The shifting sands



The shifting sands (Canada, 2018, 9') nasce come lavoro di valorizzazione del materiale filmico di Jacques Madvo, materiale che è stato donato al Liaison of Independent Filmmakers di Toronto, il quale ne ha proposto l'utilizzo. Col film che consegue da questa comunicazione al di qua e al di là della morte, sarebbe approssimativo dire che Madi Piller abbia creato qualcosa di nuovo e particolare partendo dal materiale del regista canadese: i documenti filmici scelti da Israel: Land of Destiny (Canada, 1977) si intrecciano alla storia del padre della Piller, Norbert, arrivato in Palestina a fine della seconda guerra mondiale, di cui ne vengono mostrate delle fotografie a testimonianza e collegamento. Qui, non si tratta solo di legare due storie, personale e collettiva, dove, si potrebbe dire, verrebbe proposto un ampliamento che consideri il percorso personale all'interno di ciò che è considerato lo storico, ossia ciò che ha fatto storia, che è nato, per quanto riguarderebbe il materiale di Madvo quindi, come documentazione filmica che catturi l'evento o la storia. In The shifting sands il materiale d'archivio non sembrerebbe essere preso come ciò che, in qualche modo, ritorna - far rivivere il documentario, far rivivere la storia: non si è entro un sottostrato culturale che contempli i significati dell'identico o del simile, perché il ritorno, anche se arrivasse con nuove spoglie o differenziandosi con una nuova luce, non apporterebbe che una novità, ma le radici, il risucchio vitale, il buco nero dell'inconscio, rimarrebbe come ciò che desidera un certo modo di stare al mondo o, meglio, certo sguardo. Il materiale filmico non è, solo o tanto, ciò che viene trattenuto dall'archivio, ma anche il suo trattenente: banalmente non esistono archivi vuoti. Tuttavia, manca in The shifting sands la mano archivistica, il peso se vogliamo dell'archivio, non perché non possano venire riconosciuti o sono disconosciuti i materiali donati a un'organizzazione che ha il compito di preservarne non solo la materialità, ma soprattutto la circolarità nella memoria collettiva (e locale), ma perché nel cortometraggio della Piller il materiale si libera non tanto del suo contenitore - l'archivio - ma soprattutto e, cosa ancora più grande, dello sguardo proprio del regista canadese e questo non come manovra che ne sminuisca così il valore o la memoria, ma come atto che permetta alle immagini una sorta di potenziamento della capacità di circolazione. Da archivio documentaristico, cinematografico in senso ampio a liberazione dello storico: gli eventi fotografati, la danza, i rituali non sono presi però banalmente come unità simbolica libera dalla storiografia, ma risaltano in una liquidità che coglie la danza e i rituali come collettivizzanti, ossia del popolo come popolo, come forza non unitaria ma individualizzante. Il trascendentale dell'immagine viene quindi disteso, smarrito da un territorio che ambientifica secondo il proprio essere, il proprio clima: in parole povere, si tratta di un ritorno alla terra che non ha nulla del tornare a un primitivismo assunto a verità ultima, bensì alla ricostruzione di un principio modellante: il proprio territorio. In The shifting sands, a scanso di equivoci, non vi è un sentimento né sionista né anti-sionista, perché quando si parla di ritorno non si entra nel campo della questione migratoria in senso stretto, anche se è una questione che viene trattata, ma viene trattata, infatti, soprattutto attraverso l'immagine, nel senso che l'immagine, il materiale documentaristico, si liscia in un modellamento che mostra la circolazione, gli spostamenti, la direzionalità come mobilità e non come il raggiungimento di stati, posizioni, modelli, principi e conquiste. La ritualità, i significati, ben presenti, fanno trasparire non una veicolazione individuante, quanto piuttosto l'accadimento di un qualcosa - l'immagine - che non tanto non riesce a trattenere tutto, quel resto al di là dell'immagine, il non visibile ridondante e generale, ma che mostra, senza allusioni, il fatto stesso di formarsi. Una costituzione quindi che traspare, pur nella propria ritrosia ad essere piena, lucente, l'anima che, lungi dall'essere anima personale, narcisistica, trova nei pari una propria individualizzazione, ma soprattutto in ciò che gli ha dato forma: la possibilità del deserto quindi, quel deserto che non è un qualcosa di arido, privo di vita o, al limite, arduo, in un punto di vista che va dall'uomo al suo stare nel e lavorare il territorio, ma è ciò che può creare, rigogliosa sabbia che modella, condizione di una individualizzazione che non è tanto israelitica o palestinese, ma che abbraccia i corpi che vivono la terra su cui danzano.


1 commento:

  1. Why viewers still make use of to read newws paprrs when inn tyis technological globe everything is accessible
    on net?

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