(Agiografie #5: Myron Ort) He's here now



È un lavoro quasi di iniziazione questo He's here now (USA, 1967, 33'), anche se non potremmo considerarlo tipicamente così: c'è una sorta di torsione lungo il cortometraggio infatti, che ci permette di osservare quindi non tanto un percorso quanto piuttosto un vero e proprio rovesciamento, da cui il termine iniziazione sarebbe addirittura fuorviante nel suo mettere l'accento a quello che di solito avviene con un passaggio lungo un certo sentiero esistenziale. Qui, in effetti, di passaggio sarebbe difficile parlare non solo perché la parola evocherebbe una certa linearità, ma soprattutto perché sminuirebbe il tentativo prettamente sperimentale: non si passa da una cosa a un'altra, dal cinema industriale a quello che possiamo dire tipico dell'underground statunitense e quindi da una modalità del soggetto di vivere il cinema all'altra (anche se, a dire il vero, siamo più di fronte a una sorta di andirivieni, che tra l'altro non contempla solo il cinema ma anche la musica e la politica). Ma andiamo con ordine. Alcune scene del cinema industriale così come altri personaggi non vengono solamente scelti e la loro sequenza non comunica un qualche tipo di narrazione con un messaggio scelto da Myron Ort, ma sono dei veri e propri simboli di quegli anni Sessanta, come ce ne sono altri: la libertà del corpo, la donna, il divertimento, la psichedelia e nuove forme di spiritualismo. Ma mentre la prima via, quella dedicata a un percorso più istituzionale, quindi soprattutto cinema industriale ma anche quello dell'underground con le sue varie espressioni, può ergersi a rappresentare una certa cultura (quindi l'attore o il film, il presidente Kennedy o, ancora, la minigonna), c'è un resto che fa fatica a raggiungere questo scopo nella misura in cui non tanto è considerato ingenuamente da Ort più genuino, ma in quanto passa per dei canali più intimi perché relazionali. Detto in termini spiccioli, c'è una differenza sostanziale tra il riprendere, ad esempio, un Warhol di Jonas Mekas e quando Ort riprende Neal Cassady: entrambi rappresentativi, se vogliamo, di una certa cultura, c'è una differenza che parte non tanto dal rapporto soggettivo tra il regista e l'amico, di cui non siamo a conoscenza e nemmeno ci intessa o riteniamo di poter dire qualcosa sull'onestà dell'amicizia, ma tra la politicizzazione di quella relazione, ossia da una parte l'emergere nascente di un'istituzione, la volontà di creare un'alternativa che fosse una via altra, diversa, e dall'altra la scoperta della macchina da presa, di un altro modo di usarla (e fin qui qualcuno potrebbe obiettare che la scoperta sia la medesima, è vero), ma un altro modo che viene mostrato come bozza e, meglio ancora, la bozza rimane quel tentativo di ricerca che si può compiere in due, in cui l'altro non è quindi uno spazio vuoto da riempire ma è il mio (nostro) stesso vuoto. In questo senso il continuo mostrare il riprendermi dell'altro mi de-soggettivizza, svelando non tanto un gioco fatto di rapporti, ma il substrato in cui siamo e dunque l'esserci come ciò che è nella propria spazialità o, altrimenti, il fatto che i simboli di He's here now diventano i paletti entro cui non tanto definirsi ma che ostacolano la sperimentazione. Ecco forse perché di questo He's here now possiamo dire che in esso si trovi l'inizio di qualcosa: la torsione è mostrata in maniera palese, ma era un discorso che, in maniera più sottile, avevamo visto in parte già, probabilmente in maniera più matura, con Eye lands (USA, 1970, 29'). Ma proprio per la sua natura più grezza He's here now è anche molto differente come esperienza cinematografica. Innanzitutto viene da chiedersi cosa succeda tra il cinema e la vita a questo punto: è il cinema che entra nella vita, inteso sia nella sale, come ritrovo, ma anche come interesse per le star, che per quanto può risultare sciocco, è uno strumento manipolativo non indifferente (basti pensare allo sverginamento di milioni di seguaci di una certa attrice/cantante) o è la vita ad entrare nel cinema? In quest'ultima opzione, che sembrerebbe essere la più onesta, tant'è che è spesso utilizzata per sottolineare la genuinità di un film cosiddetto sperimentale ora, ma che era il medesimo pensiero utilizzato per parlare dell'underground americano prima, si insinua lo spettro della necessità del cinema, che diventa a questo punto con la vita necessità biologica. C'è poi il passatempo, inteso come periodo di tempo tra un turno lavorativo e l'altro, o la vacanza e, insomma, lo scorrere del tempo e altre menate che conosciamo. Ma si ritorna sempre al discorso precedente: questi, per così dire, assunti, che non sono altro che altri simboli rispetto a quelli hollywoodiani, sono un ostacolo: vedervi il cinema nella vita o la vita nel cinema va bene, ma è facilmente superabile come discorso nel momento in cui lo si mostra - come in questo cortometraggio di Ort - in un continuo andirivieni che porta le parole a confondersi, nel senso che mostra che c'è una certa teorizzazione dietro che perde di consistenza, non si capisce cosa c'è di certo, eccetera. In questo senso le ultime scene con Meher Baba non sono un punto d'arrivo e nemmeno il Cassady spirituale indiano, sono anzi i primi tentativi di torsione: non volere un'altra via, un'altra visione, ma sentire lo scorrere degli eventi e batterlo (nel senso violento del termine), dunque sperimentarlo sostenendo la grandezza degli eventi.


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