(Agiografie #5: Myron Ort) Simulacri #30: Okeanos


Pietra miliare del cinema sperimentale, Okeanos (USA, 1972, 33') è anzitutto un'opera acquatica nel senso che Talete dava a quest'elemento. Com'è noto, il filosofo presocratico pose al principio l'acqua, e i libri di storia della filosofia sono soliti dire che ciò fosse dovuto al fatto che egli vedesse come tutto avesse bisogno dell'acqua per vivere e crescere ed altre menate simili; in realtà, Talete pose al principio l'acqua per un fatto molto semplice, e cioè perché aveva notato che fosse un elemento informe e, quindi, venisse prima della forma. Myron Ort recupera tale fascinazione e realizza un'opera che, nella sua monumentalità, si mantiene come a latere della forma: non si costituisce, e l'informazione che veicola è anche tutto ciò che di esso può dirsi e vedersi. Attraverso esposizioni multiple e una psichedelia radicale, il regista statunitense tenta, con quest'opera, di procedere prima della forma e della materia, di modo tale da sperimentare nel senso proprio ed eminente del termine; com'è chiaro, tuttavia, il precedere la presa di forma, quindi l'in-formarsi della materia, richiede, a sua volta, una sperimentazione ulteriore, e per questo di Okeanos, nelle sue due versioni (e in particolar modo in quella ultimata nel 2008), si potrebbe dire che è come un prodromo a se stesso, un approprinquarsi asintotico presso qualcosa - un luogo - che, di fatto, non è se non nell'asintito che pone in essere. La manipolazione delle riprese, che accentua l'espressionismo delle immagini così come vengono restituite, non solo ne radicalizza l'astrazione ma tale astrazione non è se non nella misura di un'impalpabilità, una fuga tanto materiale quanto concettuale; il risultato, infatti, non è un'opera astratta, ma il materialismo che vena e fomenta il mediometraggio non è riconducibile ad alcuna materia così come la si intende nella sua distinzione dalla forma o dalla possibilità, in essa in nuce, di poter prendere forma: al contrario, il mediometraggio veicola un'informazione che lo dis-in-forma, il che è particolarmente visibile nella prima parte. Anche nel finale, in quel tramonto sul mare e nell'autoritratto-autografo di Myron Ort, non c'è nulla che possa pretendere di assumere una connotazione di realtà concreta e, anzi, la sensazione, specie nelle sequenze finali, più marcatamente realiste, documentariste o come si preferisce definirle, è che la realtà medesima, nella sua impressione immediata, così cioè come la potremmo vedere ad occhio nudo, abbia perso quella patina d'oggettività spiccia, di concreta esattezza: il cinema non inficia la realtà, né fa sbandare il soggetto di fronte ad essa, promettendogli una realtà ulteriore, più profonda e autentica di quella che usualmente vedrebbe senza la macchina da presa o fuori dalla sala; piuttosto, il cinema si fa veicolo informativo di una realtà di cui non ci si può informare senza dis-in-formarla. Come l'acqua di Talete, il cinema assume la forma di ciò che riprende, e il tentativo di Myron Ort sta, per l'appunto, nel riprendere senza con ciò adattare la ripresa a un contenitore ad essa trascendente, così come invece accade nel cinema trascendentale. La sperimentazione permette anzi ad Ort di andare al di là della realtà come trascendentale, quindi al di qua di essa: se, solitamente, il cinema forma la materia reale, in Okeanos la materia è l'informazione stessa, ma questa è cinematografica. Il cinema arriva così a un punto d'indecidibilità col reale che, da un lato, gli permette di essere e, d'altra parte, fa fruire in sé una realtà che non potrebbe essere al di là di esso. In termini piani, Okeanos non mostra una realtà allorché si fosse sfondato il velo di Maya, una verità noumenica, ma quel processo che non solo non l'intercede rispetto al cinema ma, anzi, fa di questo l'informazione di quella. Informazione che non potrebbe che essere informe, perché in fieri. La consistenza magmatica, in divenire, del reale si dà, cinematograficamente, al di là di qualsiasi presa di forma, di qualsivoglia plasticità, ovvero come possibilità. Parallelamente, la visione che ne consegue è, allo stesso tempo, esperienza vissuta e formazione di quella escrescenza concreta che è l'occhio. Occhio che è come l'immagine fissata di un flusso d'immagini inarrestabile - esperienza che è, in definitiva, un esperimento, compiuto il quale si avrà quella vita quale suo fissaggio e fine.

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