(Agiografie #5: Myron Ort) Ommo



È pittura sulla pittura quella operata in Ommo (Usa, 1972, 17'), cortometraggio che vede nel passaggio dall'8 al 16mm un'ulteriore ricomposizione pittorica, necessaria non propriamente per ridipingere il dipinto ma per abolire proprio la ridefinizione pittorica. La pittura sulla pittura non come opera di analisi sul sé passato, ma stratificazione che toglie l'introspezione come modo di mostrare il sé, divenendo quindi opera più del mondo che del soggetto. Dall'intuire ed esaltare, portando alla luce, la sensibilità del mondo a farlo con quella del soggetto ci vuole poco, bastando l'ingenuità della domanda sul come io possa conoscere il mondo attraverso quell'evidenza naturale per cui esso si dà, oppure sul come possa venir costruito. Durante la visione io potrei fare un lavoro introspettivo, chiedendomi cosa il film mi susciti - dando per scontati i modi in cui posso guardarlo fintantoché non mi si ponga la domanda sul perché stia guardando così - oppure come esso si dà a me, sotto quali categorie si inserisca, come venga alla luce attraverso il mondo o grazie ad esso. A differenza di He's here now (USA, 1967, 33') la sperimentazione in atto in Ommo ci potrebbe sembrare che venga traslata dal piano della realtà e del cinema a quello del soggetto e del cinema, non riuscendo a non scindere i lavori introspettivi con quelli esplorativi, il dentro e il fuori, cioè l'occhio che guarda dentro di sé e fuori di sé. Ma se tra l'occhio e lo schermo - o tra l'occhio situato tra lo schermo e il sé - dovremmo eliminare ciò che risulta in più o, meglio, ciò che si dovrebbe non tanto togliere quanto piuttosto trasformare per riuscire a vedere dove la sperimentazione di Ommo ci stia portando, non opereremmo tanto tra gli elementi, i quali risulterebbero pressoché ineliminabili fisicamente, bensì nella direzionalità. Pensare quindi più alla relazione che alla direzionalità, ci potrebbe portare non ad un cambiamento di paradigma, bensì alle dinamiche sperimentali stesse, all'azione più che allo stato finale. Detto ciò potremmo pensare, ad esempio, al fatto che venga quasi sollecitata una sorta di dualismo, il quale, più che ricordare il dualismo tra bene e male, ne mostra soprattutto delle ombre. Poniamo il caso delle fiabe, quelle della tradizione, in cui solitamente i caratteri vengono ben scissi, ad esempio, tra fratello e sorella, o tra lo stesso personaggio, che viene presentato come due, ma che viene chiamato allo stesso modo per rimarcare il fatto che sia lo stesso (il povero e il ricco, ad esempio). Andando avanti con la lettura, dopo varie prove, ecco che avviene o la collusione o l'integrazione, maturazione o che dir si voglia dei personaggi. Non necessariamente, quindi, uno è cattivo e l'altro buono, come nei casi in cui il cattivo, l'animale feroce o la strega eccetera, è ben definito e stigmatizzato dall'inizio alla fine, ma bisogna tenere comunque conto che la distinzione è salutare per il progredire della storia. La personificazione, la maturazione poi, ma anche in realtà i casi di scissione (dove, appunto, la strega è la madre cattiva e quindi si ritorna alla necessità integrativa e di maturazione del soggetto) si fondano su una precisa morale, che è quella di un dualismo o di una tridimensionalità (nel caso più prettamente psicanalitico), per così dire, finalistiche: il punto è il bene, anche quando c'è il personaggio cattivo (per l'appunto, la possibilità della cattiveria in uno stesso soggetto quando intollerabile si deve scindere o in due personaggi o in uno doppio) e arrivare a questo bene è sempre un percorso e dunque la storia. Il cammino, quindi, da A a C, passando per B (perché non è mai facile). Come l'ascesa - uomini del bene che diventano angeli - o la discesa - agli inferi dei cattivi. La direzionalità è propria delle categorie trascendentali del soggetto: io sono e io maturo. Io mi guardo (dentro) e io percepisco (il film). In Ommo abbiamo l'impressione di una scelta diversa, dove scindere o integrare sono messi sullo stesso piano, non abolendo il movimento, che a volte pare anzi molto marcato, ma questo diventa circolare, senza dare al vettore ciò che gli serve per definirsi in base al risultato di una qualsivoglia relazione. Ecco che risulta difficile per noi fare qualsiasi tentativo di azione introspettiva guardando Ommo, e questo permette di sfocare il focus su di sé: il mondo non ci appare più per quel che è (ossia in base a noi), non è la mia esperienza o il mio conoscere, ma ne vediamo le ombre, di bene e male, che si intersecano: la sperimentazione riguarda le modalità di intersecazione, che nel loro accavallarsi o nella loro circolarità non fanno che mostrare parti in azione tra loro.


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