Pwdre Ser: the rot of stars


C'è un occhio cosmico nella materia, e l'invisibile ci permea. 
La sostanza perde di spessore, essenza, impenetrabilità; non che l'ὑποκείμενον si faccia evanescente, comunque (e nemmeno si struttura come sistema di interno/esterno). Bisognerebbe piuttosto immaginare una sostanza che sia colloidale, che è appunto ciò che iPwdre Ser: the rot of stars (Inghilterra, 2019, 7') Charlotte Pryce visualizza: un essere che sia tutto ciò che è, che non si confonde né si riduce alla sostanza ma questa si trova in quello compresa come fase dispersa.
La manipolazione del fotogramma, ispirata alle esperienze visionarie di età medievale (dal medioevo, pure, si data l'osservazione della Pwdre Ser, che in gallese indica la sostanza di cui si compongono le stelle), e realizzata sulla base della fotografia Kirlian, che, com'è noto, permette di catturare il cosiddetto effetto corona, ovverosia l'aura di un ente, non rende visibile l'invisibile se non come quella fase continua che è come se disperdesse la sostanza. Il film di Charlotte Pryce, dunque, è lungi dalla reificazione di un divenire, come pure dalla visualizzazione, dalla resa-visibile di un'invisibilità che, allora, alla stregua di un divenire reificato, perderebbe tutto il proprio splendore. L'invisibilità viene anzi conservata come tale - e conservata con estrema verecondia - e ciò accade ed è possibile nella misura in cui la regista del Regno Unito è come immersa in quell'essere in cui non gioca solo l'invisibile ma anche il visibile, la sostanza, e sta tutto sommato qui la grandezza di Pwdre Ser: the rot of stars, nel fatto cioè di divenire da questa dimensione.
Il cortometraggio non si configura come uno studio né nei termini di un'esperienza. È come se l'opera, in sé, rimanesse in quell'ambiente amniotico, ed è come se ci si rapisse in esso tramite essa. Dove? In un luogo che non è propriamente tale, perché ultimoe forse già, anche, primo 【come puo' la fine essere gia' nel mezzo dell'inizio?】. Luogo del cinema, quello delle origini già esplorato in Prima materia (Inghilterra, 2015, 3'); eppure, se allora il cinema si faceva luogo nel senso di una tana, ora, in Pwdre Ser: the rot of stars, il cinema vale più come impianto, Gestell. Il cinema, cioè, è senz'altro un luogo - e, se si vuole, abitabile anche - ma anzitutto è un impiego, uno sfondo operativo che non si riduce a mera operazionee, anzi, è un luogo proprio in quanto sfondo operativo, operazione che, operata, si traduce in spazio, regione, contrada.
L'immagine della trottola è, in questo senso, indicativa. La trottola precede la locomotiva. Girando, la trottola opera, ma questa operazione costituisce uno spazio prima inesistente, uno spazio che è, addirittura, condizione di possibilità dell'operazione che lo costituisce. L'operazione della trottola ( ) e lo spazio come spaziatura ( ), se non coincidono, quantomeno coesistono e sono tra loro coestensivi. Il cinema, allora stesso modo, non trae dal visibile l'invisibile, ma il cinema è quell'invisibile stesso che denota una stanchezza, una debolezza del visibile nel darsi nell'ordine di tutto ciò che è (visibile): come invisibilità, il cinema è una tecnica, un impiego, ma tale impiego sfonda su uno sfondo che non è altro dal cinema, bensì gli pertiene in maniera esiziale. L'ordine che viene a disfarsi è allora quello del binomio visibile/invisibile, forma/materia, soggetto/oggetto. L'ὑποκείμενον aristotelico non è la reificazione di un divenire; esso, anzi, è immerso in quel divenire allo stesso modo in cui l'olio si trova immerso nell'acqua. L'acqua e l'olio non devono però essere intesi come sostanze separate, semmai come fasi - una dispersa e l'altra disperdente. Le due fasi sono le fasi dell'essere, ed è qui che Charlotte Pryce gioca la sua partita più importante: sulla superficie dell'immagine non vi è mai una disparità, una discontinuità tra ciò che potremmo definire una sostanza e ciò che potremmo definire un'evanescenza; la fotografia, anzi, riproduce, producendole, le due fasi, ed è riproducendo queste due fasi che la fotografia, il fotogramma, l'immagine viene a prodursi. Come? Come quel luogo altrimenti impossibile. L'immagine è tanto l'operazione che distingue le fasi e le mantiene insieme sulla propria superficie quanto quella stessa superficie, prodotta dall'operazione e sua condizione di possibilità, sfondo. Con ciò non si vuole sostenere che il mondo-così-come-è sia altro dal cinema, che il luogo cinematografico, l'immagine, operi sul mondo per via autentica, disvelando profondità altrimenti illegittime al pensiero; ancora, il cinema è una fase del mondo e il mondo una fase del cinema: né l'uno né l'altro hanno una qualche priorità ontologica; pure, devono essere pensati all'interno di un paradigma che li necessita e li fa necessari (in sé, non meno che per sé).
E il cosmo è questo paradigma.

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