Terril



Guardando il cortometraggio di Bronte Stahl, Terril (Belgio, 2018, 13'), vien da chiedersi cosa possa fare certo ecologismo per il cinema. O forse ci si chiede prima il contrario, cioè cosa possa fare il cinema per certo ecologismo. Probabilmente, a guardare queste narrazioni, è maggiormente azzeccata la seconda ipotesi, ma l'importante è essere consapevoli che il gusto di torcere i ragionamenti non è dato tanto da un guizzo creativo o, peggio, dal voler rafforzare/legittimare il proprio tramite l'altrui pensiero (alla Hitler, per intenderci), bensì dall'immagine stessa. Qui non c'entra tanto un fattore di molteplicità delle interpretazioni, ma di come l'immagine possa scontrarsi con quella narrazione strutturata e che tende a uno scopo preciso, che è poi quello di certo ecologismo in questo caso (quindi ecologismo inteso come precisa narrazione). A volte sembra un po' come se fosse l'immagine a dover seguire la corrente della narrazione e non il contrario e, sebbene non ci sia una qualche maggior ragione in uno o nell'altro caso, questo ci porta a pensare non tanto a ciò che dovrebbe o meno risultare primario, ma a ciò che forza la visione stessa, il film che va dunque ponendosi a noi trasversalmente. Quindi, il cinema come una precisa propaganda politica (nel senso ampio di politica) che porta l'ecologismo a essere dibattito da festival: l'attenzione viene riversata alla politica più che all'immagine, la quale diventa solo un pretesto per parlare di un tema. Tutto questo, che porta all'irreggimentazione dell'immagine, è un problema che toglie di fatto una forza a qualcosa che è adirezionale (nel cinema dell'immanenza) ma non per questo senza un'etica. Il problema non è tanto lo sviamento dell'attenzione a ciò che porterà poi una precisa interpretazione dei fenomeni, interpretazione che come tale può andare in una o l'altra direzione, bensì l'azione di de-ossigenare la pratica della visione - il che è un'altra questione.
Questa non era una premessa al film, è il film stesso che porta queste questioni a emergere tra i fotogrammi. Terril, infatti, sembra porsi un problema ecologico e a non dire ciò che l'immagine trasmette. Questo suo non dire è permeato da alcune descrizioni (a volte anche di natura più tecnica, come quelle relative all'estrazione di carbone o delle betula pendula) che sviano dalla descrizione dell'immagine stessa per portare due canali a essere sullo stesso piano. Il secondo canale, quello del non detto, si rifà dunque attraverso una negazione che però non sottrae nulla alla relazione, bensì è più di natura della mancanza, la quale ci appare in modo non immediato. Innanzitutto tale mancanza riguarda ciò a cui non possono arrivare le parole, ossia una storia che non è quella che viene dall'uomo, ma di cui fa ovviamente parte. Si rimanda infatti fin dall'inizio con la citazione di Charles Le Hardy de Beaulieu a una concezione che vedrebbe l'uomo in posizione di supremazia rispetto al territorio in cui abita, a discapito quindi di una supposta natura. In Terril però dell'uomo non c'è traccia se non dei suoi effetti più superficiali, potremmo dire anzi che i suoi effetti non sono effettivamente i suoi: provocando dei cambiamenti nel territorio non ha in mano che dei risultati per sé nell'immediato, di tutto il resto, tutto ciò che è, l'effetto, non ne è che una parte lui stesso. Certo, è una presenza importante e ingombrante, ma Stahl sembrerebbe essere più interessato a rintracciare nella narrazione ciò che essa, ancorata all'uomo, manca di vedere: andando più da vicino, si vede un'altra vita, anche se rappresentata prevalentemente in modo grigio. Il microcosmo di Terril fa parte di un organismo in primo luogo che si sta ammalando e poi che può essere comunque sfruttato - la sua riserva di vita si intende - per una nuova rinascita, a cui si fa menzione ancorandola comunque a una morte asfissiante, condannata a una smania di potere umana. Un cinema ancorato a una morte che da una parte svia dalla vita e dall'altra la contempla in un negativo antropologico.


Nessun commento:

Posta un commento