Kodak



Quando allo spettro di George Eastman hai dato tutto. Non un semplice lavoro, ma un qualcosa che diventa una missione, sono i tuoi occhi e il tuo tatto che diventano un tutt'uno (perché diventasti cieco). 
Ed è anche quando un marchio diventa simbolo.
La disfatta, dal licenziamento forzato alla chiusura. Il digitale non è che un evento tra tanti, anche se forse il più importante, forse anche perché nascosto nelle sotterranee dell'azienda.
Scritto da Andrew Norman Wilson e James N. Kienitz Wilkins, Kodak (Usa, 2018, 33') è un omaggio quasi psichedelico all'azienda statunitense omonima. Ma gli omaggi per essere tali non devono essere per forza infiocchettati, così da far passare la storia a una celebrazione vittoriosa, al di là della sua fine. A trasparire dalla follia di Rich è un grande amore, e non perché fuori dalle righe vale di meno.
L'archivio utilizzato qui va ad aprire un mondo a sé e non tanto per la natura dei suoi elementi. Il passato che racchiude l'archivio è infatti qualcosa che appare fin da subito strano e cioè estraneo a se stesso, ossia il passato rispetto al suo essere passato, quasi che il tempo non valesse per quel che ci sembra, una pura successione di eventi in una dimensione oggettiva. Quando il passato emerge e si manifesta nel presente, vi opera proprio attivamente e non per semplice influenza ed assimilazione. Quella fissazione che allora viene a manifestarsi non esclude che il tempo passi di per sé, eppure la realtà si manifesta diversamente da quella di chiunque altro e non sottilmente: il passato é cosa viva. Così, il materiale di Kodak non è mai un percorso di visione che passa dal materiale girato analogicamente a uno digitale, ma anzi i due modi sono sempre presenti e vivi: quando è preponderante la visione del materiale di natura analogica il digitale vive nei sotterranei, è precluso al mondo ma non alla Kodak, e viceversa, quando tocca al materiale digitale essere preponderante, l'analogico vive attraverso il tatto del lavoratore. Qui, in un certo senso, l'azienda e il dipendente si fondono e, difatto, l'eliminazione di uno esclude l'altro, in quanto non tanto in rapporto di dipendenza quanto piuttosto di co-esistenza. Ma tornando ai sotterranei, si sbaglierebbe a parlare di fantasmi e anzi ciò che è nascosto è vivo differentemente per Wilson, il quale aggiunge quell'elemento di follia tale per cui possa emergere una visione che non concerne tanto l'invisibile ma piuttosto un altro occhio, quell'occhio che si apre a quella nuova dimensione che troviamo negli ultimi minuti del film, che ha talmente poco a che fare con la morte... concetto in fondo più dei vivi che di qualsiasi altra cosa... E allora verrebbe quasi da chiedersi, in un delirio che viviamo insieme a Rich, quale al di là dei cristalli di alogenuro d'argento?...
Non possiamo, alla luce di quanto detto, parlare di una vera e propria emersione spontanea in tempi maturi, nel senso che il sotterraneo non ha vissuto qui in un atemporale che vive uguale a se stesso, non mutando e potendo operare allo stesso modo anche col passare degli anni, ma anzi ha lavorato fondendosi con l'organo in silenzio, con manifestazioni ambigue. Per questo l'archivio si apre a operare in un presente che è il nostro e Kodak mostra un avanzare dell'oggi in cui le immagini passate si sono dedicate al corpo fin da ora come un virus, sotto pelle, in incognito quasi. Il risultato, che pare paradossale in un mondo dedito alla visione, è la cecità perenne, plasmata attraverso il tatto. Non di un nuovo modo di vedere, ma piuttosto di sentire, dove ciò che è manifesto non inganna più i sensi, non portando affatto a un compimento totale, ma alla dispersione, a un principio di dispersione almeno, dell'uno e dell'altro, della vista e del tatto, del digitale e dell'analogico (quest'ultimo anch'esso attraverso il corpo delirante). La pelle non è in questo modo solamente ciò che dà l'indizio di un certo stato dell'essere, non meno che di salute, ma anche ciò che propaga il virus - possiamo anche dirlo: è il germe del digitale che si stacca dalla sua categoria di archiviato per divorare tutto. Ed è proprio questa la sensazione finale.


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