Tondal’s Vision


In merito a Tondal’s Vision (Canada, 2018, 65'), c'è da dire ben poco. Abbandonate le inattualità rivoluzionarie di Potamkin (Canada, 2017, 67'), Stephen Broomer, folgorato dalla Visio Tnugdali di Marcus, monaco irlandese che, in età medievale, redasse quest'allucinazione oltretombale, rifotografa l'Inferno (Italia, 1911, 66') di Liguoro, adattamento del primo libro della Comedia dantesca, che diviene dunque la base per la trasposizione cinematografica della visione del cavaliere Tnugdalo, ottenuta mediante un lavoro di mordenzatura che la rende, da un lato, astratta e, dall'altro, visionaria. Ora, al di là della legittimità storica dell'operazione, che condensa, appunto, la Comedia con la Visio Trugdali, di cui comunque c'interessa, se non zero, molto relativamente, è interessante in larga misura il peso attribuito al cinema in quanto tale, peso che non gli viene tributato facendo affiorare sensazioni medievali ma, piuttosto, cercando - e, brillantemente, riuscendoci - di farlo scorrere indietro nel tempo, di modo che il risultato non sia un medioevo che affiori per mezzo del cinema ma, al contrario, che il cinema stessa si coroni di un'aura medievale. Il ritorno, quindi, a una riflessione sull'arte per mezzo del cinema e, nondimeno, a un'esperienza artistica impensabile al giorno d'oggi, rispetto alla precedente impressione rivoluzionaria,  non deve spiegarsi in vece di un'accademismo o di un manierismo conservatore; piuttosto, a nostro avviso, Broomer, conscio del fatto che l'esperienza artistica sia oggi solo vagamente possibile, riflette sulla possibilità, non meno che sull'efficacia, di un'esperienza artistica che sia, fondamentalmente, inattutale - inattuale come (ma c'arriveremo) la rivoluzione. Utile, a questo proposito, è ricordare quanto Hegel diceva dell'arte medievale, e cioè il fatto che, nel medioevo, qualora per strada ci si fosse imbattuti in un'icona sacra, ci si sarebbe chinati, mentre invece coll'età moderna questo non accade più: di qui, la tanto celeberrima quanto fraintesa tesi sulla morte dell'arte. Con Tondal’s Vision, Stephen Broomer crea un'opera esperienziale non nel senso di un sentimento sacrale in ogni caso impossibile, oggigiorno; l'esperienzialità dell'opera è, meglio, tutto ciò che l'opera ha da offrire, al di là di qualsiasi riflessione che faccia da mediatrice e che, con ciò, attenui, quasi distacchi, l'esperienza dall'esperito. Il carattere visionario del lungometraggio, non meno che il suo astrattismo, giocano in favore di quest'esperienza diretta, non mediata da riflessione alcuna: e per ciò - tra virgolette - più autentica, nel senso di più piena e integrale di ciò che viene esperito. Il soggetto, lo spettatore, si trova compreso e compresso all'interno dell'opera, al limite della sua evanescenza: se da un lato il film diventa ciò che vede e può vedere lo spettatore, lo spettatore medesimo non è altro che colui o, meglio, ciò rispetto a cui esiste un'opera, ovvero un'esperienza. Cinema medievale, dunque: ma medievale perché, come nel medioevo, ora l'opera d'arte garantisce un sentimento che coincide coll'esperienza stessa dell'oggetto artistico: prima di qualsiasi riflessione che faccia da mediatore tra il fruitore e l'opera, spettatore e film diventano un'unica cosa - una visione, appunto, ma una visione che è l'integrale di un'esperienza che fa essere tanto l'uno quanto l'altra e non, come oggi accade, viceversa, che cioè divenga grazie all'incontro dell'uno coll'altra. E cinema medievale anche perché, non da ultimo, è un cinema, questo, che sorge inattuale o, ed è lo stesso, incrinando l'attualità; così, c'è senz'altro un filo conduttore tra Potamkin e Tondal's Vision, nonché - con ciò - una diretta filazione o quantomeno affinità tra il percorso di Broomer e quello di Brakhage, e tale filo conduttore sta, appunto, nel fatto che, se nel primo è la rivoluzione, il sentimento rivoluzionario, a incrinare l'attualità, ora è invece il sentimento artistico: in un caso come nell'altro, rivoluzione e arte sono due inattuali, che Broomer, attraverso il proprio cinema, utilizza non in maniera monumentale ma pratica; il canadese, infatti, mette al lavoro questa inattualità, ma mettere al lavoro l'inattualità significa, prima di tutto, farle incrinare l'attuale. Ecco l'efficacia, nonché la potenza, di queste sue ultime opere. L'inattuale - la rivoluzione, l'arte - non valgono in sé, non hanno valore in sé, a meno che, da un lato, non si voglia togliere loro qualsiasi efficacia e, dall'altro lato, non si voglia fare del cinema un mezzo per santificarle in una teca - in un film, appunto - che sia altro rispetto alla realtà concreta; l'inattuale ha invece valore nel momento in cui si conservi come tale nell'attuale, e ciò è possibile attraverso il cinema: attraverso il cinema è possibile un sentimento artistico, un sentimento rivoluzionario nonostante l'attuale. Come? Appunto, mostrando che la prerogativa dell'attuale di essere tutto ciò che è sia falsa: e un sentimento anti-moderno, medievale, è ancora possibile, ma è possibile, appunto, in quanto l'attuale - il modo, ad esempio, che abbiamo di approcciarci all'arte o di credere alla rivoluzione - non è definitivo. Ci sono altri modi di sentire, e non si tratta solo di sentire diversamente ma, anche e con ciò, di scardinare il sentire comune, che è un po' la bestia nera del cinema sperimentale. Sia esso il sentire della rivoluzione o quello dell'arte, i quali, se non sono lo stesso sentire, rivelano in fondo - come palesa l'ultimo cinema di Broomer - la medesima radice.

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