Foreclosed home movie



Ci si incontra, si ha qualcosa da dirsi, anche senza mai essersi visti, senza mai essersi parlati, senza vivere nello stesso lasso di tempo, se non forse per un momento. È di questa natura l'incontro che avviene in Foreclosed home movie (Usa, 2018, 8'), dove Elizabeth "Lisa" Danker lega i ricordi della casa di sua madre a chi l'ha persa nel 1930 a Miami. Il lavoro d'archivio sulla città di quegli anni si svolge allora con un duplice tentativo, cioè quello dello studio per ricordare e analizzare Miami in un tempo circoscritto e quello che sembrerebbe proiettare la storia in avanti. Con quest'ultimo proposito, però, si sbaglierebbe probabilmente a intendere il cortometraggio come qualcosa inteso ad analizzare e confrontare tra loro due tipi di esperienza, in quanto ne risulterebbe in qualche modo una sintesi piuttosto arbitraria. È infatti la natura dell'incontro a rendere la proiezione qualcosa di meno cerebrale, una proiezione dunque che contemplerebbe il tempo solo come unità di misura per capirsi in un ordine che non è altro che quello della parola, dove dunque ogni cosa potrebbe essere ipoteticamente messa insieme nello stesso linguaggio. È probabilmente il cinema stesso a risolvere l'inghippo di un incontro che altrimenti varrebbe come un altro. Ciò che appartiene al singolare dell'incontro lo si ritrova infatti in quel di più della rappresentazione che sfiora le immagini: il loro mostrare allo spettatore certe condizioni, svela immediatamente un collegamento che viene colto per sensibilità, richiamando lo stesso spettatore ad attivarsi per accedere al cortometraggio. Il ruolo, per così dire, più attivo di chi guarda, porta all'emergere di sentimenti legati a una perdita di stabilità e di quel senso di protezione data dall'aver trovato un proprio posto... Ma ciò non è sufficiente per parlare di Foreclosed home movie, ché altrimenti si risolverebbe in una nenia privata. Ciò che aiuta a destabilizzare (ma non è risolutivo) è il decentramento verso una dimensione che parrebbe più sociale, nel senso che concerne la popolazione presa nel suo insieme, ossia il ritrovarsi della comunità di fronte a una manifestazione della natura ostile alle infrastrutture costruite dall'uomo, ma sopratutto i loro rifugi - naturalmente. In questo senso l'evento riguarda tutti come insieme di singolarità ma anche come gruppo, in quanto posto insieme a far fronte all'accaduto e alle sue conseguenze. La devastazione è dunque quell'emergenza che fa sì che ci sia una sorta di livellamento che è del tipo siamo tutti uguali di fronte all'evento: le gerarchie vengono meno e la vita di tutti, non solo la sopravvivenza, è posta sullo stesso piano (non solo di importanza ma di valore). Il problema di contare sulla devastazione è legare il senso comunitario che si forma a uno stato di emergenza, che è per sua natura provvisorio, legato a una crisi che cambia repentinamente tutto ma che prima o poi viene a stabilizzarsi, al di là delle problematiche che vengono a crearsi. La regista non sorvola tanto questa dimensione ma la vede in una prospettiva che la chiude in una sorta di naturalità, che salva l'individuo da una visione antropocentrica sul mondo. Accanto alla devastazione si profila anche un periodo rigoglioso per la cittadina marittima, dove la società è soggetta a un altro cambiamento importante, anche se positivo, che la stravolge. Di nuovo, rimane una società di fronte ai suoi sviluppi. Lisa Danker sembrerebbe così trovare un senso di comunità - e non di semplici raggruppamenti dunque, i quali pur avendo vita propria declinano il loro senso a livello economico - proprio attraverso il cinema, legando un racconto intimo a canti antichi popolari. Viene a crearsi con ciò uno spazio, che è prettamente cinematografico, in cui sembra che una dimensione possa aprirsi all'altra, dove viene a sperimentarsi il rifiuto dell'uno - sia esso l'individuo o la società - per trovare il doppio senza specchio del cinema.


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