Take it down



Take it down (USA, 2019, 12') prende le mosse da due tipi di resistenza in Carolina del nord, quella dei cosiddetti suprematisti bianchi e i loro oppositori, per riconvertirla e quindi espanderla anche nella Carolina del sud, creando così una sorta di rovesciamento - rappresentato anche dal processo di solarizzazione della pellicola se vogliamo - che coinvolga infine entrambi gli stati americani. Sabine Gruffat mostra in qualche modo di avere le idee chiare al riguardo: abbattere quelle rappresentazioni che veicolano attraverso la memoria una delle visioni della storia legittimando in parte questioni da essa derivate, come possono essere ad esempio il razzismo e in generale la divisione sociale. Per fare ciò il mezzo cinematografico non è strettamente preso però come canale di propagazione di un certo sentimento in linea con il pensiero della regista, ma è inteso esso stesso come operante nel processo di lotta tra le due forze sociali. L'abbattimento del monumento confederato Silent Sam, ad esempio, può essere a sua volta considerato come la rappresentazione - pur in negativo cioè semplicemente in maniera sottrattiva, distruttiva - di tutti coloro che si possono considerare contrari a un'ideologia, per così dire, "separatista". Di contro ma non per questo contrario, anzi, Take it down cerca di veicolare questa parte della storia, quella che poi è riuscita a sfasciare il monumento, in una sorta di positivo - inteso quindi come creazione contrapposta alla distruzione. Al di là dell'esempio del Silent Sam (su cui ci concentriamo un'ultima volta ma per generalizzare al cortometraggio in sé), il punto fondamentale della Gruffant non è stato, a nostro parere, quello di poter ripresentare ciò che è avvenuto, per poterlo così mostrare, ricordare e quindi glorificare, emblema di una forza con le proprie caratteristiche (cosa che si dovrebbe prefiggere di fare invece un monumento nell'ottica del cortometraggio). L'abbattimento e allo stesso modo queste comuni opposizioni sono coinvolte, dunque, in un processo storico più ampio teso a ribaltare una certa scala di valori e di identità: il rovesciamento non è inteso allora come negativo del reale, ma opera attraverso il film dando luogo a una sorta di rinascita attraverso le ceneri, il positivo del negativo. Così come a livello biologico è assurdo parlare di una differenza tra gli uomini che supporterebbe la tesi di più razze, in Take it down diventa assurdo ricorrere a certi espedienti per supportare politiche identitarie ormai sterili, puramente commemorative. È da questa concezione che il mezzo cinematografico è anch'esso uno strumento di lotta e non agisce come semplice testimonianza di ciò che è avvenuto, bensì opera sulla realtà stessa. L'atto cinematografico non viene inteso dunque in senso retroattivo (dando oggi forza a ciò che è già stato attraverso la commemorazione del ricordo delle lotte) ma creativo, generando una materia ulteriore che ingloba un movimento. In questo senso viene spontaneo chiedersi se con queste modalità il cortometraggio riesca nel suo intento: se una sorta di liberazione è in corso, con Take it down si potrebbe trattare di incanalarla, anche se non rappresentandola strettamente in rigidi eventi da cui prendere forma. Difficile non considerare però che allo stesso tempo ci sono delle modalità tali per cui la forma si sforma, allentando la presa per un nuovo processo identitario. Il modo in cui la tecnica viene qui utilizzata non ci pare essere tesa a evidenziare una particolare connotazione ideologica, andando a incidere sentimentalmente nello spettatore, al di là che possa provare determinati sentimenti oltre al ragionamento che può innescare. L'immagine è presa in considerazione del fatto che opererà - dalle riprese commemorative alle manifestazioni a ciò che resta - come un atto di ribaltamento e diffusione a macchia d'olio. Un'intenzionalità che emerge e che tuttavia si disfa della sua stessa materia.


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