The air of the Earth in your lungs



È abbastanza chiaro fin dall'inizio di The air of the Earth in your lungs (Usa, 2018, 11') che l'interesse di Ross Meckfessel sia rivolto alla questione del digitale e della robotica. Una tematica importante è come questa si inserisca nei nostri aspetti ludici o di svago e in effetti già le prime inquadrature sono rivolte ai videogiochi di esplorazione del mondo virtuale con dispositivi di visione a supporto di tale realtà che prevedono una visuale ampia a tre schermi o il braccio meccanico di una videocamera che permette di riprendere in maniera più funzionale durante un viaggio in barca. Nel cortometraggio c'è fin da subito un interesse per l'umanizzazione della robotica e in fin dei conti non c'è niente di più vicino al modo di concepirla odierno. Mentre i primi studi di Human Information Processing utilizzavano la metafora del computer per descrivere i processi cognitivi umani, basti pensare al modello della memoria, dove fondamentalmente la metafora si uccise presto a discapito di una più sfumata similitudine, i primi studi di robotica introdussero più sistematicamente l'umano nella tecnologia e da qui la contaminazione con neuroscienze e studi umanistici che portarono a un saldo intreccio di esperienze e conoscenze. Ci sembra partire già da qui Meckfessel, che analizza la questione non solo da un punto di vista ludico (un altro esempio che spicca lo si ha col braccio meccanico delle macchinette il cui obiettivo è tentare di raccogliere un peluche: il braccio meccanico con la sua modalità prensile è sì un prodotto creato in modo fallace per spillare soldi, ma prima di tutto ciò è vicino alla mano umana nella sua perfezione). Da subito, infatti, la robotica è anche modalità di visione: con gli schermi c'è un surplus di visione, anche se l'occhio sullo schermo è particolarmente fisso ma si vuole comunque emulare il campo visivo umano, con il bastone che tiene la videocamera più lontana dal proprio corpo e dunque possibilità di visione anche al di là del proprio centro corporeo, con le luci di notte, con la visione dal drone eccetera, si hanno degli esempi di un'extra-mono-sensorialità, quella visiva. Non ci troviamo in questo caso di fronte a un tentativo di ampliare l'esperienza cinematografica a ciò che va oltre la vista (maestri in questo campo sono, ad esempio, Shiho Kano e Hannes Schüpbach, i quali amplificano la vista dell'occhio a una sua modalità tattile, non tanto quindi un'ultra-visione ma l'altro senso della visione, il suo senso tattile e comunque umano) e probabilmente nemmeno a un'ultra-visione: è la possibilità, invece, dell'uomo e della robotica, insieme, che accrescono non ciò che si può ancora chiamare occhio ma, meglio, occhio robotico. In questo senso l'utilizzo della pellicola in Meckfessel fa problema nel momento in cui il suo uso oscilla dalla ripresa emblematica di certi concetti e il tentativo di andare oltre la rappresentazione di una certa realtà. Non tanto possiamo dire che emula il digitale in certi punti, ma quando la ripresa si svincola da certi esempi è sempre rivolta a un ambiente, per così dire, naturale, di quel naturale che, sbadatamente, potremmo contrapporre alla città digitale e che il regista statunitense riprende sempre in modo da allontanarlo da una visione ingenua dell'occhio che, privo di supporti, come quello cinematografico, fa fatica a vedere l'oltre della realtà. Il cinema però si inserisce come dispositivo che amplifica la visione ingenua della realtà in modo del tutto particolare: attraverso l'analogico Meckfessel non fa altro che sviluppare quell'ambiente montagnoso, marittimo eccetera, proprio per far esplodere quel potenziale naturalistico e dunque robotico. È lì infatti che più volte torna e partendo da uno strumento cinematografico che, dal punto di vista delle odierne tecnologie, è stato ampiamente sperimentato, la necessità del cortometraggio si fa sentire: dalle potenzialità della pellicola si aprono le nuove possibilità odierne, quelle legate a una robotica che sarebbe semplicistico dire fossero già in nuce come interesse o attualizzazioni (sarebbe un po' come riferirsi alla visione degli anni Duemila che avevano negli Ottanta). La questione non è tanto ciò che può fare la pellicola oggi, ma cosa essa può ancora dare o, meglio, in che senso può essere utilizzata e la risposta in The air of the Earth in your lungs la si ritrova proprio nella spremitura di una sorta di realizzazione che, lungi dall'andare a ritroso in stile nostalgico ovvero archeologico, cioè di andare a ritrovare cosa in passato sia stato fatto o ancora da realizzare, viene utilizzata per trovare quella specie di ragione di intenti che, chiaramente, è modulata attraverso lo sviluppo tecnologico, ma rimane persistentemente quella del vedere quel di più dalla realtà effettiva, ossia il quotidiano. La pellicola diventa quindi l'enfatizzazione di quel potenziale che il cinema già sperimentava a livello extra-visivo e che si può ritrovare oggi nelle più moderne modalità per una visione ultra-umana, cioè anche robotica.


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