Verginità degli sguardi



Verginità degli sguardi (Italia, 2019, 13'). Quali sguardi? Gli sguardi vergini no: ma esistono (qui, ora, in questo pullulare dell'eroticità dell'immagine)?
C'era un tempo in cui mi dicesti che il mio sguardo era "vergine" e allora mi desti in mano una videocamera e iniziai a riprendere in un pomeriggio domenicale, dopo aver appurato nella timidezza delle prime volte che no, al centro commerciale non ci saremmo andati. Ma anche allora, e nonostante la differenza, era difficile dire di chi fosse lo sguardo su cui veniva calibrata l'inquadratura e così divenne subito il nostro sguardo vergine. E poi, dopo un po', la magia - non tanto della prima volta ma, più profondamente ancora, della verginità - scomparve. Fu la nostra (e ora è santificata) e la vostra (death between us) e dunque non è questa volta. Che cos'è, ancora, questa illibatezzza oftalmica che qui viene cercata?
Verginità degli sguardi. Non c'è un fantomatico "prima" e nemmeno un'assenza di: corpo - e basta. Siamo solo qui, su questo pianeta, tra questa gente. E, allora, possiamo dire, almeno, che ci sia l'incarnazione di un impalpabile nelle vergini. Tre (come le maddalene apocrife). Di cui una vista solo di spalle. 
- "Io, vergine?"
- "Ci siamo accontentati."
C'è del candore ma c'è della violenza: è stupro? (Lo stupro che torna alle origini: non più del nero, ma tra consanguinei - o della stessa *razza*)
C'era un tempo in cui sembrava che si trattasse sempre e solo di abortire un morto. Quello sembrava il cinema e forse era anche un po' una terapia. L'aborto, l'espulsione del trauma che fu, non il cinema una terapia. Ora, invece, si tratta d'altro. E le due cose non si rischia più di confonderle. 
Nota: Non è il Che Guevara del cinema.
Ciò che, forse, si può però dire davvero presente è una certa ciclicità, che non è confusa con una ridondanza, una noia, una certa piacevolezza quindi anche. La ripetizione è, solitamente, propria del ritardato. Lo sfregamento continuo, il lieve battere tra loro di due oggetti/giochi/per gioco, la composizione della stessa costruzione: non c'è, o è pochissimo e breve, il gioco simbolico e il gioco di fantasia. Il fare finta di, spesso passato per ripetizione di un modello, per l'inizio del prendere in mano/fare i conti con un certo ruolo (di madre, di lavoratore), non è che un abituazione per alcuni. Ma al di là o, meglio, al di là del ruolo, c'è ben altro: oltre l'apprendimento c'è invece un altro mondo. O no? 
La ciclicità non è dunque presa come ridondanza, come nella musica. Il suono è martellante, è ansiogeno e tuttavia lascia uno strascico per altro, per prendere nuovi possibili.
Non ci inventiamo cose nuove. Non ci re-inventiamo. I termini sono gli stessi. E il rapporto? o è il prodotto di tale rapporto? 
Non è vero che c'è una morte. Io direi catatonia.
Verginità degli sguardi. Ma giusto per riprenderlo, per ricordarlo. È sempre stato Verginità degli sguardi solo che per alcuni è necessario questo. 
Verginità degli sguardi. Si parla di immagine. Non si escludono le altre immagini. Ma c'è solo una possibilità ed è il corpo. E, allora, è l'immagine, senza plurale. Tre immagine. Non si evoca, si sperimenta sul corpo: l'attrice è questo, una possibilità di confondere i piani non tra il falso e il vero ma tra la resistenza alla ricerca e una sperimentazione. Siamo entro i limiti, ma questi limiti sono ***s*****.



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