(Agiografie #5: Myron Ort) Old Redwood Series - Reels # 1-5



Di natura tanto intima quanto inusuale, le pellicole che costituiscono Old Redwood Series - Reels # 1-5 (USA, 1974-1979, 95') mostrano una scorrevolezza di immagini fatte soprattutto di ombre, quella parte cioè oscura derivata dalla luce, che non ha di per sé delle connotazioni particolari ma costituisce di fatto un fenomeno naturale che ha poco di umano. Questo giusto per dire che, se il regista osservando ciò che lo circonda si spinge a soffermarsi su qualcosa, non è tanto un suo dono che si presta ad operare per mezzo della macchina da presa, bensì una manifestazione terrestre, che si impone sulla scena. Un accadimento che non dimostra una propria e vera natura, ma le altre sue facce si intervallano con meno o più fortuna di chi riesce a coglierle passando di là: nella potenzialità che ogni soggetto possa riprendere, possa tenere in mano una mdp, si insinua qualcosa che non ha propriamente a che fare con le probabilità più biografiche che si intrecciano (genere, cultura famigliare, livello di scolarizzazione e via dicendo), fatte di coordinate, ma con ciò che è più vicino al caos che al caso, al fuori di tali coordinate piuttosto che i punti al di fuori della curva normale contemplati anche se non considerati. Myron Ort e la sua quotidianità non vengono sconfitti dalla possibilità di vedere la bellezza nella ripetitività o quella particolare luce che viene irradiata dalle cose. C'è, ad esempio, una scena in cui viene rappresentato il lavoro, lo sforzo e la macchina: lì, non si tratta di mostrare una bellezza o una redenzione attraverso il lavoro, perché significherebbe oltre che mettere una velina colorata sopra la fatica, anche adagiare sulle pratiche quotidiane una relazione che conosce prima dell'esperienza, una sorta di facilitatore per la codificazione e dunque cosa di cui ha bisogno quell'uomo pensante. L'umanità non è tanto da scartare quanto ridimensionare come dominatrice di cause, non per mettere qualcos'altro al suo posto ma piuttosto per poter meglio vedere il presente. Ecco che nel susseguirsi delle scene la macchina da presa come mezzo per osservare o raccogliere non basta più per conoscere la realtà - non lo è mai stato - ma fa parte delle relazioni stesse: questo non significa che un attraverso non sia condizione di possibilità per vedere altrimenti, quanto piuttosto che questo attraverso non mi dia l'altro dello stesso che viaggia nel tempo e nello spazio, quello stesso che è la ripetitività degli eventi o quel quotidiano di cui si cerca una via di fuga, o quella modalità di cogliere la differenza mentre è all'opera, o quella luce che si dà - si presuppone sempre - a una coscienza all'erta sul reale. Quella lente, che non può che essere colorata per banalizzare il proprio ruolo, non modifica gli eventi ma essi sono per quella lente, tanto che non serve palesarla ma, con una naturalezza che contraddistingue in qualche modo Myron Ort, ciò che potrebbe sembrare, quella tipicità della ripresa di quegli anni, si ombra per l'ombra, facendo emergere non un'intimità tanto umana quanto protesa verso la conoscenza, bensì l'infervorarsi della tecnica e dunque della macchina da presa, che comunque non è il focus primario, il quale invece ricade più che altro sul fatto che l'intensificazione che ne deriva non abbia origini umane. Non c'è nulla di umano in queste pellicole, quando in fondo sappiamo cosa questo umano sia: una caterva di perversioni, indottrinamenti e ammutinamenti. Non c'è bellezza o salvezza nei ritratti di Myron Ort, anche se nelle sue ombre quotidiane, in quelle sfumature che riusciamo a riconoscere e catturare, troviamo effettivamente e più profondamente un amico. Non era una lente colorata da attraversare con lo sguardo la "soluzione" o, forse meglio, il nostro modo di poter stare nel mondo non diciamo diversamente ma almeno più onestamente. Più onestamente riusciamo a vedere quelle resistenze che si fanno intorno a ciò che la luce irradia e colpisce. La pittura in questo senso percuote l'osservatore ma è la percossa stessa che dà la possibilità non di un collegamento o un'illuminazione maggiore, che ha più a che fare con la verità che con la possibilità di riconoscere, ma di portare un po' di caos al mondo presente: le onde, quelle onde che si propagano, sono tutto ciò che l'immagine si presta a trasmettere. Ma al di là di questo, non è, alla fine, l'immagine - intesa come supporto visivo - a mostrare davvero, ma la percossa stessa.


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