronte, anche se indirettamente, al rifiuto di creare una diversità rispetto alle immagini dominanti, in quanto la diversità è tale solo con un confronto nel quale non tanto perde in partenza ma essa viene inclusa in una relazione che non può che portare i risultati del confronto stesso. Un confronto che è l'unica cosa che viene contata e che non fa che avvicinare per tramite della relazione stessa. I termini tendono l'uno verso l'altro. In tutto questo finiamo col dire che la spinta di 24(twenty-four) burned eyelashes non è l'indeterminato che avanza, ma la negazione di una visione che porta in sé i germi di un presentificazione occludente, che spinge una visione a esprimersi, farsi bandiera di qualcosa, riconoscimento incipiente di uno stato infine votato alla pace, al silenzio degli organi. Ciò che si mostra è una negazione che non crea ma dà la guerra a tutte quelle rappresentazioni che possono racchiudere le immagini. Tra queste anche le immagini da cui deriva lo stesso cortometraggio di Maruyama, quelle di Jean Manzon. La guerra contro se stessi è forse quella a cui il regista aspira infine maggiormente ed è solo portando il germe del virus che si può avere un seppur minimo controllo sull'epidemia che si vuole scatenare, controllo non per manipolarne le condizioni bensì per darne l'avvio. Una negazione creatrice? No, ma anche la possibilità di una creazione che non parta da un'ipotetica origine - sconosciuta e irraggiungibile - vicina - la più vicina - ad un nulla. Ma non possiamo spingerci oltre o, meglio, possiamo spingerci ovunque, rigettando qualsiasi contemplazione della spinta del cortometraggio. 

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