Scenes from 10 walks



Che Scenes from 10 walks (USA, 2018, 46') sia la summa del cinema di Chris H Lynn è un'affermazione solo in parte vera, o vera del tutto ma connotativamente fallace, denotativamente ingannevole, e ciò nella misura in cui la filmografia stessa del regista statunitense attesta di una sensibilità accorta verso un microcosmo che è in sé grimaldello per un'esperienza panica, ritratta com'è in un'intimità che è chiave d'accesso a un'esperienza cosmica: il cinema di Chris H Lynn è un cinema genuinamente piccolo, specificamente intimo, eppure al di là di qualsiasi solipsismo autoreferenziale, sicché parlare di una summa rischierebbe di accecare sulle tonalità autentiche dei film di Lynn, che non si fanno mai sistema e, soprattutto, mai vengono a poter essere se non frammenti, istanti non rabberciabili in un tutto unico e definitivo; la struttura stessa del mediometraggio, del resto, risulta particolarmente attenta a conservare il momento frattale, l'instantaneità irripetibile di un accadere che determina anche la sua indecidibilità rispetto a uno scorrere, un divenire che solo geometricamente, quindi fintamente, lo contiene - indecidibilità che è, peraltro, ciò che il cinema fa emergere, non disancorandosi dalla vita ma permettendo alla vita stessa di rilucere, di splendere. In questo senso, anche, si potrebbe vedere in Scenes from 10 walks una sorta di summa, tenendo comunque a mente quanto sopra in proposito; se di summa si può parlare, infatti, è perché ora Lynn fa i conti col proprio mestiere di filmmaker, operazione che lo porta ad avvicinarsi pericolosamente a certe riflessioni sul quotidiano e la passeggiata di Michel de Certeau. La domanda preminente è la seguente: com'è possibile il cinema? com'è cioè possibile un film, se non staccandosi dalla vita? mettendola in pausa, quasi guardandola come accadesse lì, in una dimensione diversa, fluttuante, rispetto a quella, immobile, in cui si colloca la macchina da presa e il regista. Questo film, in tutta la sua semplicità, che invero è immediatezza, attesta quel momento frattale e fatale che determina la necessità cinematografica. La domanda diventa allora la seguente, che altro non è se non una riformulazione esistenziale (non esistenzialista, sia chiaro) della precedente: perché riprendere? perché staccarsi dalla vita per riprenderla? oppure, com'è possibile che avvenga l'uno e - anche - l'altra? che l'uno ti spinga all'altra e viceversa - per farsi, vicendevolmente, integrali imprescindibili? Ed ecco qua non la risposta ma il porsi della questione in tutta la sua concretezza, porsi che è la forza del film - ovvero la sua goffaggine. Che fa Lynn? Lynn passeggia, ovvero riprende. Non c'è un vero e proprio soffermarsi su un particolare o, meglio, il soffermarsi, l'attenzione che blocca la passeggiata è parte integrante della passeggiata medesima; allo stesso modo, la passeggiata è parte integrante della ripresa, quasi che l'una fosse causa dell'altra e, immediatamente, sua necessaria conseguenza. Il nero tra una ripresa e l'altra, allora, non è tanto l'elemento specificamente cinematografico, quasi che il cinema facesse fluire gli istanti o quasi che, peggio ancora, tra un istante e l'altro non ci fosse nulla eccetto che il cinema, il quale sarebbe allora la determinazione essenziale della vita - vita che assumerebbe importanza, concretezza e solidità grazie al cinema; il nero tra una ripresa e l'altra è, piuttosto, il momento di massima coesione, poiché è lì che la passeggiata continui e va a farsi, e la vita non si trasfigura nel cinema, come potrebbe rischiare di accadere nella ripresa, ma il cinema, che trapassa nella vita, viene ora trapassato da essa: il nero non è l'oscurità, l'attesa che qualcosa accada e sia da riprendere, una pausa o un distaccamento dalla vita; il nero è, anzi, il punto di massima tensione tra il cinema e la vita. Di qui la sua intensità, che è peraltro la stessa, identica, del finale de I Soprano: pure lì, la vita continua, ed è in quello stesso scorrere, continuare, che s'incista tanto la sua possibilità non meno che il fatto che vi sia qualcosa da riprendere, quindi la possibilità del cinema. Raramente il cinema ha raggiunto picchi di tale intensità - raramente, la vita e il cinema sono stati così indecidibili. Scenes from 10 walks, I Soprano, Roman Numeral IX di Brakhage... Nel nero manca lo sparo, prevale la tensione: tensione di una vita che, nonostante tutto, prosegue - intensità di un cinema che, inevitabilmente, scorre. In questo senso, non c'è un cinema senza una vita che scorra, ma tale scorrere emerge proprio lì, perché lì non accade che lo scorrere - e nient'altro. In termini rigorosi, bisognerebbe dunque considerare quel nero come l'amplificazione di un altro nero, più impercettibile e comunque fondante e fondamentale, ovvero quello che sta tra un fotogramma e l'altro: è lo stesso nero, solo ora portato alle estreme conseguenze e reso, appunto, percettibile. Lo stesso nero, il che vuol dire: lo stesso elemento - non cinema o vita ma vita e cinema, allo stesso modo e nello stesso tempo. Che un simile film risulti commovente non si spiega altrimenti che per questo: ne siamo coinvolti, e ne siamo coinvolti perché è uno di quei rari casi in cui, per l'appunto, vedere un film significa vivere. Vivere, anche, una certa monotonia. Il fare sghembo, l'inquadratura non perfetta, il montaggio tra virgolette amatoriale, insomma la goffaggine di Scenes from 10 walks è tutt'altro che ricercata, tantomeno di essa si può dire che sia uno stile; piuttosto, è il farsi concreto e autentico, cinematografico, di una vita, di una passeggiata, che, banalmente, non va al punto, non è una traiettoria da A a B, non procede dritta e nemmeno a velocità costante, e neanche percorre continuamente luoghi affascinanti ma, pure, zone morte, o punti stupendi e però visibili di scorcio, etc. Sappiamo bene quali siano i rischi di una simile esperienza cinematografica, di un'esperienza - per così dire - che leghi in maniera indissolubile, fino all'indecidibilità dei due elementi, il cinema e la vita, e quasi saremmo tentati di trovare nel sacrificio il gesto ultimo - estremo perché, appunto, palesante il momento in cui cinema e vita si fanno indecidibili, legati indissolubilmente - delle sensibilità che per necessità vivono tali esperienze, ma, ecco il punto, sappiamo anche, ora, grazie a Scenes from 10 walks, qualcosa in più: che il cinema non può essere una via di fuga, ma/perché nemmeno la vita la può essere.

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