Post-Erotico


Che ci sia sempre stata, seppur nelle maniere e nelle tonalità più disparate, una certa componente sessuale, nei cortometraggi della Stramonio, è quantomai evidente, sicché ci si trova spiazzati nel visionare questo loro ultimo lavoro, Post-Erotico (Italia, 2019, 12'), e trovarvi, sì, una qualche sessualità, epperò declinata con una costanza intermittente, che la fa come «in tralice» per la visione. La sensualità, del resto, è da accordare alla natura, prima ancora che alla raminga, e il fatto stesso che vi sia un essere umano femminile, anziché maschile, porta alla conservazione di quel senso di incestuosità che permea la sessualità umana; in questo senso, la femmina non è da considerarsi tale, bensì quale madre, donna con cui i figli e le figlie condividono l'embriologia. D'altra parte, trattandosi di una femmina, è pressoché determinata nell'arco di tutto il cortometraggio quell'ondulazione post-coitale che toglie la sensualità dalla sessualità; com'è noto (Ronald Symons), infatti, il piacere è dovuto al pene piuttosto che all'organo di riproduzione della femmina, la quale, orgasmica, si comporta come i ragazzini prepuberi, essendo per lei l'orgasmo un effetto collaterale della sua propria incapacità eiaculatoria. Ciò che dunque si presenta, almeno a una prima superficie, è una sessualità panica, al di là della riproduzione e al di là anche del godimento, forse anche della sessualità stessa, almeno nei criteri in cui la si definisce per ciò che concerne il mondo umano. A un livello più intimo, però, è proprio lo sprofondare di questa sessualità in un'altra sessualità, più buia e inquietante, ciò che si afferma nella negazione della prima: una sessualità, cioè, che non comporta più una relazione tra soggetti perché i soggetti stessi vengono come fusi, se non dissolti, nella pratica della medesima, al limite che si potrebbe parlare di un vero e proprio «effetto Bruce» alla sua propria base. Come nei topi, le cui femmine abortiscono spontaneamente non appena percepiscono la presenza di un altro maschio nella loro gabbia, quindi l'aborto come espediente genetico che permette di risparmiare tempo e energia, in Post-Erotico la sessualità della natura accoglie tutto ciò che è a sé familiare, e in quanto tale l'essere umano, rigorosamente femmina, è se stesso e il proprio doppio, quel doppio che a livello cellulare si conserva anche nell'essere umano, che è notoriamente trans-. L'essere umano è quindi colto nella natura come elemento naturale, come natura, tant'è che a rigore non bisognerebbe nemmeno parlare di un essere umano più di quanto non si dovrebbero elencare tutti i batteri, gli insetti microscopici, i fotoni e via dicendo che sussistono nell'inquadratura, e ciò per il fatto che, appunto, ciò che viene ripreso non è un x individuato in un y che gli fa da sfondo, ma precisamente questo stesso sfondo, composto da x che si dissolvono in esso (paesaggio). E questo post-erotismo paesaggistico si dà, per accoglierlo, all'occhio. Un occhio che non è governato da leggi prospettiche, che, come la natura, non sa di morale - e proprio per questo, come la natura, non può essere accusato di depravazione. Ciò che è dunque in atto, in Post-Erotico, è una sessualità batterica, come quella di quei protisti non-ancestrali (ad es. quella dello Stentor coeruleus, che prevede la morte di entrambi in partner, essendo che di natura esso si riproduce asessualmente) che non si trova legata né alla riproduzione né alla sopravvivenza. Una sessualità, insomma, atavica, molecolare, come quella che si andava evolvendosi ancor prima della formazione dello strato di ozono (Lynn Margulis), o addirittura quella delle molecole instabili, quindi ancor prima della vita. Fontana, Di Giovanni e Fanciullacci non recuperano un'origine della sessualità, quasi che si potesse tornare indietro, nostalgicamente, oltre il cannibalismo divenuto poi fertilizzazione; piuttosto, attraverso una natura che si presenta come tale, incontaminata, puro paesaggio, sfondo che non è sfondo di nulla se non di sé e non fa da sfondo a nulla, reiterano ciò che a livello molecolare, sotto lo strato mammifero e rettile dell'animale umano, ancora continua a perpetuarsi. Cosa si perpetua? Appunto, questo paesaggio che non è nemmeno tale se non nel proprio coincidere con un atto sessuale che colla sessualità strettamente intesa non ha nulla a che fare: il paesaggio è questa sessualità, la sua propria. Conchiusa. È il divenire, in cui paesaggio e sessualità si danno come indiscernibili. E proprio come divenire, il paesaggio - ecco la forma-finestra, quella stessa di Ken Jacobs - reclama a sé quell'obiettivo, quell'occhio in grado di palparlo, quella visione che, ulteriore, si fa immagine: immagine che non intenzione, immagine-di (l'immagine del paesaggio), ma la relazione (la danza cinematografica) che abbraccia il luogo e lo sguardo, come - ancora una volta - indiscernibili, «lui e lei [...] senza fondo [in] una danza senza fine».

3 commenti:

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