Nutsigassat



Nutsigassat (Danimarca/Groenlandia, 2018, 20') inizia con la questione del cambiamento del linguaggio inteso come specifico vincolo di informazioni sociali e politiche e dunque comunicative: ciò che si viene a comunicare è un modo di denominare che non tanto risente dei cambiamenti sociali in atto, ma soprattutto dei movimenti di una sorta di inconscio collettivo, che viene prima perché ambiente e in quanto tale ambientifica, soggettivizza. La questione sollevata da Tinne Zenner è infatti rivolta fin da subito alla struttura geografica della Groenlandia e quasi a livello simbolico si concentra su Sermitsiaq e Kingittorsuaq, i quali non sono solo due monti che caratterizzano il paesaggio, nel senso cioè che fanno il paesaggio con la loro imponente e inevitabile massa influente, ma hanno una significazione che è andata via via a scontrarsi con la loro denominazione. Partendo da ciò sembrerebbe quasi legittimo chiedersi cosa venga prima, se le due montagne intese come massa o proprio Sermitsiaq e Kingittorsuaq, la loro denominazione dunque e soprattutto il modo in cui ad esse ora ci si riferisce. La cosa però si dissolve tra le immagini, che tentano non una risoluzione della questione, ma un suo smottamento per entrare in una regione buia della stessa. Il lavoro e la casa. La tradizione e il turismo. Quando il cortometraggio entra nell'economia di Nuuk ciò che era stato sollevato prima si amplifica, facendo nascere delle ramificazioni nuove che assumono i connotati di un paesaggio più umano, costruito e dunque industriale, ma anche abitato: il fumo e il termosifone o il tupilak e le mani esperte che lavorano gli strumenti. L'intensificazione industriale, la perdita della magia passano proprio per quelle stesse mani. Il modellamento, quindi l'acquisizione di competenze tecniche da un maestro a un allievo, non è solamente un connubio di assimilazione e accomodamento, un copiare e un individualizzare, un mantenere e un evolversi, ma è prima di tutto una storia, la storia che passa tra quelle mani. E la domanda di Nutsigassat non sarà mai in che direzione si stia andando in questo modo. Il cortometraggio non è nemmeno o solamente la fotografia di uno spaccato sociale specifico. C'è soprattutto qualcosa di devastante in Nutsigassat e non ci riferiamo a un certo sentimento nostalgico che potrebbe accomunarci nonostante un certo tradimento del sentimento stesso - perché i ricordi dei danesi della Groenlandia, anche se non sono i nostri, potrebbero anche essere tradotti nella nostra perdita di tradizioni, a patto che i ricordi ci siamo e dunque siano stati preservati - quanto piuttosto all'impossibilità di tradurre ciò che sta effettivamente avvenendo. Tinne Zenner non è crudele, non cerca di operare un ulteriore tradimento del vissuto della Groenlandia traslitterandolo in pellicola. Riprendere i cambiamenti di quella regione non ha infatti assunto valore informativo o comunicativo durante il minutaggio. Se Nutsigassat può in qualche modo risuonare in noi non è certo per una sorta di rispecchiamento di comuni esperienze e, in effetti, non sappiamo come potrebbe essere preso da un abitante di Nuuk, quali linguaggi potrebbero essere usati per parlare effettivamente di quel cambiamento. La risonanza è solo per una possibilità che traspare tra una scena e l'altra, tra l'avvenire, concreto, edificabile, dell'ambiente e qualcos'altro di indicibile. Se da una parte troviamo il peso dei cambiamenti, il mutamento di denominazioni che sono pure istituzionalizzate ma che devono scontrarsi con l'esperienza di vivere il territorio, la perdita della magia nei ricordi per turisti, dall'altra troviamo l'esperienza della perdita stessa, la quale, senza figura, permane su Nutsigassat senza nemmeno tanto nascondersi. Ed è probabilmente qui, tra ciò che si mostra e ciò che si fa intendere, che un'immagine può nascere non alternativamente o a mo' di rinforzo visivo, ma come luogo che accoglie ciò che può ancora essere: ormai tutto è perduto di ciò che fu e il cambiamento non fa che uccidere ciò che rimane indietro, non permanendo nulla è tutto già accaduto. Senza guardare biecamente e arbitrariamente al futuro, Nutsigassat non fa che scorgere le presentificazioni mancate creando un nuovo ambiente che le possa rifrangere, quello della pellicola, che accogliendole a livello cinematografico porta più vicino lo spettatore al proprio presente: quest'ultimo, non più sentito soggettivamente o pieno dei propri modi di vedere e dunque conoscere, ci raduna intorno allo schermo.

4 commenti:

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