Cavalcade



[E]Speriment/are / cinema(sprmtl)^? = / ≠ ?
Insomma, diciamo, un po' troppa importanza al fenomeno, che diventa truffa e velo allo stesso tempo. Al di là, infatti, che si possa parlare di percezione non escludendo il percepito (o relegandolo in una relazione in cui è contemplato in funzione di colui che percepisce), che l'occhio dia un risultato che può essere altro dalla realtà lo porta ad essere funzione di, strumento di - un soggetto che pone la realtà come ciò che è, con le sue sembianze e verità che permetterebbero di trovare o un accordo con l'altro o una guerra di sangue. Ci sono dei presupposti e il cinema sperimentale li dovrebbe scuotere per farli emergere, per giocarci, per riaffermarli, per considerarli come tali. Questo Cavalcade (Austria, 2019, 5'), ad esempio, mira al movimento e alle luminosità. Ci vuole un occhio allenato o, meglio, imparato per svelare l'inganno, cioè un occhio che conosce prima di vedere e ancora non basta, perché è più forte di lui, è genetico. Non si supera l'occhio solo con l'esplorazione. Sapere cosa si va a vedere è, comunque, una situazione abituale che concerne l'ordinamento dell'esperienza, che passa solo in un secondo momento attraverso la vista, e a livello pre- e neo-natale ancora prima rispetto alla nostra capacità effettiva di vedere o del completo sviluppo della vista: noi ordiniamo e vediamo ancora prima e non ci sorprende come, con l'avanzare dell'esplorazione e delle abilità di ricerca, possa rientrare tutto nella realtà, che accoglie dunque la novità, modificando certo, ma trovando pur sempre una propria collocazione. La questione per Johann Lurf non è dunque forse, a questo livello, soprattutto di tipo esplorativo piuttosto che di destabilizzazione? Una questione visiva più che dell'occhio? Spostare le pedine, si potrebbe dire in poche parole. Non c'è il desiderio di trivellare il mondo, ma piuttosto quello di rifarsi su di esso e questa è un'aggiunta interessante se pensiamo a Lurf. In Vertigo rush (Austria, 2007, 19'), ad esempio, uno dei primi lavori del regista austriaco, la base di partenza non era primariamente una tecnica cinematografica ma soprattutto la sua capacità di incidere nella realtà: se il cinema possa o meno dare quel di più che faccia emergere nuove possibilità visive alle quali non siamo abituati - detta molto tranquillamente, senza orpelli ideologici - è compito di chi sperimenta col mezzo dimostrarlo, e in quel caso la realtà poteva assumere nuove forme, le quali potevano dare qualcosa di più alla vista, come esperienza nuova di vedere qualcos'altro dal solito, si intende, insomma, una sperimentazione in senso di nuove realtà, nuove nascite, nuove possibilità senza spaventarci perché, in fondo, è sullo schermo. Con Cavalcade nella scena viene aggiunta una nuova possibilità, che si concretizza con un oggetto digitale che la metterebbe in culo all'occhio, perché lo prende in giro con la storia della percezione e crea dal nulla qualcosa che non si può dire non esista, ma esiste da un altro dio che evidentemente s'era messo d'accordo col primo, altrimenti non si spiega la condivisione di esperienze senza dare in escandescenza (i poeti, ad esempio, hanno un dio meno misericordioso). Il risultato è un Cavalcade. Ora, nel cortometraggio di Lurf quest'accordo ci pare porti alla creazione di una serie di immagini molto diverse tra loro, nel senso che la scena non si perpetua infinitamente, però è anche vero che continua a moltiplicarsi in un circolo continuamente dubbioso del risultato, che quindi è un uguale o diverso da vedo * so cosa sto vedendo * non lo vedo, non portando mai dunque solo a un'immagine che va a cambiare, ma piuttosto a varie immagini di significati diversi perché disparati in un circolo tra la realtà e la percezione di essa. Se l'interrogativo persiste, è perché il gioco mira a un andirivieni, tra la realtà e la sua percezione, che non può risolversi, in quanto la moltiplicazione implica termini fallaci in partenza. Una sperimentazione esplorativa dunque, che affonda le sue radici in una superficie riflettente e, in questo gioco, dove dunque la visibilità è tutto, può rimanervi almeno il desiderio di ciò che non si vede. 

Nessun commento:

Posta un commento