The making and unmaking of the Earth



Sembrerebbe che tutti i processi costitutivi e connettivi siano palesati in questo cortometraggio di Jessica Bardsley, The making and unmaking of the Earth (Usa, 2018, 17'): la distruzione e la rinascita, le proprietà delle cose e i gradi dell'esistenza vengono catturati per mostrare una distribuzione quasi lineare degli eventi, il cui senso non si riversa però in una dimostrazione fattuale. La narrazione perciò è dell'ordine di un conoscibile che solo in parte si stabilizza o altera l'immagine, che nel suo bruciare lascia intendere qualcosa che è dell'immagine solo nell'apparenza di un dire veicolato da significati quasi femminei. Se tale riconoscimento si riversa abbastanza rapidamente nella mente dello spettatore, è anche vero però che non è al punto di essere una veicolazione determinante, quasi tematizzante, ma è un qualcosa che lascia, semmai, trasparire che ci sia non tanto o non solo dell'altro, ma quantomeno un qualcosa di irrisolvibile e misterioso, dove il farsi e disfarsi delle rappresentazioni finora utilizzate lasciano un retrogusto che viene sempre dopo o, almeno, tira indietro, ma non al profondo, ossia nell'invisibile della cavità. Qui, l'invisibilità ha un ruolo piuttosto marginale se non addirittura inopportuno: la narrazione, che di questa invisibilità ogni volta si potrebbe fare, si dimostrerebbe nel cortometraggio della Bardsley una questione palesemente da jolly o del non poter dire che maschera l'ignoranza o il non essere abbastanza dello studio dell'immagine attuato. Detto altrimenti, The making and unmaking of the Earth lascerebbe per noi intendere dei processi di distruzione e rinascita totalmente visibili e per questo non innocui, dell'essere per chiunque e non di una nicchia che oscurerebbe nell'immagine una significazione che vada a incidere più o meno profondamente nella psiche o nello sguardo dello spettatore. Non è dunque a livello comunicativo che l'immagine si palesa per ciò che la costituisce, che la innerva semplicemente, ma c'è piuttosto un'universalità della sofferenza la cui corporeità è tale da ritenere i sintomi solo un'opera di veicolazione di un potere che il cortometraggio cerca di sradicare. L'essere mangiati o il mangiare, ad esempio, la crudeltà della natura e via discorrendo, diventano solo narrazioni proprie di un pensiero, di una cultura, così come la costituzione di istituti di controllo non fanno altro che essere lo specchio di un qualcosa che li costruisce, che sempre rimanda a qualche modalità operativa, a un sapere particolare che non convince fino in fondo la Bardsley o, meglio ancora, che lascia alla storiografia il compito di individuare facendo collegamenti e costituendo nodi di sviluppo. Ciò che resta non è la sofferenza fine a se stessa, il suo piacere svincolato da qualche analisi a ritroso, ma l'accadimento di qualcosa che da essa viene creato. C'è, ad esempio, una pesantezza diversa del corpo in base ai gradi di sofferenza provati, che nell'immagine di The making and unmaking of the Earth viene veicolata attraverso la sensibilità di un visibile privo di immagini, quelle immagini già fatte che sono solitamente il simbolo di un olocausto accaduto: non è dunque nelle fortezze e nelle altezze del vulcano, ad esempio, che The making and unmaking of the Earth gioca le sue carte migliori o palesa i suoi intenti, bensì nella pesantezza delle rocce e dei cristalli, di un prodotto che non è la finalità ultima di un processo trasformativo, ma ciò che permette di sentire insieme la sofferenza della lava, della terra che brucia. L'amicizia viene così sentita come ciò che può nascere non tanto in un buco nero comune, in una fossa che poi è la stessa vita a creare, dove ognuno ci si mette o mette l'altro, ma perché in fondo è solo nella superficie o nella materialità di ciò che crea la buca, che ci si può ritrovare, che ci si può guardare finalmente negli occhi. Non vi è dunque alcun dominio, alcuna forza creatrice che permette una nascita: il femmineo non è ciò che dà alla vita, un contenitore fertile, ma è la pura sofferenza del parto e il pianto che, semmai, palesano la possibilità di una vita. Ma questo non è un esempio da prendere alla lettera, perché c'è poco di umano nella sofferenza di questo cortometraggio: è la lava quella che può permettersi davvero di soffrire, mentre noi siamo ciò che si fa su questa sofferenza, mentre l'immagine schiaccia quello che credevamo essere il nostro dominio.     


Nessun commento:

Posta un commento