mercoledì 12 dicembre 2018

Patches of snow in July



Si potrebbe dire che Patches of snow in July (Usa, 2017-2018, 8') parta da tematiche sociali di comune interesse (senza metterle in discussione), come ad esempio la devastazione ambientale, dove vi rientra chi è preoccupato e chi la dà per assodata e quindi una sorta di sfondo della propria esistenza, e mentre alcuni temi, come il fanatismo religioso o la quasi inattualità della radio oggi, non si possono dire altrettanto comuni (perché interessano maggiormente specifiche soggettività, pur rimanendo sotto l'orecchio degli altri come conoscitori disinteressati), ciò che salta all'occhio è proprio l'attualità della catastrofe e della fine che accomuna i discorsi intorno al cortometraggio di Lana Z Caplan. La minaccia, questa leva utilizzata in vari discorsi politici, sociali e ambientali, se da una parte ci mette in un costante stato di allerta e paura in maniera diversa ma vicina alle minacce di cui il popolo ha comunque sempre sofferto in quanto governati, mette lo spettatore in una condizione del tutto particolare. Questa sorta di distinzione pare d'obbligo nel momento in cui il cinema non diventa strumento di veicolazione di verità - verità come forme di uno specifico conoscere: in Patches of snow in July non si tratta di reiterare sotto diverse spoglie ciò che lo spettatore sa in maniera più o meno approfondita, cioè non si tratta di manipolare la consapevolezza dello spettatore (il termine manipolare, se per alcuni può risultare esagerato, per altri coglie il discorso su un imperialismo conoscitivo che mira alla proliferazioni di precisi significati a discapito di altri: il punto non è la correttezza o la verità di tali significati, quanto piuttosto: perché questi significati e non altri?). Questo non è immediatamente chiaro e mentre le prime sequenze, quelle con il serpente per intenderci, vanno incontro a un intento più dimostrativo, per così dire, in cui si fa esplicita chiarezza attraverso le immagini dello sfondo del cortometraggio, uno sfondo che brulica di sentimenti premonitori di una fine ormai certa, le successive sequenze ritraggono un paesaggio montagnoso che, se da una parte ha dei movimenti che ritmano i discorsi qui presenti, dall'altra è proprio questo ritmo a rivelarsi problematico. La fine non verrà mai presentata, ma essa rimane come sfondo, rimane insoluta, come proprio il discorso che si effettua a livello sociale, politico e ambientale, un rumore che non interferisce con le immagini, non le sforma, non le manipola e non le ritocca, da qui il ritmo che esse prendono insieme alla musica ad esempio. Capiamo bene, allora, come Patches of snow in July cerchi di ritmare, di fare proprio, di aprire lo scorcio alla nostra vita, soprattutto e in primo luogo una sorta di scollamento, di distaccamento tra la nostra vita e il nostro ambiente: non che questo scollamento sia reale, che possiamo essere al di là del nostro ambiente, ma piuttosto che possa sussistere un disturbo a livello comunicativo, cioè che vengano presi nel discorso corrente come due entità effettive e in tal modo si agisca. Se quindi il discorso intorno le nostre vite induce a questo scollamento, il compito del cinema così come se lo sarebbe - crediamo - prefissato la Caplan non sarà quello di agire sulla consapevolezza dello spettatore, che comunque è colui che frequenta un certo ambiente culturale, ma di agire a livello che, appunto, rimane cinematografico. In questo senso, allora, il sentimento della catastrofe non è più solo ciò che potrebbe avvenire, non è più giocato nell'allerta, ma si inserisce in un presente le cui attualizzazioni sono in parte avvenute e in parte non sono tanto da venire quanto piuttosto presenti nel possibile del cinema. Patches of snow in July sembrerebbe agire quindi su due livelli che non si realizzano appieno, uno che riguarda il tentativo di mostrare e quindi mettere in piena luce i discorsi sulla fine e uno che questi discorsi li scarnifica, nel senso che viene tolta loro qualsiasi forma di rappresentatività per farli proliferare nelle pieghe del cortometraggio. La maggiore intensificazione delle scene che ritraggono la montagna ci sembra infatti dovuta a questo processo: se da una parte l'ambiente è ripreso nella sua forma intesa socialmente più pura e incontaminata, dall'altra questa ambientazione è scevra da ogni significazione sociale, anzi il sociale non tanto viene rigettato ma viene in qualche modo proiettato. Da questa proiezione non vediamo meglio e nemmeno in maniera veritiera ciò che viene ripreso, le montagne e tutto il resto, ma partecipiamo in qualche modo a quella intensificazione operata dal cortometraggio in questione: tale partecipazione è probabilmente uno dei modi per entrare non solo in contatto ma per esserci in maniera totale, spettatore e luogo che tentano il procedere insieme.


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