Life after love



Un contenimento prevede l'andare al di là della distinzione tra ciò che contiene e ciò che è contenuto: i confini, oltre che sciogliersi, si direzionano verso un interno che poi espande: è la possibilità di guardare al di fuori di sé, di interagire e sperimentare. Una crisi è necessaria affinché il processo inizi ma con una realtà che, sebbene sia necessario ricostruire più drasticamente del solito, rimane tangibile nel suo processo. In Life after love (USA, 2018, 8') un contenimento esiste per l'appunto non tanto come riparo dall'esterno, bensì come una sorta di traspirante e dunque rigenerante. La direzione che muove l'immagine non porta a intraprendere una considerazione forte, una prospettiva sul mondo e, anzi, ci fa continuamente muovere nella soglia di una necessità di introspezione ed esplorazione che porta a una continua messa in discussione, la quale decentra lo spettatore nella sua funzione statica di visionario passivo. In questo senso, si rifugge di per sé alla standardizzazione dell'immagine sperimentale quale esempio di un ipotetico caos che, in quanto tale, scombinerebbe i canonici parametri dell'occhio sul reale. Se una manipolazione dell'occhio avviene, allora, questa non è narcisistica, fatta di repentini cambi drastici che piegano lo spettatore a subire la minaccia di un lutto, ma può avvenire tramite una natura, per così dire, quieta: un cambiamento che non è propriamente manipolativo quindi, ma che impasta nuovi elementi anche senza portarli ad una forma ottimale da servire finita. Ciò che ne deriva riguarda forse più un'espansione amorfa e che riflette un'inconsistenza non privativa, ma che percepisce la mancanza in varie forme. La propria consistenza si riflette in un'esistenza dunque non assistenziale: non aver bisogno più dell'altro non porta che a rafforzare un'interdipendenza che si libera dalla dipendenza per poterne tirare fuori sempre un terzo non asfissiante. L'immagine che ne deriva presenta dunque un movimento continuamente espansivo-introiettivo, a volte con una forza che non riflette di per sé alcuna immagine, perché tale è il suo grado di ricomposizione da non permettere una delineazione pur nella visibilità. È in questo buio "mondano" che sopraggiunge l'incertezza di un presentimento e di un'intuizione che non sono ancora emersi da una profondità invisibile e melanconica in quanto propria di una mancanza moltiplicativa e proliferante. In questo momento il contenimento non è altro che un rifugio a cui sopraggiunge però una voce che pareva esterna ma che ti ritrovi pure dentro e, allora, il rifugio si espande lasciando traspirare e dunque liberando una non-più necessità che poi si integrerà pian piano in una possibilità ulteriore: una nuova espansione, che non esclude passate visioni, ma che accresce l'attuale e che diventa così lo snodo ulteriore.
In Life after love ci si sofferma spesso sui confini, i quali, oltre ad apparire forti e trasparenti, con la possibilità cioè di guardare dentro, si innervano di un sapere tecnologico che ha accresciuto esponenzialmente la capacità di spostamento. Tale capacità ha permesso delle fusioni necessarie al mantenimento della vita e, in questo senso, nel cortometraggio di Epcar lo sguardo non è mai statico, direzionato da un esterno che scruta la vita all'interno dell'automobile, ma è piuttosto liquido o, meglio, di passaggio. Proprio come una passeggiata che traccia delle orme mai più ripercorse, non rimane che un'espressione che passa oltre, senza un vero pensiero e che dunque non rimbalza, non torna indietro con un proprio contenuto, ma abbraccia la natura dispersiva di una mancata composizione. E, infine, ciò la cui morsa fa scomparire l'umano, prende momentaneamente la scena per varcare una solitudine senza alienazione. Lì dove pareva essercene, infatti, emerge solamente un'intesa, un patto di espansione che non abbiamo propriamente ricercato ma che ci è proprio in quanto organici. A questo punto è tutto da ridefinire: ciò che sembrava eterodiretto diventa nostro proprio, ciò che nasceva a livello strettamente personale è visto in ottica sistemica ed ecologica, ciò che è tecnologico è vivente e ciò che è vivente non esclude l'inorganico. Il contenimento pulsa, la morsa profonda dipana e infine tutto si spegne.


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